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ARCHIVISTA
Lo ripeta, per favore.
JORDAN
Mi scusi?
ARCHIVISTA
Quello che ha detto, può ripeterlo, così che possa averlo su nastro?
JORDAN
Oh, okay.
“Jane Prentiss è morta.”
ARCHIVISTA
Ne è sicuro. Completamente.
JORDAN
Sì. Ho assistito alla cremazione.
ARCHIVISTA
E non ci sono state… complicazioni?
JORDAN
Tipo… cosa?
ARCHIVISTA
Vermi superstiti che sono scappati, uh, movimenti del corpo durante la cremazione, rumori dal corpo, come grida o cantilene, sensazioni bizzarre, come se un migliaio di minuscoli esseri si muovessero sulla sua pelle?
JORDAN
Wow! No, niente del genere. Solo la puzza, ma, voglio dire, ci arriverò.
È andata bene. Non è rimasto nulla se non le ceneri che ho dato al suo amico. Cosa che non avrei dovuto fare, comunque, quindi se lo tenga per lei.
ARCHIVISTA
Assolutamente. E grazie.
JORDAN
Certo.
ARCHIVISTA
Sono passati mesi, però. Perché sta rilasciando la sua dichiarazione solo ora?
JORDAN
Non è proprio… non è stato solo bruciare il suo corpo. Sono anche stato quello che si è occupato per primo del vespaio nel suo vecchio appartamento.
ARCHIVISTA
Oh…
JORDAN
Già! Ma ci sono alcune cose a cui ho pensato, mettendo insieme i pezzi, e ho pensato, beh, probabilmente voi ragazzi dovreste saperle.
ARCHIVISTA
Giusto. Beh, cominci dall’inizio, da dove si sente più a suo agio. Dichiarazione di Jordan Kennedy riguardo…?
JORDAN
Diverse cose strane che ho trovato lavorando nel controllo parassiti.
ARCHIVISTA
Dichiarazione registrata direttamente dal soggetto, il 3 novembre 2016.
Inizio della dichiarazione.
JORDAN (DICHIARAZIONE)
Ho lavorato come disinfestatore per quasi dieci anni ormai. Dovrei dire controllo parassiti, in realtà - La BPCA [Associazione Controllo Parassiti Britannica] in genere sconsiglia di usare la parola con la D. Pensano che suoni un po’ troppo spiacevole, che sia un danno alla nostra immagine pubblica. Non mi è mai importato veramente. Voglio dire, immagino si potrebbe dire che uccidere cose è un modo di esercitare controllo su di esse, ma ho sempre pensato che cercare di edulcorare il mio lavoro sia in un qualche modo un po’ disonesto. Come se si cercasse di aiutare la gente a dimenticare che quello che stanno facendo in realtà è commissionare la morte di creature che reputiamo troppo disgustose o malsane per vivere. Va fatto, non mi fraintenda, e sono abbastanza contento di farlo, non è compito mio tenere le persone per mano e farle sentire meglio al riguardo.
Ho fatto posti in tutta Londra - principalmente grandi edifici commerciali dove ho dovuto lavorare di notte, quando tutti i banchieri e simili erano andati a casa. Installare trappole, posizionare scatole di veleno, il solito. Le case residenziali non mi chiamano tanto spesso per ratti e topi, soprattutto se sono posti in affitto. La maggior parte dei proprietari non si scomodano a pagare per quel genere di cose, o cercano di occuparsene loro stessi.
Ci arrivano un sacco di chiamate per le cimici dei letti, però. È un inferno liberarsi di quei piccoli bastardi, e ovviamente all’inizio dell’estate dobbiamo occuparci di parecchi vespai. Spolvera il tutto con una generosa dose di grilli, formiche e occasionalmente anche uccelli o volpi, e ottieni una buona idea di ciò di cui consiste la mia vita lavorativa. Piuttosto normale.
La mia prima chiamata bizzarra fu circa cinque anni fa. Si trattava di formiche - o così mi era stato detto. Giù a Bromley. La casa in questione sembrava una normalissima casa di periferia. Forse un po’ più degradata di quelle vicine, ma non c’era nulla di particolarmente insolito in quello, soprattutto se avevano chiamato me. Non c’era la macchina nel vialetto, e le tapparelle erano tutte abbassate nonostante il sole estivo. Non sembrava ci fosse nessuno in casa.
Scoprii più tardi che effettivamente era stato uno dei vicini a chiamarmi, una donna di nome Laura Star, ma a quel punto mi aspettavo ancora di incontrare qualcuno in casa. Bussai alla porta ma ovviamente non ci fu risposta.
Ora, indosso sempre i guanti quando sono al lavoro e quando guardai la mia mano, notai una leggerissima patina dove il cuoio sottile aveva toccato il legno. Sembrava essere un qualche tipo di residuo oleoso. Mi sentivo meno a mio agio con il lavoro ogni secondo che passava. Non sentivo niente dall’interno, quindi bussai di nuovo. La donna che mi aveva assunto aveva detto che sarei potuto entrare da solo, ma non volevo semplicemente piombare dentro non annunciato.
Dopo alcuni secondi di silenzio, provai la maniglia, e guarda caso, la porta si aprì. Non c’erano luci all’interno, e il posto sembrava quasi completamente privo di mobilio. Vidi un leggero movimento sul pavimento di legno mentre cercavo l’interruttore. Lo trovai abbastanza in fretta e lo premetti, rivelando esattamente quello che mi aspettavo. Formiche. Solo che non me ne aspettavo così tante. E ce n’erano davvero così tante. Ancora oggi non ho mai visto più formiche in un edificio nello stesso momento. Ce ne dovevano essere migliaia a tappezzare il pavimento e a brulicare sui muri.
Tolsi la mano dall’interruttore e vidi che ce n’erano dozzine a zampettargli intorno. Persino la lampadina sembrava esserne ricoperta, il che faceva sì che la luce nella stanza fosse coperta di ombre che si contraevano. La casa stessa non sembrava messa molto meglio.Ovunque ci fosse uno spazio tra le formiche vedevo quello stesso marciume oleoso, e non riuscivo a non pensare che l’edificio fosse in qualche modo malato.
Ora, ho visto molte cose disgustose in questo lavoro, ma ritengo che quel momento sia stato uno dei più intensi. Tornai rapidamente al mio furgone per decidere la mia mossa successiva. Normalmente, avrei lasciato qualche esca avvelenata perché la riportassero alla loro colonia, eliminando il problema alla fonte, ma un’infestazione di quel livello, beh, non compare dal nulla.
Dovevo farmi un’idea di cosa fosse esattamente ciò con cui avevo a che fare. Persino dalla strada riuscivo a vedere un flusso costante che scorreva fuori dalla porta aperta e sui gradini. Mi attrezzai con spray pesticida ed entrai per dare un’occhiata più da vicino. Normalmente non perderei tempo a usare lo spray per le formiche, ma questo non era normale, e la formula che stavo usando funziona tranquillamente sulle formiche. Detto questo, non ne vidi neanche una effettivamente morire. Non mi aspettavo che lo facessero immediatamente, comunque, e l’importante era che ovunque io spruzzassi, loro scappavano, liberando un percorso di pavimento scolorito su cui potevo camminare.
Fu un processo lento, ma feci la maggior parte del piano terra così, e non vidi altro se non altre formiche. Nessuna persona, nessun mobile, nulla. Infine raggiunsi la cucina e vidi il frigo.
Non c’era nient’altro in quella cucina. Anche il lavandino era stato rimosso, lasciando solo le tubature dell’acqua che spuntavano dalla parete, come ossa malate e arrugginite. Ma appoggiato al muro opposto c’era un vecchio frigo. Il suo rivestimento un tempo bianco era ora giallo itterico, e non riuscivo proprio a togliermi di dosso l’idea che stesse pulsando leggerissimamente. Spesse formiche nere giganti brulicavano dalla crepa nella sua porta e io non ebbi alcun dubbio che qualunque cosa fossa al centro di quella situazione incredibilmente spiacevole si trovasse in quel frigo.
Quindi, decisi che sarebbe stata una buona idea uscire per una sigaretta prima di aprirlo. L’aria all’esterno sembrava molto più fresca quando lasciai la casa. Mi allontanai di alcuni metri dalla porta, così che non fossi troppo vicino, e poi accesi. Fu mentre facevo il primo tiro che vidi una macchina entrare nel vialetto. Era una piccola compact, e la targa sembrava indicare che era stata comprata solo l’anno prima. Ma nonostante questo, vedevo che la ruggine cominciava a formare bolle nella vernice vicino ai bordi del pannello.
Osservai mentre la porta si apriva e ne uscì un uomo. Era alto, forse quasi due metri, ma era difficile essere sicuri della sua figura dentro l’enorme completo marrone che stava indossando. Lanciò uno sguardo a me, poi all’insegna sul fianco del mio furgone che diceva “Controllo Parassiti Kennedy”, e la sua faccia cominciò a contrarsi di rabbia.
Feci un altro tiro della mia sigaretta. Ero… a disagio riguardo l’intera faccenda, e stavo aspettando di vedere cosa l’uomo dall’aspetto strano avrebbe fatto. Camminò verso di me, larghe falcate che lo portarono tanto vicino che potevo vedere il malsano luccichio di sudore sulla sua pelle. Era tutto malato, là?
Si sporse verso di me avvicinandosi decisamente più di quanto trovassi opportuno e pretese di sapere cosa stessi facendo. Gli dissi che la proprietaria della casa mi aveva assunto per occuparmi di un’infestazione di formiche, e stavo facendo una perlustrazione preliminare. Lui cominciò a scuotere la testa violentemente, dicendo che era lui il proprietario, che quella era la sua casa, e io non avevo alcun diritto di essere lì. Beh, non furono quelle le sue esatte parole. Ciò che disse veramente fu che non avevo alcun diritto di “portare il mio vile mestiere sulla sua proprietà”.
Ero sul punto di tirare fuori il telefono e chiamare la donna che mi aveva assunto quando la sua mano scattò senza preavviso e mi afferrò per la gola. Mi sollevo da terra con una tale forza che mi terrorizzò, e fui molto lieto che, anche con il cappuccio giù, la mia tuta protettiva mi tenesse il collo coperto. Riuscivo a sentire la sua mano attraverso la spessa plastica. Era calda, come se avesse una febbre terribilmente alta, e cominciai ad andare nel panico.
Mi tenne lì, a quasi trenta centimetri dal pavimento, e la mia vista cominciò ad appannarsi mentre mi stringeva la gola. Respirando a fatica, agitai il braccio in cerca di qualcosa con cui colpirlo, e realizzai che avevo ancora in mano il mio accendino. Con un grado di calma che, ripensandoci adesso, ancora mi sorprende, feci scattare l’accendino, e lo alzai fino a sotto il suo braccio.
Il risultato fu molto più drammatico di quanto mi aspettassi. Il suo largo completo marrone prese fuoco quasi immediatamente, e nel giro di pochi momenti, tutto il suo braccio era in fiamme. Strillò e mi lasciò cadere a terra. Mentre cominciava a dimenarsi, cercando di fermare il fuoco che si diffondeva sul suo corpo, io barcollai fino al furgone. A quel punto, non importava chi fosse il legittimo proprietario della casa, avevo chiuso con quel lavoro.
Fu mentre mi arrampicavo nel furgone che sentii l’odore. Era la cosa più disgustosa che avessi mai sentito, qualcosa a metà tra un animale morto lasciato al sole, sudore stantio, e uova marce, con giusto una traccia di gomma bruciata. E sotto a tutto questo c’era quell’indefinibile odore di malattia. Sa, l’odore che si sente quando si entra in una stanza in cui qualcuno è stato malato per diversi giorni. Non importa che altro odore ci sia, sotto tutto c’è sempre quel vago ma innegabile puzzo di malattia. Quella era la puzza dell’uomo mentre cercava disperatamente di estinguere la sua carne in fiamme.
Me ne andai, cercando di non vomitare, e non mi voltai indietro. Non chiamai la polizia, anche perché pensavo non sarebbero stati troppo gentili riguardo il fatto che avevo dato fuoco a un uomo, anche se era stato lui ad attaccarmi. Immagino che neanche lui abbia sporto denuncia, perché non venne mai nessuno a interrogarmi.
Quindi, quella fu la prima volta in cui sentii quella puzza.
ARCHIVISTA
Capisco. E l’altra volta fu quando cremò Jane Prentiss?
JORDAN (DICHIARAZIONE)
Non… solo.
Voglio dire, non l’avevo veramente vista. La cremazione è stata la prima volta in cui l’ho vista di persona. Ma un paio di anni fa, fui chiamato a occuparmi del vespaio.
Almeno, così lo aveva chiamato il proprietario al telefono - a quanto pare, uno dei suoi affittuari era rimasto ferito quel giorno, e io ero il primo servizio di controllo parassiti che aveva chiamato ad avere dato disponibilità immediata. Non mi disse il nome dell’affittuario, anche se ovviamente ora so chi fosse. Non mi diede alcun vero dettaglio al telefono, ma sembrava contento di pagare la tariffa per le chiamate di emergenza, quindi presi su la mia attrezzatura per vespe e mi diressi verso Prospero Road.
Era un po’ strano ricevere una telefonata per delle vespe in quel periodo dell’anno. Era fine febbraio o inizio marzo, credo, e faceva ancora parecchio freddo. Comunque, se era un edificio abbastanza caldo, avrebbero già potuto tranquillamente cominciare a essere attive. In ogni caso, mi assicurai di controllare la spessa tuta che usavo per quel genere di lavoro, per assicurarmi che non ci fossero punti deboli o danni. Se erano abbastanza aggressive da fare del male a qualcuno, non avrei corso rischi.
Il nome del proprietario dello stabile era Arthur Nolan. Era un uomo basso con uno sguardo costantemente torvo, capelli bianchi radi, e un sigaro ben masticato. Sembrava che la sua camicia di jeans avesse un tempo contenuto un fisico abbastanza atletico, che era però da tempo salpato. Mi squadrò da cima a fondo mentre scendevo dal furgone, e vidi la sua bocca contorcersi con irritazione per un attimo. Chiaramente, non era colpito.
Gli feci il solito discorso riguardo quello che sarebbe successo, e lui annuì distrattamente prima di mettermi in mano le chiavi dell’appartamento e indicarmi dove si trovava. Se avessi avuto bisogno di qualcosa, disse, sarebbe stato nell’appartamento uno, dove viveva. Consigliai che lui e gli altri inquilini stessero fuori dall’edificio mentre mi occupavo delle vespe, ma lui grugnì soltanto e mi disse di nuovo che sarebbe stato nell’appartamento uno. Gli altri inquilini a quanto pare se n’erano già andati.
Feci il pieno di insetticida ed entrai. Era molto più silenzioso di quanto mi aspettassi. Quando arrivai fuori dall’appartamento quattro, mi sarei normalmente aspettato di sentire il rumore ronzante delle vespe, ma la sera era silenziosa. Aprii la porta lentamente - nessun movimento improvviso che avrebbe potuto allarmare ciò che c’era all’altro lato - ma ancora l’appartamento mi parve vuoto.
Sembrava che ci fosse stato del caos, però, con libri e vestiti disseminati sul pavimento, e lo schermo di una TV in frantumi nell’angolo. Trovai la scala che portava al soppalco nel centro della camera da letto. Era abbastanza piccola, e salire con la mia tuta ingombrante fu complicato, ma arrivai in cima. Ancora nessuna vespa, ma era molto buio, quindi rovistai in giro finché non trovai l’interruttore di una singola lampadina nuda. La luce era molto debole, ma sufficiente per distinguere uno spesso bozzo polposo contro il muro opposto.
Sicuramente non assomigliava ad alcun vespaio che io avessi mai visto prima. Voglio dire, la forma era abbastanza familiare, ma la struttura della superficie era decisamente sbagliata. Sembrava decisamente meno simile alla carta di come sarebbe stato normale, e le pareti erano meno… regolari, deviavano con angoli strani e facevano sì che fosse quasi difficile smettere di guardare. L’intera cosa era spugnosa, trapunta di minuscoli buchi, e in generale sembrava decisamente molto malsana. E, la cosa più preoccupante, non c’erano vespe.
Niente di tutto ciò cambiava il lavoro che dovevo fare, quindi pensai di cominciare come avrei fatto con qualsiasi altro vespaio e vedere se funzionava. Mi avvicinai, rimanendo quanto più lontano da quella cosa l’ugello mi permettesse, e lo spinsi in uno dei buchi più grandi. Affondò quasi senza alcuna resistenza. Presi un respiro profondo, e premetti il grilletto, spruzzando la polvere insetticida a fondo nella massa.
L’effetto fu immediato. L’intera cosa cominciò a pulsare e contorcersi, la sua carne spugnosa che palpitava e ribolliva come un qualche tipo di stucco scadente. Cominciò a crescere in dimensione, sbocciando e coprendo il resto dell’ugello, allungandosi verso di me. E poi cominciò a… urlare. Non il suono di una fuga d’aria, o un ronzio che sembrava un urlo, lo strano vespaio stava emettendo un lungo grido stridente di rabbia e dolore.
Feci cadere la pompa e scesi la scala così velocemente che quasi caddi nell’appartamento di sotto. Riuscivo ancora a sentirlo mentre raggiungevo la porta che dava sul corridoio. La spalancai solo per trovarmi di fronte la faccia di Arthur Nolan, il proprietario, che mi fissava con uno sguardo di delusione.
Annuì e cominciò a camminare lungo il corridoio. Lo seguii, in disperato bisogno di risposte, ma lui semplicemente ignorò le mie domande riguardo cosa diavolo stesse succedendo, riguardo cosa fosse quella cosa, e continuò a scendere le scale verso il suo appartamento. A un certo punto scosse la testa e mormorò qualcosa riguardo l’aver sperato che non si arrivasse a tanto, ma non sembrava lo stesse dicendo a me.
Appena la porta si aprì mi resi conto di quanto scomodamente caldo fosse l’appartamento uno. Il proprietario continuò a ignorare la mia presenza, e raggiunse una poltrona al centro della stanza. Mentre lo faceva, cominciò a sbottonarsi la camicia di jeans.
Più di tutto ciò che era successo, fu quella la cosa che finalmente mi fece bloccare, confuso. Non riuscivo a capire cosa stesse facendo. Mentre si sedeva, la sua camicia si aprì, e vidi quella che sembrava essere un’intricata cicatrice sul suo petto. Se dovessi tirare a indovinare cosa fosse, direi che sembrava una fiamma stilizzata, ma mi fece anche pensare a una faccia contorta dal dolore.
Il tempo sembrava muoversi lentamente mentre lui si allungava verso il posacenere sul bracciolo della poltrona, e prendeva una scatola di fiammiferi. Ne accese uno, e senza neanche guardarmi, premette delicatamente la fiammella al centro della cicatrice.
La sua carne prese fuoco immediatamente. Le fiamme si diffusero sul suo corpo come onde. La poltrona prese fuoco, poi il pavimento, e poi stavo correndo fuori dall’edificio prima che il turbinio infernale coprisse anche me. Questa volta, non me ne andai. Rimasi lì in piedi a guardarlo bruciare finché non arrivarono i vigili del fuoco.
Fu quando il fuoco arrivò all’attico dell’ultimo piano, dove sapevo si trovava ancora l’orribile vespaio. Fu allora che sentii l’odore: la stessa grottesca puzza che era venuta da quell’uomo unto e febbricitante tre anni prima.
Al tempo, non collegai davvero le due cose. Ero troppo impegnato a capire cosa fosse appena successo. E quando i camion dell’ECDC [Centro Europeo per la Prevenzione delle Malattie] arrivarono a mettermi in quarantena, mi passò completamente di mente.
Furono sorprendentemente sinceri riguardo Jane Prentiss e quello che era accaduto, e dopo un esteso colloquio mi offrirono addirittura un lavoro. A quanto pare, il controllo dei parassiti e il controllo delle malattie vanno spesso a braccetto, e ho lavorato per loro da allora. La maggior parte dei lavori sono stati ordinari - un paio strani, ma nulla come quei due.
ARCHIVISTA
Allora perché rilasciare una dichiarazione adesso?
JORDAN
Quando ho aiutato a cremare il suo corpo, ho sentito di nuovo quell’odore. Come prima. Mi ci è voluto un po’ a mettere le cose insieme, ma ho pensato che doveste saperlo.
ARCHIVISTA
Sta dicendo che potrebbero esserci altri come lei in giro?
JORDAN
Dio, spero di no. Non lo so. L’uomo della casa delle formiche, lui non era come lei, per niente.
Ma quell’odore quando sono bruciati… Penso siano collegati, in qualche modo. E questo mi spaventa.
ARCHIVISTA
Sì… sì, spaventa anche me.
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ARCHIVISTA
La dichiarazione del signor Kennedy mi ha lasciato in qualche modo scosso. Per quanto io sia sempre lieto di ricevere nuove prove della chiusura del caso di Jane Prentiss, questo sembra portare con sé l’avvertimento piuttosto serio che lei potrebbe non aver lavorato da sola.
No, questo, questo non sembra giusto. Jane Prentiss - o qualunque cosa fosse questo “alveare di carne” che l’aveva presa - non sembra il tipo di essere che lavorerebbe bene con altri.
La casa a Bromley è stata abbattuta l’anno scorso, ma Martin è riuscito a rintracciare i registri di proprietà. Era elencata come proprietà di John Amherst. Dalle date non è chiaro se questo fosse appena prima o appena dopo quando prese apparentemente in carico la Casa di Riposo Ivy Meadows, ma non c’è dubbio che si tratti della stessa persona. Tutti i registri di proprietà della casa delle formiche hanno portato a vicoli ciechi o conti in banca disattivati.
Non sembra che lui sia un altro alveare di carne… eppure… Nessuna connessione, se non malattia, e insetti, e cattivi odori quando bruciano.
Jane Prentiss è morta. Ma tutto questo è tutt’altro che finito.
Fine della registrazione.
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Supplemento.
Non… non ho molto da riportare, in realtà. È la settimana di Halloween, il che significa che il dipartimento di ricerca è sempre inondato di dichiarazioni. La maggior parte di queste sono palesemente false, ma il volume significa che hanno chiesto agli archivi di aiutare con l’eccesso di lavoro.
È… stato piacevole, in realtà. Confutare pile di cose senza senso è sembrato bello, come se stessi davvero lavorando, non solo impazzendo a furia di teorie di complotti e paranoia. Sono addirittura riuscito a dormire bene una notte. Mi mancano quei tempi.