OGNI PIETANZA ormai può ascendere ai cieli dorati della cucina d’autore, essere corretta o reinventata da cuochi internazionali, meritarsi diluvi di stellette e forchettine: ma la pasta fredda resta un caposaldo della vita studentesca e non accetta estrose nobilitazioni!
Sta lì, da sempre nel desolato frigorifero di universitari fuorisede, uno scodellone bianco che troneggia nel vuoto bianco e gelato, come un igloo rovesciato sul pack della malinconia speranzosa.
Dopo aver vagabondato per la città, dopo aver discusso dei massimi sistemi o della bella mora che proprio non ci sta con nessuno, si finiva nell’appartamentino di qualche aspirante filosofo ventiquattrenne, di qualche potenziale ingegnere con tre esami sul libretto, di qualche giovane attore in attesa perenne di una convocazione: alle tre di mattina tornava la fame, ma nessuno aveva voglia di cucinare, e allora qualcuno apriva lo sportellone del frigo, come si stappa il vaso delle belle illusioni.
«C’è un po’ di pasta fredda», avvisava con soddisfazione l’avamposto degli uomini perduti. Non si sa da quanto tempo stava là dentro, da un giorno, due, tre, tanto la pasta fredda non invecchia o lo fa molto lentamente.
Era un ammasso di pennette lisce condite con qualsiasi cosa: tonno, soprattutto, perché le dispense universitarie, quelle in cucina, sia chiaro, contengono sempre confezioni di scatolette di tonno comprate in offerta speciale a blocchi da dieci, e poi quel mais gallinaceo, che addolcisce e fa comunque allegria, e poi pezzetti un po’ ingialliti di mozzarella, tocchetti di formaggio scadente e di pomodoro tagliato in fretta, a volte persino una manciata di capperi portati in un vasetto dal sud. Un magma gelido, un pandemonio di ingredienti gettati un po’ a caso, un bendiddio di cui essere grati.
In frigo si trovava anche qualche birretta già aperta e sfiatata o una boccia di vino bianco dei castelli, un litro di mal di testa assicurato. Era la felicità divisa gioiosamente in piatti di carta, cibo per prolungare la notte a oltranza. Non finiva mai, quella pasta fredda, si prendeva, si riprendeva e ce n’era sempre ancora in fondo alla scodellona, sempre buona per l’indomani. Aveva il potere magico dell’autorigenerazione, era una manna senza fine.
«Mamma mia quanto è buona», commentava il giovane filosofo calabrese, «Una mano santa», ribadiva l’ingegnere senza esami, «E chi se la scorda più una pasta così», concludeva il poeta tardo-crepuscolare.
E già, chi se la scorda più quella pasta fredda e quelle nottate di parole e sogni, chi può mai dimenticare la fame bellissima della giovinezza.