MAG044 - Caso 9790302 - "Cuerda Floja"
Caso 9790302. Yuri Utkin. Incidente ocurrido en el pueblo de Algasovo, en Rusia central, en noviembre de 1952.
[Disclaimer/ Aviso]
[MAG043] | x | [MAG045]
seen from China

seen from Poland

seen from United States

seen from United States

seen from United States

seen from South Africa
seen from France

seen from United States
seen from United States

seen from United States

seen from United States

seen from United States
seen from India
seen from South Korea

seen from United States
seen from United States

seen from United States

seen from United States
seen from United States

seen from Russia
MAG044 - Caso 9790302 - "Cuerda Floja"
Caso 9790302. Yuri Utkin. Incidente ocurrido en el pueblo de Algasovo, en Rusia central, en noviembre de 1952.
[Disclaimer/ Aviso]
[MAG043] | x | [MAG045]

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
Free to watch • No registration required • HD streaming
MAG044 - Caso #979032 - “Fune“
[Episodio precedente]
[pdf con testo inglese a fianco / pdf with english text on the side]
[CLICK]
GERTRUDE
Caso 9790302. Yuri Utkin. Evento accaduto nel paese di Algasovo, Russia centrale, nel novembre del 1952. Dichiarazione rilasciata il 2 marzo 1979. Trasposta su nastro il 15 aprile 1997.
Registra Gertrude Robinson.
GERTRUDE (DICHIARAZIONE)
Da bambino, ho sempre amato il circo. Sono cresciuto nel villaggio di Algasovo, nel mezzo della steppa boscosa. Eravamo minuscoli, decisamente lontani dall’interesse del райсовет [i “raysovet”, Consiglio Distrettuale], e per questo eravamo una comunità abbastanza povera, con poche speranze di essere inseriti negli itinerari dei circhi se non come tappa di passaggio. Ogni anno portava me e mio fratello Ivan, e viaggiavamo fino giù a Morshansk per vedere il circo non appena arrivava.
Giocolieri, acrobati, animali selvaggi… mi toglieva il fiato ogni volta. I miei preferiti erano i clown. Non come li immaginereste voi; ho visto quelli che chiamate clown in questo Paese, ma a quel tempo i clown raccontavano davvero barzellette, non si colpivano semplicemente a vicenda per poi cadere a terra. Non sempre capivo le barzellette che raccontavano, ma c’era qualcosa di intossicante nello stare là seduto, circondato da persone che ridevano e applaudivano. Anche se non sempre condividevo il loro divertimento, condividevo sempre la loro gioia.
Non mi sono mai piaciuti gli acrobati, però. Li guardavo dondolarsi dalla cima del tendone, saltando tra i trapezi o camminando sulle funi, e sentivo una stretta al petto, e nella mia mente riuscivo solo a vederli cadere sul pavimento coperto di sabbia. Non ho mai sofferto di vertigini, badate; passavo metà delle mie estati in cima agli alberi più alti che riuscivo a trovare. Quando avevo sei anni, il mio migliore amico Piotr era caduto mentre ci arrampicavamo insieme. Era sopravvissuto, ma si era rotto la gamba così malamente che ancora oggi cammina zoppicando. Da quel momento, quel lungo terribile momento in cui l’avevo visto cadere, quando vedevo gli acrobati volare nell’aria a fatica riuscivo a non chiudere gli occhi. Comunque, questo non cambia il fatto che la mia visita al circo a Morshansk rimane tra i ricordi più felici che ho della mia infanzia.
Un giorno di inizio novembre, il circo venne ad Algasovo. Dire che questo era strano sarebbe un eufemismo. Come ho detto, eravamo un piccolo villaggio, e decisamente lontani dall’interesse delle troupe che attraversavano la regione. In più, l’inverno stava cominciando a farsi sentire, e ci sarebbero voluti mesi prima che ricominciasse la stagione delle tournée.
Allora, come adesso, tutti i circhi erano posseduti e gestiti dal governo, cosa che è presa molto seriamente, quindi l’idea che ci potesse essere una compagnia indipendente che era semplicemente capitata ad Algasovo era impensabile. C’erano sempre dicerie riguardo vagabondi o nomadi che avevano messo su un loro spettacolo, ma si trattava sempre di cose piccole, sempre in parte pronti ad andarsene se qualcuno li avesse denunciati al сельсовет [“selsovet”, Consiglio di Villaggio] locale. Questo circo era enorme, facilmente grande quanto quelli che avevo visto a Morshansk. I camion attraversarono il villaggio poco prima dell’alba, e ora che fu sera erano lì nel prato a est del paese. Sopra all’entrata c’era una grande insegna di legno dipinta di colori sgargianti su cui c’era scritto “Другой Цирк” [“Drugoy Tsirk”], “Un Altro Circo”.
Supplicai mio padre di andare. Lui era stanco, ma divenne chiaro che quasi tutti nel villaggio avevano in programma di fare una visita, anche se solo per capire se avessero dovuto fare una denuncia al сельсовет più tardi. Presto ci stavamo avviando in folla nella gelida sera di novembre verso le tende colorate e le luci brillanti. Mentre ci avvicinavamo, sentii un acuto suono di canne. Non avevo mai sentito prima un organo a vapore, non lo usavano negli altri circhi che avevo visitato, e trovai il suono rinvigorente. C’era qualcosa nel suo strillo che mi entusiasmava, sebbene quella fu l’ultima volta in cui fui in grado di sentire un simile suono senza essere riempito del terrore più profondo.
Non c’era una recinzione all’esterno, ma invece il cancello svettava solo davanti al circo, con il nome illuminato da lampade a gas su entrambi i lati. Non era una sorpresa che un tale posto non avesse l’elettricità come quelli a Morshansk, ma comunque sembrava che le ombre tremanti che quelle lampade proiettavano fossero più nette di quelle a cui ero abituato. Vicino al cancello c’era una donna bassa in calzamaglia, apparentemente incurante del freddo. Mentre il nostro gruppo si avvicinava, lei cominciò a sventolare una mano con un movimento lento e languido e ci chiamò dicendoci di entrare. Il circo era aperto, disse, ed eravamo tutti i benvenuti. La sua voce era strana. Il russo che parlava era perfetto, ma il suo accento, la sua intonazione erano completamente sbagliati; ogni volta che parlava era brusca e ripetitiva, come un disco graffiato.
Se mio padre e i suoi amici lo notarono, non ne diedero alcun segno, anche se erano già abbastanza sospettosi. A me non importava. Ero troppo emozionato per il circo. Ivan era anche più appassionato di me, e al sentire questo invito, schizzò fuori dalla folla e corse impaziente verso il cancello. E poi fu come se un qualche incantesimo si fosse spezzato, e la stanchezza sembrò sparire all’improvviso. Mio padre prese la mia mano e mi condusse sotto quell’insegna sgargiante, pagando i cinque rubli per l’entrata.
Oltre questa c’erano altre lampade a gas che proiettavano il loro pallido bagliore su tende e carri. Quel fischiante organo a vapore continuava a suonare, dando al posto un senso di vita ed energia, e l’aria era piena di dolci profumi. Da oltre la tenda arrivava il ruggito di un felino, e io lasciai la mano di mio padre e corsi avanti a vedere. Infatti, là, seduto dietro spesse barre di ferro, c’era l’intensa faccia arancione di una tigre. Ero incantato. Il suo pelo era spesso e brillante, e la sua bocca si arricciava rivelando lunghi denti di un bianco brillante. Avevo visto orsi e leoni in passato, e una volta persino un elefante, ma non avevo mai visto una tigre dal vivo prima. Mi chinai in avanti, fino a che tra noi c’erano solo quindici centimetri e qualche sbarra di ferro arrugginito.
Mentre fissavo la bellissima creatura davanti a me, quella ha mosso la testa. Era una cosa stranissima da guardare. Sembrava cambiare posizione lentamente, come una bambola a cui vengono torti gli arti, ma la faccia rimaneva completamente immobile. La bocca restava arricciata a rivelare i denti, le orecchie restavano all’erta e puntate in avanti, e gli occhi continuavano a fissare fuori, anche se mentre prima sembravano brillanti, ora avevano quasi un aspetto vitreo. Senza preavviso ruggì, lo stesso potente grido di violenza che avevo sentito prima, ma quando lo fece io mi ritrassi per la sorpresa. La bocca della tigre non si era mossa.
Mentre barcollavo indietro, sentii una grande mano sulla mia spalla, guardando in su vidi due enormi uomini in tuta da lavoro. Mi sollevarono con facilità, così che i miei piedi erano appesi a quasi mezzo metro dal suolo. Parlavano velocemente, un russo grossolano, e le loro parole sembravano spostarsi avanti e indietro tra i due, mente mi dicevano che la tenda era off limits, e che dovevo lasciar stare la tigre perché non era ancora pronta per esibirsi. Almeno, questo è ciò che pensai mi avessero detto al tempo. Fu solo più tardi che mi resi conto che la loro frase esatta era stata che la tigre “non era finita”. Mi riportarono di peso da mio padre e mi misero giù vicino a lui. Lui li ringraziò, e mi chiese si avessi visto mio fratello.
Ivan non era ritornato dopo che era corso via attraverso il cancello, e mio padre stava cominciando a preoccuparsi. Se ne stava a parlare con un uomo pallido in uno sgargiante cappotto nero, che io supposi fosse il direttore del circo. Questo appariscente uomo disse che non c’era ragione di allarmarsi, che avrebbe chiesto alla sua gente di tenere gli occhi aperti, e che Ivan sarebbe senza dubbio tornato quando lo spettacolo fosse stato sul punto di cominciare. C’era molto da esplorare nel circo, disse pazientemente a mio padre, e i bambini spesso lasciano che il loro entusiasmo abbia la meglio in quel posto nuovo e strano, ma ancora non ne avevano mai perso uno. Quest’ultima parte la disse con un sorriso che immagino volesse essere rassicurante, ma mi ricordò troppo la tigre con i suoi denti brillanti e immobili.
Li lasciai là a discutere e mi misi alla ricerca di Ivan. Nella mia mente da bambino di dieci anni ero sicuro che sarei stato in grado di capire dove si fosse messo a vagare il mio fratellino. Sarei tornato trionfante, e mio padre avrebbe raccontato a tutto il villaggio quanto ero stato bravo. Mentre camminavo, rimasi affascinato dalle lampade a gas tremolanti, alcune chiare e brillanti, altre dietro a vetri colorati, e decisi che anche Ivan doveva esserne stato attratto. Quindi le seguii intorno alla tenda, e attraverso i carri e i camion, finché non mi trovai in piedi davanti a una tenda più piccola, in disparte rispetto al tendone. Aveva un’altra insegna di legno in cima. Questa sembrava essere scritta in inglese; al tempo non capii cosa dicesse. Sapendo ciò che so ora, penso dicesse, “Fenomeni da Baraccone”.
Ora dovete capire che i fenomeni da baraccone non erano parte del circo sovietico. In effetti, penso che anche in America quella pratica sia entrata in disuso già da molti, molti anni, quindi non avevo alcuna idea di cosa aspettarmi quando entrai a cercare Ivan. Ciò che vidi all’interno è una delle ragioni principali per cui sono così sicuro che la mia esperienza meriti di essere nella vostra biblioteca. È la ragione per cui andai a studiare medicina a Mosca, per le persone, se possono essere chiamate così, che vidi là, con proporzioni e forme corporee talmente grottesche che diventai ossessionato dall’imparare come potessero comunque essere vive.
Fu solo dopo molti anni della mia formazione medica che finalmente accettai che, scientificamente, certe cose non erano possibili. Una bocca non può funzionare se è localizzata in qualunque posto non sia la faccia. Gli arti non si possono piegare come gomma. Un uomo non può camminare e parlare e guardare senza una testa. Perdonerete, spero, la mia mancanza di descrizioni precise. Sono passati 27 anni da quella notte, e non riesco più a distinguere chiaramente cosa sia un ricordo e cosa sia un incubo.
Camminai lungo la fila di gabbie. Gli altri pochi visitatori che erano arrivati a quella tenda si voltavano velocemente e se ne andavano con volti pallidi e gambe tremanti, ma io ero determinato a trovare Ivan. Chiusi gli occhi mentre camminavo, aprendoli solo momentaneamente ogni pochi passi per controllare se lui fosse lì. Lo chiamai, ma non ci fu risposta, né da mio fratello, né dalle cose silenziose nelle gabbie. Finalmente, raggiunsi la fine della tenda. L’ultima gabbia era vuota, fatta eccezione per un grande sacco di iuta. Era legato con una spessa corda, avvolta intorno a esso così stretta che era rigonfio negli spazi tra il suo vincolo . Trovai momentaneo conforto nel fatto che fosse decisamente troppo grande per essere Ivan. Comunque, mi sorpresi ad avvicinarmi, la curiosità aveva momentaneamente superato il mio crescente senso di terrore. Poi, in lontananza, l’organo a vapore cominciò a suonare, annunciando l’inizio dello spettacolo, e il sacco cominciò a muoversi.
Si contorse, pulsando e palpitando come lo stomaco di un animale ferito, e cadde pesantemente in avanti. Gridai e fuggii fuori nella notte gelida. Fu solo quando stavo per passare di nuovo dal cancello di legno che mi fermai, ricordando che, anche se Ivan fosse scappato come me, mio padre era ancora in quel posto terribile. Presi la decisione di salvarlo, e ritornai verso la tenda principale. La luce si riversava all’esterno dall’entrata aperta, mentre l’organo a vapore continuava a suonare.
Entrai e vidi due clown che lottavano. Non le routine di slapstick dei clown a cui ero abituato, zeppe di giochi di parole e satira, ma una violenza da far stringere i denti che non avevo mai visto prima. Uno di loro, enorme e accigliato, vestito a pois bianchi e viola, inchiodava al terreno il suo compagno più basso, la cui camicia giallo acceso era ora macchiata di rosso. A ogni colpo del clown più alto, la folla, tra cui riuscivo a vedere chiaramente mio padre, ululava con risate e applausi. Le risate non suonavano normali. Nulla di tutto ciò era normale. Era come se stessi guardando una tenda piena di crudeli sconosciuti, ognuno dei quali indossava un volto che conoscevo fin dalla nascita.
Poi il mio sguardo si volse verso l’alto, alla fune tesa tra gli imponenti pali della tenda, e il mio cuore si fermò. A metà strada, vacillando su gambe troppo corte per riuscire a mantenere l’equilibrio come si deve, c’era Ivan. Qualsiasi altra cosa fu dimenticata mentre lo osservavo là, e i suoni del mondo intorno a me sfumarono. La domanda di come fosse arrivato lassù, o come fosse riuscito ad arrivare a metà del sottile cavo di metallo, non mi passò neanche per la mente. Non riuscivo a pensare ad altro se non al prossimo passo che lo avrebbe fatto cadere sul suolo incrostato di sabbia, cerone e sangue.
Nessun altro nel pubblico o sulla pista sembrava averlo notato lassù, e la mia gola si era chiusa troppo perché potessi gridare loro qualcosa. Non riuscivo a fare nulla se non guardare Ivan fare un altro passo lungo la fune. Oscillò da una parte, poi dall’altra, e vedevo che stava piangendo, le lacrime cadevano al suolo come singole gocce di pioggia. Fece un altro passo. E poi un altro. Non cadde. Osservai stupefatto mentre mio fratello di sette anni camminava e camminava. Il mio cuore era ancora contratto per la paura, e non riuscivo a respirare. Ivan fece il suo passo finale, alzò il piede destro, e lo appoggiò sulla piattaforma sul palo opposto. Ce l’aveva fatta. Si aggrappò al palo e si spostò intorno a esso e fuori dalla visuale.
Non so per quanto tempo rimasi lì a fissare, ma sembrò solo un momento dopo che sentii la mano di mio padre afferrarmi per la spalla. Mi girai e lo vidi lì in piedi con Ivan al suo fianco. Aveva uno sguardo in viso come se avesse mangiato qualcosa che era andato a male, e senza una parola ci condusse fuori dal circo ci riportò a casa. Il campo era vuoto la mattina seguente.
Nessuno nel nostro villaggio parlò mai di quella notte, e quando il circo statale venne a Morshansk l’anno successivo, mio padre non offrì di portarci, e noi non lo chiedemmo.
Per molti anni, pensai che forse si era trattato di un qualche strano sogno o di un ricordo distorto, perché nessuno ammetteva mai che fosse accaduto. Ma lo chiesi a Ivan quando crescemmo, e lui disse con esitazione che ricordava che era arrivato il circo, ma tutto da dopo che era corso attraverso il cancello era un’immagine sfocata. Insistetti sull’argomento e lui scosse solo la testa. Non ricordava cosa fosse successo, disse, ma faceva ancora degli incubi terribili. Ogni novembre, intorno a quando il circo era venuto ad Algasovo, sognava di essere ancora là. Riusciva a sentire l’odore della segatura e l’organo a vapore che suonava, ma non riusciva a muoversi. Nel sogno si trovava legato stretto con una corda grezza e intrappolato in uno spesso sacco di iuta. Mi ricordavo quelle notti. Si svegliava sempre urlando.
GERTRUDE
Commenti finali: sembra, da quanto riesco a capire, che Yuri Utkin e suo fratello siano stati parecchio fortunati nel loro incontro con il circo, dal momento che entrambi sono scappati con soltanto un significativo trauma psicologico. Una conclusione decisamente docile per chi si sia imbattuto nella troupe di Gregor Orsinov, specialmente dal momento che questo dovrebbe essere accaduto nei giorni dell’apice della loro tournée. Se fosse accaduto negli anni ‘70, dopo che Denikin se n’era andato, allora forse sarebbe stata meno una sorpresa, ma per come stanno le cose, penso sia in qualche modo straordinario che l’intero paese sembri esserne uscito ancora intero. Ovviamente è un bene che il bambino sia sopravvissuto, ma questo stuzzica il mio interesse per Ivan Utkin. Sfortunatamente, sembra sia deceduto nel 1984, ma deve essere stato qualcosa di davvero speciale.
[CLICK]
________________________________________
[CLICK]
ARCHIVISTA
Supplemento. Questo è il primo dei nastri che ho ricevuto da Basira.
Fortunatamente sembra che Gertrude non fosse tanto negligente nel catalogare come si deve questi nastri rispetto a quanto lo è stata con il resto dell’archivio. Sebbene fornisca un interessante contesto per la dichiarazione di Leanne Denikin e questo strano circo, devo ammettere di essere un po’ deluso dal fatto che non risponda a nessuna delle mie più pressanti domande riguardo alle cassette di Gertrude.
Perché ha cominciato a registrarli? E perché ha smesso? Se avesse continuato a farlo fino alla sua morte, avrebbe probabilmente completato l’intero archivio e… in più non avrei dovuto trovare questo nastro nascosto nel ripostiglio, coperto di polvere e ragnatele.
In più, lei sa chiaramente molto più di quanto stia succedendo qui di quanto avessi inizialmente immaginato. Questa non è decisamente la prima volta in cui ha incontrato “L’Altro Circo”, o “Il Circo dell’Altro” o come vada tradotto. Immagino dovrò restituire questo nastro a Basira, e aspettare finché non riesca a procurarmene un altro. È esasperante dover solo… aspettare in questo modo, ma c’è poco altro che io possa fare.
Inoltre, penso che qualcuno possa aver trovato questi… nastri segreti. Non sembra siano stati spostati, ma il cassetto in cui li tenevo è leggermente più aperto rispetto a come l'avevo lasciato. Non ne ho fatto parola con gli altri, perché se uno di loro avesse aperto il mio cassetto per ragioni innocenti, non voglio far sapere loro che c’è qualcosa di significativo riguardo i nastri al suo interno. Ho staccato una delle assi del pavimento, e li nasconderò sotto a essa d’ora in poi.
Fine del supplemento.
[CLICK]
[Traduzione di: Silvia]
Episodio successivo




