Sprezzatura è un ritmo morale, è la musica di una grazia interiore; è il tempo, vorrei dire, nel quale si manifesta la compiuta libertà di un destino, inflessibilmente misurata, tuttavia, su un’ascesi coperta. Due versi la racchiudono, come un astuccio l’anello: «Con lieve cuore, con lievi mani / la vita prendere, la vita lasciare...». Si coniuga – meglio, si coniugava – alla razza, ma è anche del poeta, col suo orrore nativo di facilità, castimonia, eufemismo, promiscuità, pesantezza, indebita fretta. Né l’uomo bennato – se ancora ne esista uno – né lo scrittore di buon sangue immaginerà di poter usare l’obliqua per la retta parola, di indugiare sul peggio, di abbreviare vilmente l’inevitabile. Somigliano, l’uno e l’altro, a quei gentiluomini di Balzac che non avevano nulla di nuovo né di vecchio, in cui nulla brillava ma tutto attraeva lo sguardo, la cui distinzione d’oggi era quella di ieri e sarebbe stata quella di domani.
Prima d’ogni altra cosa sprezzatura è infatti una briosa, gentile impenetrabilità all’altrui violenza e bassezza, un’accettazione impassibile – che a occhi non avvertiti può apparire callosità – di situazioni immodificabili che essa tranquillamente «statuisce come non esistenti» (e in tal modo ineffabilmente modifica), ma attenzione. Non la si conserva né trasmette a lungo se non sia fondata, come un’entrata in religione, su un distacco quasi totale dai beni di questa terra, una costante disposizione a rinunciarvi se si posseggono, un’ovvia indifferenza alla morte, profonda riverenza per più alto che sé e per le forme impalpabili, ardimentose, indicibilmente preziose che quaggiù ne siano figura. La bellezza, innanzi tutto, interiore prima che visibile, l’animo grande che ne è radice e l’umor lieto.