Dentro l’onda dell’incanto. Appunti dalla prova aperta di Parini Secondo con MALIA – studio sull’incanto
La scena si apre in bianco e nero, dentro un paesaggio visivo che sembra continuamente mutare forma. Sul fondo, macchie simili a figure di Rorschach si espandono, si contraggono, si trasformano. Davanti a questo paesaggio percettivo, il primo corpo entra come una presenza scura, attraversata da un ritmo metal che ne accende la materia, la porta verso una fisicitĂ frontale, tellurica, quasi rituale.
Quando le altre danzatrici entrano, lo spazio cambia respiro. Il bianco dello sfondo non pacifica la scena, ma la espone, la rende piĂą tagliente. La danza comincia dalla schiena, dalla colonna vertebrale, da una zona profonda e mobile del corpo che sembra ricordare movimenti anteriori alla postura eretta: curve, spirali, rotazioni, onde. I corpi non avanzano, ma si avvolgono; non disegnano traiettorie lineari, ma insistono su una vibrazione che cresce per ripetizione.
Poco a poco, il rosso affiora sullo sfondo. Non arriva come colore decorativo, ma come temperatura della scena: una pressione interna, una traccia che sembra salire dai corpi e contaminare lo spazio. L’immagine che si compone è quella di un organismo plurale dove l’unisono non coincide mai perfettamente con l’identico: si inclina, ritarda, si sfasa appena, per poi ritrovarsi in appuntamenti ritmici comuni, come se una forza interna richiamasse continuamente i corpi a una coralità pulsante.
In questa prima apertura di MALIA – studio sull’incanto, presentata al termine della residenza creativa di Parini Secondo al Teatro Petrella di Longiano, il lavoro appare come un dispositivo già molto preciso, ma ancora attraversato dalla libertà della ricerca. Musica, luci, immagini e movimento concorrono a costruire un ambiente di saturazione sensoriale: un habitat in cui il corpo può sperimentare la reiterazione, la trance, la perdita momentanea di un centro stabile.
Nel dialogo seguito alla prova aperta, le artiste hanno raccontato come MALIA segni, per il collettivo, uno spostamento importante. Dopo lavori fondati sul gesto di prendere qualcosa da fuori e renderlo corpo - dalla copia di una danza giapponese diffusa nei club di Tokyo in SPEED, fino allo studio atletico e ritmico del salto con la corda in HIT e HIT OUT - questo nuovo percorso nasce dal desiderio di “tornare un po’ al dentro”: cercare qualcosa che ha a che fare con la fantasia, l’immaginazione, la possibilità di dare forma a ciò che esiste prima di tutto interiormente.
La parola incanto arriva così come una soglia. Non viene intesa in senso illustrativo o narrativo, ma come stato dell’attenzione: una condizione percettiva che si stacca dal tempo ordinario e si dispone su un altro ciclo temporale. Le artiste hanno raccontato di essersi interessate a forme di “incantamento del corpo”, capaci di produrre condizioni cinetiche sospese, in cui il movimento sembra insieme trattenuto e continuamente rilanciato.
Da qui nascono le due linee principali della ricerca coreografica emerse anche nella prova aperta: da un lato l’headbanging, studiato come tecnica fisica e come pratica non ancora appartenente alla motricità delle danzatrici; dall’altro il movimento a spirale della colonna vertebrale, pensato come possibilità di riportare il corpo verso zone di motricità meno abituali, quasi arcaiche, in cui la spina torna a essere asse mobile, ondulatorio, generativo.
Il rapporto con la musica resta centrale. Come hanno spiegato le artiste, Parini Secondo parte spesso dal suono: la musica crea un’architettura dentro cui il corpo entra e comincia a muoversi. In INCANTO, la struttura della trance, più che la sua sonorità immediatamente riconoscibile, incontra il massimalismo del metal e la fisicità estrema del canto, dando origine a un paesaggio sonoro in cui la curva, l’ipnosi, la ripetizione e la saturazione diventano principi compositivi.
La prova aperta ha assunto allora la forma di un episodio pilota: un frammento iniziale capace di accennare a tutto ciò che il lavoro potrà diventare. Non una sintesi conclusiva, ma una soglia di accesso. Un primo attraversamento in cui si intravedono già gli elementi portanti della ricerca: il bianco e nero che si incrina nel rosso, il corpo che cerca nella schiena una nuova sorgente di movimento, la musica come architettura percettiva, l’immagine come materia instabile, l’incanto come forza che cattura, sospende, altera.
In questo stadio del processo, il lavoro sembra abitare precisamente questa tensione: non rappresentare l’incanto, ma costruire le condizioni perché possa accadere. Dentro un ritmo che insiste, dentro un’onda che ritorna, dentro una coralità che si compatta e si sfalsa, il corpo diventa il luogo in cui qualcosa prende forma prima ancora di essere nominato.
MALIA – studio sull’incanto di Parini Secondo x Bienoise con Sissj Bassani, Camilla Neri, Martina Piazzi, Francesca Pizzagalli coreografia Parini Secondo musica e partitura Alberto Ricca/Bienoise light design Bianca Peruzzi assistenza coreografica Carlotta Hofrichter manager Camilla Ferrazzi produzione Parini Secondo, Associazione Culturale Van, Piccolo Teatro di Milano con il supporto di O Espaço do Tempo (Montemor-o-novo, PT), Fabrik Heeder Krefeld (Krefeld, DE), IIC Colonia, Toscana Terra Accogliente, Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi (L’arboreto – Teatro Dimora e Teatro Petrella, IT)















