Come se avessi qualcosa da dire, poi prendo in mano una penna, poi poso le dita sulla tastiera ed è il vuoto. Che poi che significa avere qualcosa da dire? Non è assurdo avere la pretesa di poter parlare i un modo in cui nessuno ha già parlato? Chi sono io se non il plagio di un plagio di un plagio perpetrato in maniera automatica e inconscia da chissà quanto tempo? Chi sono per avere l’arroganza di sentirmi in grado di fare qualcosa che sicuramente qualcuno di più brillante, interessante e devoto alla scrittura ha già fatto in modo migliore? Qual è il punto? Il punto è che ho solo quello che ho dentro. Non ho una vita movimentata, non ho esperienze particolarmente affascinanti alla spalle. Ho un passato mediocre e una cartella psichiatrica altrettanto mediocre. E forse qualcuno potrebbe credere che basti per scrivere con intensità , che la follia renda l’uomo genio creativo, ma il fatto è che non è così. La malattia non ti rende migliore, ti rende malato. Forse, dopo aver preso tutto ciò che era possibile prendere, ti lascia solo la capacità di capire il dolore, ma questo è quanto. Perché non sono capace di scrivere di attacchi di panico in modo così dettagliato e conciso da far star male, perché la depressione che ti costringe a dissociarti è difficile da rendere poesia. Perché non ho niente se non l’osservazione di un mondo banale che è il mio mondo banale. E forse lo osservo e lo seziono ancora e ancora e qualcun altro non lo farebbe, eppure ho sempre la sensazione di perdermi qualcosa, di essere sul punto di scrivere una frase decisiva che non si  concretizza mai. L’immagine di un sogno che si sfoca appena aperti gli occhi. La presenza di un’impronta illeggibile. Posso dire che la bellezza è sopravvalutata, e che è ovunque in forme meno appariscenti di quelle che teoricamente la descrivono. Che la realtà può essere più interessante e intricata e semplice allo stesso tempo di qualsiasi tipo di finzione. Che dicembre ha un odore preciso, che il suono dei passi di chi ami è più forte di qualsiasi rumore dell’ambiente, che ho la mente piena di volti che non conosco ma che allo stesso tempo sono rimasti lì, che tutto è contraddizione, che in realtà non sappiamo niente ma ci illudiamo di capire. E in tutto questo non c’è niente di nuovo.Â
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