I nostri raffreddori
Siamo sovente esterefatti davanti ad azioni che vediamo compiere e ne proviamo imbarazzo come se fossimo stati noi ad averle portate a termine. Sorridiamo lievemente, a denti stretti.Ci lasciamo andare anche a fotografie ricordo o importanti per la nostra personale comunicazione via social network. Dopo il necessario scandalo si ritorna nella comune apatia, attendendo il risveglio, coincidente con la novità mondana. Negli ultimi anni è tale nella figura di Andrea Villa (nome di fantasia), street artist, fustigatore di politici, idee e fatti. Non sono celebre per scusare il pubblico ma ne comprendo la fascinazione, che giunge sino alle colonne dei giornali torinesi, che ripropongono le gesta del novello Zorro. Riesco meno (sono generoso, avrei dovuto asseverare, per nulla) a comprendere un certo spicchio del mondo artistico che pare giungere alle soglie di una scoperta sconcertante: l’arte come critica sociale. Che istituzioni e privati non se ne occupino più , venendo meno ad una loro possibilità, (su questo tema “Museologia Radicale”, di Claire Bishop, Johan and Levi) è avvenimento ormai datato, che ciò venga visto come una novità mi fa pendere per la malinconica constatazione che un pezzo bello della nostra arte, si sia dissolto. Ed allora anche un banale raffreddore, nell’ignoranza del sapere, diventa fonte di mistificazione.















