Non mi ero mai seriamente posta la domanda su quale fosse l'idea di fondo di un romanzo.
Per dirla francamente, io pensavo che si raccontasse una storia in cui far confluire tante esperienze ed idee; in parte, resto ancora di quest'opinione.
Del resto, leggendo I fratelli Karamazov, si capisce bene che Dostoevskij ha riversato nel romanzo tante idee, al punto da rendere ogni personaggio voce d'un ininterrotto dialogo tra posizioni, tesi, modi d'intendere la vita.
Ora, quasi tutti i romanzi che noi percepiamo come "moderni" e maturi vivono di questa pluralità, con la quale siamo ormai abituati ad immaginare - chissà se a ragione - che l'autore volesse dire: non c'è una sola verità, solo punti di vista.
Nei casi più fortunati, la polifonia delle voci contribuisce a dare a noi, lettori ed osservatori, una certa quale idea di questa verità, perché, vedendo la vicenda dall'esterno e fuori dal tempo interno del racconto, possiamo ricondurre le informazioni solo parziali in possesso dei personaggi ad un affresco più oggettivo e unitario.
Nei casi più pessimisti, la visione della realtà è volutamente frammentaria e l'autore ci impedisce di mettere assieme le tessere del mosaico in una figura distinta.
Non so dove Il figlio di Philipp Meyer, che sto leggendo, vada a parare tra questi due (semplificati), possibili esiti del romanzo moderno: se dalla parte, come credo, d'una verità inattingibile, o da quella di un lavoro che l'autore confida il lettore sia pienamente in grado di portare a termine, quello di capire.
Anche lì, ci sono molti diversi punti di vista, per ora piuttosto autistici e non dialogici, per cui ogni personaggio è una monade che gli altri non possono, non vogliono, non hanno gli strumenti per capire.
L'idea di fondo, per ora, pare la creazione e la sopravvivenza: un riproporsi della questione dei vinti di verghiana memoria, ovviamente non perché Meyer abbia copiato Verga, che forse nemmeno ha letto, ma perché alla fine mi pare il gran nodo del Novecento - soprattutto post-bellico - e, in generale, il nodo che il socialismo ha portato in luce: quello della sopraffazione.
È giusto accettare il modello della natura, dove regna e si riproduce il più forte? La natura, infondo, funziona.
Non dovremmo dunque funzionare anche noi seguendo il suo esempio? O vogliamo fare di più che funzionare?
Come si fa a funzionare senza agire con violenza?
Come purificarsi dal peccato positivista, dall'idea delle magnifiche sorti e progressive in nome delle quali si è versato tanto sangue?
Siamo condannati a rimanere inermi pur di non fare il male - visto che, come ebbe a dire Paolo di Tarso, il bene che io voglio quello non faccio; il male che io non voglio, quello faccio - oppure, se agiamo, ad accettare la violenza che la nostra azione inferisce al mondo?
Tutti questi interrogativi mi sembrano al cuore di molte opere del Novecento, mentre quelle del Duemila hanno quasi accettato l'assunto che azione è violenza, e violenza è male - sebbene, poi, soffrano morbosamente il fascino di quella violenza che, temendola desiderano.
Ecco, io non vorrei riproporre questo tema, diciamo, dell'innocenza perduta e irrecuperabile; mi pare un po' trito, ormai, e seguirlo non porta più da nessuna parte.
Non c'è più altra risposta da dare, alla galleria di tormentose domande sul tema, che un filosofico: grazie al cazzo.
Grazie al cazzo, dico, che l'azione è violenza; grazie al cazzo, quindi, che se si vuol far qualcosa del mondo e di sé bisogna agire, e no, non con l'ipocrita scusa dei rivoluzionari, e cioè che questo sarà l'ultimo atto di sangue con il quale si redimerà tutto il male del mondo, per cui la violenza è giustificatissima nell'ottica di un futuro paradiso - sia esso politico, civile o religioso.
Se c'è una cosa che ha portato bene all'uomo, mi pare, non è affatto la contrizione, ma il desiderio.
Non me ne vogliano i cristiani: la loro religione, del resto, ha due tratti fondamentali, uno molto bello, l'altro fastidiosissimo; questo è la contrizione, spesso di circostanza, quello è l'aspirazione alla vita eterna.
Il desiderio di non morire del tutto, la fame che ha l'umanità di andare al di là del tempo, mi pare una cosa così bella, così innocente, così indiscutibile, comune a quasi ogni tempo e cultura, che mi pare proprio l'unica questione su cui vorrei imperniare qualsiasi lavoro letterario, se ne avessi le capacità.
Cose terribili sono state fatte per tramandare il proprio nome e il proprio sangue alle generazioni successive; ma cose bellissime, cose umanissime, cose estremamente giuste sono state fatte proprio con la stessa idea.
Non è l'odio per la vita umana che può salvare l'uomo, la sua letteratura, l'ecumene; io ho questa pretesa che sia il desiderio per cui l'uom s'etterna.
Si fa pur fatica, del resto, per etternarsi, ma non è una fatica imbecille, per amore della fatica di per sé, né una fatica disperata: è fatica di creazione, che si ingegna come si ingegna un astronauta a fare davvero la cosa più intelligente ed utile per sopravvivere all'immensità dello spazio.