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MAG095 - Caso #9770211 - “Assente Ingiustificato”
[Episodio precedente]
[PDF con testo inglese a fronte / PDF with English text to the side]
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MARTIN
D’accordo. Dichiarazione. Un’altra dichiarazione. [Sospiro] Va bene.
Martin Blackwood, Assistente d’Archivio all’Istituto Magnus, registra la dichiarazione numero 9770211, dichiarazione di Luca Moretti, rilasciata il 2 novembre 1977.
MARTIN (DICHIARAZIONE)
Non c’è gloria in guerra. L’ho imparato presto. Forse ce n’era un tempo, nel cavalcare sul campo di battaglia tenendo alto il tuo stendardo, in groppa a un cavallo da guerra. Ma no, probabilmente neanche allora. È solo paura. Paura che un qualche nemico invisibile possa porre fine alla tua vita da un miglio di distanza con un proiettile di carro armato o una granata. Paura che tu possa guardare un altro uomo negli occhi il momento prima che lui tiri il grilletto e prenda la tua vita. Paura che tu possa dover guardare nei suoi occhi prima di fare lo stesso. Mi sono arruolato perché volevo servire il mio re, perché pensavo che là fuori, sul campo di battaglia, avrei potuto essere l’eroe di cui il mio Paese aveva bisogno. Ma è venuto fuori che ero pronto a uccidere per il mio Paese sono fino al momento in cui ne ho avuto occasione.
Non ti dicono mai quanto è difficile togliere una vita umana. Ti dicono che i nemici sono dei mostri, una forza malvagia che si abbatte sul nostro bel paese, bruciando e uccidendo perché è tutto quello che il nemico sa fare. Cercano di tenerti distante, a sparare proiettile dopo proiettile da qualunque nascondiglio tu abbia trovato. Tutto affinché tu non guardi il tuo nemico negli occhi. Perché sono solo persone.
Questo non significa che io non abbia mai ucciso nessuno. Onestamente non lo so. Una battaglia è un luogo terribile e confusionario. Ho sparato parecchio, e molti soldati Alleati sono morti. Non posso essere sicuro che nessuno l’abbia fatto a causa mia. Ma non ho mai tolto una vita con piena consapevolezza e intenzione. Non durante la guerra, almeno.
Non ero un fascista. So che è quello che tutti cercando sempre di dire, ma onestamente non avevo tempo per Mussolini. Ammetto che c’era una certa poesia nelle parole di D’Annunzio, che ha fatto sì che quasi gli credessi a volte, ma quando ha fatto strada al Duce ho rapidamente perso interesse. Non avevo tempo per quello sciocco pelato imbronciato, che si pavoneggiava in giro dandosi delle arie. Io, come mio padre, combattevo per il Re. Non ero felice che si fosse immischiato con i Fascisti, ma la lealtà è sempre stata una mia debolezza. Detto questo, disprezzavo il Comunismo, e sotto il comando di Mussolini l’esercito godeva di una libertà e un rilievo mai avuti prima. Ignoravo, però, le voci su cosa i miei commilitoni stessero facendo in Libia.
Quando esplose la guerra, ero già stato un soldato per la maggior parte della mia vita, ma non avevo mai visto un vero combattimento, pur essendo arrivato a essere Maresciallo Capo del quarto reggimento degli Alpini. Eravamo addestrati nei conflitti in montagna, alcuni degli uomini più duri che io abbia mai conosciuto, e impazienti di vedere un combattimento, anche se questo significava che avremmo dovuto stare fianco a fianco con i Nazisti. La vera battaglia fu peggio di come l’avessi potuta immaginare. Eravamo addestrati e attrezzati per combattere sulle Alpi, in terreno di montagna, ma i nostri comandanti ci inviavano contro carri armati e fanteria motorizzata in ampie distese aperte, senza un’adeguata copertura o elevazione. Per quanto tutti i nostri capi fossero affamati di guerra, avevano poche idee, sembrava, su come farla. Da parte mia, scoprii che tutti i miei sogni di onore erano solo quello. La guerra mise alla prova il mio carattere, e questo cedette.
Quando il Re ruppe con i Fascisti e firmò l’Armistizio con gli Alleati, i tedeschi che prima erano nostri compagni non esitarono a rivoltarsi contro di noi. Passai gli ultimi due anni della guerra in un campo di prigionia nazista, ma per quanto sembri strano dirlo, non fu davvero così male. Ci trattavano abbastanza bene, e avendo combattuto insieme, l’abuso era minimo. Fu solo negli ultimi pochi mesi, quando i nostri ospiti erano pressati dai russi, e le risorse scarseggiavano, che soffrimmo. Ma non è su questo che voglio soffermarmi. È quello che accadde dopo che fummo rilasciati che mi porta a raccontarvi la mia storia.
Non potete immaginare il caos immediatamente dopo che perdemmo la guerra. A differenza della Germania, mutilata tra Est e Ovest, la divisione dell’Italia fu… più complicata. C’era il Sud, che si era arreso con il Re nel 1943, e il Nord, occupato dai tedeschi per la maggior parte, ma alcune delle nostre forze avevano continuato a lottare al loro fianco nello stato fantoccio di Mussolini. Per darvi qualche idea della situazione che trovai quando tornai a casa dopo la guerra: il Duce morì nell’aprile del ‘45 e i tedeschi si arresero in maggio, ma l’ufficiale trattato di pace tra l’Italia e gli Alleati non fu firmato fino al 1947. Il Paese era spaccato, diviso e sanguinante. C’era un “governo ad interim” e “mosse per reinstaurare l’ordine”, ma nessuno sapeva davvero cosa stesse succedendo. Non ci fu un rapporto, nessuna risposta ufficiale al nostro rilascio; non sapevo neanche che ero parte di un esercito che ancora esisteva. Dovetti percorrere il tragitto fino alla mia casa vicino a Teramo camminando, nascondendomi e viaggiando in qualsiasi veicolo con un autista a cui facevo pena.
Non so cosa mi aspettassi quando finalmente arrivai a casa. Qualunque cosa fosse, non erano i miei vecchi compagni Alpini, con le uniformi strappate e sbiadite, che preparavano qualunque arma ed equipaggiamento riuscissero a trovare per una spedizione in montagna. Casa mia era nelle colline pedemontane dell’Appennino Centrale, e molti degli uomini con cui avevo prestato servizio li conoscevo dall’infanzia. Ero lieto di vederli vivi, e loro mi accolsero con sorrisi e braccia aperte, ma c’era qualcosa di teso nelle loro facce che mi riempì con un debole terrore.
Chiesi cosa stessero facendo, e i loro occhi si posarono sui loro fucili. Disertori, mi dissero, sui monti. Attaccavano la gente, e rubavano dai paesi vicini. Li avremmo trovati, e ce ne saremmo occupati. Io cominciai a protestare, sicuramente c’erano altri più adatti a quel compito, ma anche prima di parlare sapevo che non era vero. Invece chiesi se i disertori sapessero che la guerra era finita; probabilmente non avevano più bisogno di nascondersi. Fu Antonio Cannavaro, uno dei miei più vecchi amici, che finalmente parlò. I disertori, disse, erano marciti. Non impazziti, o disperati. Marci. “Stanno marcendo”.
Immagino che avrei potuto lasciare che se ne occupassero loro. Voltar loro le spalle, e cercare di lasciarmi dietro la guerra. Ma non penso che sia mai stata davvero un’opzione. Dissi loro che sarei andato, e Antonio annuì. Non c’era gioia nel movimento. Era un uomo grosso come un orso, Antonio, ma vidi le sua mani tremare mentre controllava un’altra volta l’arma.
Mio padre aveva servito il suo Re nella Grande Guerra. Mi aveva raccontato storie in seguito, storie di coraggio ed eroismo, di uomini che lottavano per la gloria del loro Paese. Ora so che quelle storie erano bugie. Ma quando era ubriaco, come era sempre più spesso verso la fine, raccontava altre storie. Storie che non sempre avevano senso. Una o due volte mi aveva parlato dei “disertori selvaggi”. Questi uomini, aveva detto, erano fuggiti dalle loro unità, ma invece che cercare di scappare dietro alle linee, dove avrebbero potuto essere presi e fucilati, correvano nei campi di battaglia, nella terra di nessuno, e si rintanavano sotto il fango e la carneficina. Vivevano là sotto, così diceva, disperati, logori e a malapena umani. Di notte li potevi sentire aggirarsi nei campi di battaglia, rubando quello che potevano e trascinando i corpi dei caduti giù nelle loro tane. Se facevi silenzio, mio padre diceva con un brivido, potevi sentirli mangiare.
Non menzionai queste storie con i miei compagni mentre cominciavamo a incamminarci su per i pendii di Monte Vettore. Chiaramente avevano abbastanza in mente, occhi stretti contro il bagliore e bocche serrate. Non parlammo della guerra. Non c’era domanda che avrei potuto fare senza rischiare di rompere la fragile solidarietà del nostro piccolo gruppo, ma mentre camminavo al loro fianco, sapevo che ognuno di loro stava rimuginando su una propria storia di fantasmi.
Il primo segno che vedemmo della nostra preda fu una sottile colonna di fumo di fronte a noi, chiara contro il cielo blu intenso. Era una baita di montagna, non insolita da quelle parti, con una canna fumaria ben costruita che ne annunciava delicatamente il calore. Davanti alla porta stava seduta una donna con ispidi capelli scuri, robusta quasi quanto il camino, che rammendava silenziosamente una spessa camicia di lana. Mentre ci avvicinavamo lei guardò su e noi vedemmo, al centro della sua gola, un irregolare foro di proiettile. I suoi occhi erano torbidi e sfocati quando si alzò in piedi e cominciò a camminare verso di noi, con il sangue che ancora le gocciolava dalla gola.
Sentii un urlo, ed era così roco e disumano che per un momento supposi venisse da quella cosa mezza morta con la sua gola rovinata. Ma era Antonio. La sua faccia era cinerea, e per un secondo sembrava fosse sul punto di lasciar cadere il fucile e scappare, ma invece si spinse oltre me, placcando la donna a terra. Ci fu un orribile schiocco, ma i suoi arti continuarono a muoversi e agitarsi debolmente quando Antonio si alzò e cominciò a calpestarla con tutto il suo peso. Gli altri si unirono, urlando e gridando, calciando e picchiando finché il corpo non fu immobile. Io ero l’unico rimasto in disparte, a fissare l’ammasso percosso e sanguinante di… qualcosa. Nessuno di noi disse una parola.
Il silenzio durò per circa quattro secondi. Poi ci fu lo sparo. Riecheggiò contro la montagna più a lungo di quanto avrebbe dovuto poter fare. Ci sparpagliammo immediatamente, avendo attivato l’istinto di mettersi al riparo. Troppo tardi per il povero Alfredo, un ometto la cui sorella avevo corteggiato una volta molto tempo fa. Rimase in piedi esattamente dove si trovava quando il proiettile gli trapassò di netto il teschio. Passarono quasi cinque minuti prima che finalmente collassasse, ma noi restammo a guardare molto più a lungo per vedere se si sarebbe rialzato. Non lo fece.
Fu quello il punto di svolta. Non lo spettro di morte dai capelli neri, ma quella improvvisa morte imprevista. Incurante barbarie che non potevamo predirre né evitare, solo attendere. Da quel momento la montagna non fu più il luogo in cui cacciavamo. Ma non era neanche un luogo in cui eravamo prede. Era semplicemente il posto in cui saremmo morti.
Continuammo in questo modo per diversi giorni. Non vedemmo altro segno di vita, o qualunque cosa si facesse passare per essa su quella montagna. L’unica indicazione che vedemmo del fatto che non eravamo completamente soli era l’occasionale suono di uno sparo, quando un altro dei nostri cadeva. L’assoluto terrore era evidente su ogni volto, ma nessuno di noi anche solo considerò di tornare indietro. Qualcosa in noi sapeva che eravamo ben oltre qualcosa che potevamo controllare, e se avessimo lasciato quella montagna vivi, non sarebbe stato per una nostra decisione.
Quando trovammo la grotta, ormai eravamo solo io, Antonio, e un ragazzo del paese, che da subito non sarebbe dovuto venire con noi. Non ho mai saputo il suo nome, ma era stato un percussionista nella fanfara, o così diceva. Giudicando da come teneva il fucile, gli credevo. Avrei riso, gli avrei detto che avrebbe fatto molto meglio con le bacchette, ma la battuta mi morì sulle labbra.
L’odore che usciva dalla grotta era ben oltre qualsiasi cosa io avessi mai sentito in guerra. Il buco frastagliato nel dirupo trasudava di un freddo gelido e amaro, e chiamarlo l’odore della morte mancherebbe completamente il punto. Era l’odore della nostra morte. Antonio si girò verso di me e senza una parola, prese le mie mani tra le sue e mi diede un bacio in fronte. Poi camminò fino al bordo del dirupo e si gettò di sotto. Non guardai giù se lo vedevo. A dire la verità, invidiai la sua determinazione.
Entrai nella grotta. Il percussionista potrebbe avermi seguito, o potrebbe aver seguito Antonio. Non guardai mai indietro; lui era l’ultimo dei miei pensieri. La grotta era lontana dall’essere naturale, formava un tunnel liscio ma irregolare che entrava in profondità nella montagna. Si stringeva lentamente mentre scendevo, finché mi ritrovai curvo, per metà camminando e per metà strisciando lungo il pavimento. L’odore sembrava più leggero all’interno, ma non so se fosse veramente meno, o se mi fossi già abituato a esso.
La consistenza della terra sotto le mie mani cambiò così gradualmente che a malapena me ne accorsi, e la torcia che avevo portato era troppo debole per mostrare più di pochi centimetri davanti a me. Il primo momento in cui realizzai cosa era diventato il tunnel fu quando appoggiai completamente la mano sulla fredda e viscida pelle della faccia di qualcuno.
Tirai indietro la mano con un grido, e spinsi la torcia verso il basso per illuminare cosa c’era sotto di me. Era un cadavere, come avevo pensato. I suoi occhi erano chiusi e la sua faccia serena, ma indossava un’uniforme, squarciata e nera di sangue. Era italiana, pensai, ma di un modello vecchio, e non uno che veramente riconoscessi. Illuminando intorno con la mia torcia, ne vidi altre, seppellite a metà nelle pareti e nel soffitto. Altre facce morte, altre uniformi, e neanche solo italiane.
Andai avanti, cercando di trovare spazi tra i corpi in cui c’era ancora terra, cercando di evitare di toccarli. Ma quegli spazi diventarono sempre più piccoli, e i corpi erano ora impilati, due o tre uno sopra l’altro. Non ci volle molto prima che l’unico modo per proseguire fosse inerpicarsi su quelli, arrampicandomi lungo i loro rigidi arti inerti.
Quando tutti aprirono gli occhi, fu deliberato e senza fretta. Erano già concentrati su di me, come se avessero seguito la mia avanzata da dietro le palpebre chiuse. Non erano nebulosi come quelli della donna alla baita, ma chiari e nitidi, e ruotarono lentamente nelle loro orbite per guardarmi arrampicarmi su di essi. Non si mossero. Credo, però, che a un certo punto abbiano cominciato a cantare, ma questo potrebbe essere solo negli incubi che ho avuto da allora.
Quando raggiunsi la fine del tunnel, il disertore stava aspettando. Aveva il fucile puntato su di me, ed era seduto in un piccolo vano con nulla tranne un piccolo mucchio di bende sporche e due ratti morti. Era giovane, e così magro che per un brevissimo secondo provai una profonda pietà per lui. Il fango incrostato sulla sua faccia aveva delle linee scavate dove erano cadute le lacrime, ma non sembrava le avesse versate per me. Sollevò il fucile, e si preparò a uccidermi. Io cercai a mia volta di alzare il mio, sapendo con un perverso senso di sollievo che ero troppo lento. Avrebbe tirato il suo grilletto prima che io tirassi il mio. Era finita.
Ma mentre alzavo la canna per sparare, sentii degli spari, cinque o sei, risuonare in rapida successione. Nella prossimità del tunnel, erano assordanti. Il disertore si accasciò. Era morto nel momento in cui il primo sparo era risuonato. Forse ancora prima. Per quanto scarna fosse la sua figura ed emaciato il suo corpo, colpì terra con un peso che sembrò far tremare la montagna. Non avevo mai assistito a un plotone di esecuzione prima, e non voglio più vederlo, anche se ovviamente, ero solo nei tunnel.
Lasciai là il corpo del disertore. Lasciai la grotta e la montagna. Lasciai la mia casa e il mio Paese. Alla fine sono venuto qui, e non voglio più ritornare. Questa è la mia storia.
MARTIN
D-d-dichiarazione… finita.
[Respiro affannato e tremante mentre Martin si riprende]
Non mi piace registrare queste. Ecco. L’ho-l’ho detto. Mi scuso con chiunque stia ascoltando questo, so che non è professionale, ma mi fanno s… Non mi piace. Immagino che siamo oltre il professionalismo ora. Probabilmente. Non so neanche perché io le stia ancora facendo, visto che Jon è tornato ora. Beh, “tornato” è una parola grossa.
[Sospiro] Immagino che nessuno mi abbia detto di smettere? Melanie mi ha fatto delle domande sui casi legati alle guerre, quindi ho pensato… Voglio dire, non è neanche che ci siano delle indagini che io possa fare su un’operazione militare italiana non ufficiale da un periodo della storia italiana di cui praticamente non ci sono tracce.
[Sospiro] È passato Jon. Ha chiesto a Melanie di vedere se riesce a rintracciare i proprietari di un vecchio magazzino su a Newcastle, ha chiesto a me di prendergli un paio di libri sulla tassidermia dalla biblioteca. Poi se n’è andato. Di nuovo. Voglio dire, sono contento che sia tornato, e suppongo che sembra fidarsi di noi un po’ di più adesso, ma… E- e sono contento che possiamo aiutare, certo che lo sono. È solo che quello che sta facendo sembra davvero pericoloso. E capisco che lui si preoccupi per noi. Voglio dire, anche noi ci preoccupiamo per lui. Io mi preoccupo. E dovremmo solo-
BASIRA
Potresti passarmi quella penna?
[Farfuglio agitato e sorpreso]
MARTIN
Oh, er… Ciao Basira…
Um, da quanto sei lì?
BASIRA
Erm, non lo so. Un paio d’ore? Perché?
MARTIN
N-non hai detto nulla.
BASIRA
Sì, stavo leggendo.
[Martin si schiarisce la voce]
Avevi bisogno di me?
MARTIN
No… erm, è solo...er, mi sento un po’... in imbarazzo?
BASIRA
Per cosa?
MARTIN
Beh, stavo solo, registrando una dichiarazione e le note e…
BASIRA
Ah. Era… bello?
MARTIN
Non stavi ascoltando?
BASIRA
No, stavo leggendo.
MARTIN
È solo…
BASIRA
Erm, vuoi che trovi un altro posto dove leggere? Un posto più… Non so, evidente?
MARTIN
No, scusa, mi hai solo sorpreso, tutto qui.
BASIRA
Scusa
MARTIN
Va tutto bene.
Cosa stai leggendo?
BASIRA
Introduzione all’Alchimia. È, um, molto interessante, a dire il vero - sai, molti dei simboli che la gente usa vengono dall’astrologia e dall’alchimia. Come il simbolo che tutti pensano sia il simbolo della donna è in realtà il segno astrologico di Venere, il che significa che indica anche il rame in alchimia. Il che è un po’... Cosa?
MARTIN
Nulla… [risata nervosa] stavi solo… Stavi leggendo un libro diverso ogni volta che ti ho vista questa settimana.
BASIRA
Beh, è il mio lavoro ora.
MARTIN
Pensavo quasi che il tuo lavoro fosse essere un ostaggio.
BASIRA
Voglio dire, immagino, ma… cosa? Vuoi che me ne stia solo seduta a deprimermi? C’è una biblioteca enorme lassù… e questa roba è piuttosto affascinante.
MARTIN
Non dovresti, non so, cercare di scappare?
BASIRA
Certo. Com’è andata a te?
MARTIN
Come?
BASIRA
Da come ne parla Tim, siamo tutti sulla stessa barca qui. Quindi, come sta andando il tuo piano di fuga?
[Suoni di confusa esasperazione]
MARTIN
Come… Non ti disturba?
BASIRA
Cero che mi disturba, ma mi disturbano molte cose che non posso cambiare. Quindi sfrutto queste cose al meglio.
E, hey, non puoi mai sapere, magari c’è qualcosa in questi libri che ci può aiutare.
MARTIN
Questo è… huh, questo è un buon punto a dire il vero.
BASIRA
…
Quindi, er… Vuoi che mi sposti?
MARTIN
No, no, ho praticamente finito. Continua a leggere.
[Fruscio di carta]
Non c’è molto altro che possiamo fare.
[CLICK]
[Traduzione di: Silvia]
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