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SPECIALE / FÜSCH! - Parte 2
Siamo persone di parola, per cui come promesso siamo tornati. La tentazione di non mantenere l'accordo era forte, ma il primo di aprile è ormai lontano e abbiamo convenuto fosse cosa giusta non fare troppo i furbi - scherziamo, ovviamente. Per chiunque si fosse perso la prima parte dell'articolo, uscita ieri, ricordiamo che può trovarla facilmente nell'archivio, con il titolo “Füsch! - Speciale parte 1”.
Eccoci dunque alla seconda parte del nostro speciale sui Füsch!, band formatasi nel 2011 a Monte Croce, frazione di Leffe, nel bergamasco. Dopo un rapido excursus biografico ed un primo approccio alla loro produzione musicale ci eravamo lasciati proprio sul più bello, là dove la nostra vicenda entrava nel vivo. Riprendiamo allora subito il discorso da dove ci eravamo interrotti. Mont cc 9.0, una trilogia psichedelica diluita in un anno di costante lavoro ed impegno musicale. Questi tre dischi, seppure profondamente legati a livello stilistico, presentano delle differenze specifiche, ed è per questo che preferiamo analizzarli separatamente.
Nel progresso di questa pubblicazione si assiste ad uno spostamento degli equilibri compositivi e fanno capolino maggiori influenze personali che prima erano rimaste più in sordina, parallelamente ad una sempre costante maturazione artistica, che riflette un discorso critico e di auto-analisi dell'intero gruppo in sala prove. Ma non abbiamo certo intenzione di dirvi tutto subito - fateci fare un po' i furbi -, preferiamo arrivarci per gradi, così come i dischi ci presentano gli elementi che ci fanno giungere a queste conclusioni. Dunque senza indugio, cari lettori, andiamo a incominciare.
Mont cc 9.0 – First act, 5 tracce per 24:46 minuti di musica.
Una scarica rombante di psichedelia. La cometa Cambuzat è passata e a cantare rimane solo Mary. Una voce accuratamente riverberata e modulata per apparire eterea, misteriosa, che si installa su un sostrato ritmico incessantemente circolare, quasi robotico. Il vero lavoro è nella dinamica del pezzo, per lo più simile nelle sue parti, accentuato da fasi climatiche ed anti-climatiche di apertura/chiusura sonora.
Chitarre e synth fanno il verso a certe sonorità settantiane tanto care a Mariateresa, che non a caso usa anche un Rodhes. Cinque composizioni molto energiche che esaminano certi tratti della kosmische musik, in cui si segnalano al contempo le vaporosità del post-rock, picchettate da un certo gusto new-wave. Elementi, questi, che troveremo anche negli altri due atti, seppure in combinazioni differenti. Va fatta una eccezione per Sintesi, un minuscolo trafiletto di 32 secondi in cui le cose sono totalmente stravolte. L'approccio quasi noise-punk lascia intravedere il background di Pier e ne risulta un pezzo che sarebbe potuto comodamente stare in una raccolta underground dei '90.
È Catherine Deneuve però il brano più interessante: gli equilibri si modificano, pur mantenendo un assetto orientato all'omogeneità delle influenze. Il post-punk guadagna molto terreno e tornano le atmosfere più scure di Corinto, evocate da suoni caldi e profondi, avvolgenti nel loro insieme, ma amari nel risultato. Un brano che segna il punto di rottura del disco, la sua fine in quella specifica sonorità - non a caso è l'ultima traccia -, un ponte diretto al secondo atto.
Mont cc 9.0 – Second act, 7 tracce per 30:26 minuti di musica.
Con il secondo atto torniamo ad immergerci nelle stravaganti trame della psichedelia. Un'apertura (che, almeno per quanto riguarda la voce, sembra presa in prestito dalla world music) lascia lentamente il posto ad un pezzo strumentale il cui peso è sostenuto dalla sezione ritmica, installata in un ambient liquido allucinogeno. Poi arriva Sara(') e tutto cambia. Torna a farsi sentire prepotentemente l'impronta di Catherine Deneuve, accompagnata però da una profonda maturazione. Il basso si fa motore trainante, la voce conserva l'aspetto etereo senza dilatarsi nelle modulazioni impersonali, il suono è gonfio e caldo e mostra il proprio carattere in maniera più sprezzante.
Da qui prende il via un secondo filone sonoro rappresentato dal terzetto Sara('), Underground, Stelle, cui si aggiunge per affinità anche Signore Salga in Auto. Composizioni legate dallo stesso sfondo (quello che potrebbe essere un laghetto in estate), costruite attorno ad un cuore pulsante new wave (nella vecchia accezione) e post-punk, capaci di occhieggiare al noise (Underground nello specifico), in cui la psichedelia permane come atmosfera, non come riferimento stilistico. Un sound cupo e gorgogliante irrequietezza che, nel gracidare delle rane, si dissipa verso una delicata, quasi gioviale, conclusione melodica affidata a chitarra acustica e tastiere. Decisamente un inesatto finale, e vedremo meglio poi perché.
Mont cc 9.0 – Third act, 9 tracce per 37:44 minuti di musica.
Ultimo terzo dell'affresco e lavoro più compatto, solido e ben riuscito. “Grazie al cavolo - direte voi - che è il più riuscito. Ce lo hai detto prima che hanno maturato esperienza, affinato il feeling e bilanciato l'apporto delle proprie influenze. È normale e giusto che l'ultimo lavoro sia il più completo e riassuntivo, in un certo senso il cavallo di battaglia della band”. Avreste ragione a dire così, ma è importante segnalare la qualità di questo disco, che potrebbe tranquillamente funzionare come stand-alone senza perdere il suo gusto e la sua efficacia.
Tonnellate di rock acido che spostano l'asse referenziale avanti di quasi venti anni rispetto ai dischi precedenti. Brani come Iuston e Il Leader Senza Chiavi traboccano di alternative rock condito con sprazzi di noise, quanto basta per farci venire in mente i Sonic Youth. L'impronta psichedelica viene conservata, ma stavolta è sostenuta da chitarre che rimandano ad un rock classico, riletto alla luce sonora della modernità (Family Tree e Bitter Coffee).
Va fatta una menzione d'onore per La Stanza dei Funghi, 6:15 minuti di oscura allucinazione doom-psych dai toni acidi oscuri, amari, indigesti. Aleggia sopra la composizione (quasi del tutto strumentale a parte alcune frasi catartiche) la pesante nebulosa dell'ambient post-rock, in un senso che, se fosse stata eseguita con sonorità più grevi, non avremmo esitato a definire post-metal, soprattutto nelle atmosfere evocate dal puntinismo ricorsivo delle tastiere. Un intimismo che ci ricorda - seppure prendendola alla larga - il Vikernes del periodo carcerario.
In tutto ciò arriva di soppiatto Franco Battiato, autore/maestro cardine della contro-cultura italiana, Sicuramente un punto di riferimento per l'approccio sperimentale alla composizione dei Füsch!, che decidono così di omaggiarlo con una rivisitazione de La Convenzione, brano inedito degli anni '70 appartenente al suo periodo sperimentale.
Si scivola dunque nella dolcezza inattesa de L'Inesatto Finale, un momento di luce soffusa per tranquillizzare gli animi e chiudere in bellezza. Il brano recupera L'Ines e non solo per completarne il titolo. Ripropone la stessa sequenza melodica dell'ultima traccia del secondo atto, portandola a conseguenze più coraggiose - sentiamo dei synth costruire un ambient spaziale attorno alla catena melodica -, completandola/complicandola con strati sonori, una tastiera più importante e una durata maggiore. La trama delicatamente vaporosa procede per tutta la canzone senza mai sbilanciarsi in accenti climatici, dissipandosi infine per lasciare la chitarra acustica libera di apporre dolcemente, e paradossalmente, la parola fine a questo disco.
Una trilogia che si chiude più che dignitosamente per i Füsch!, band che, seppure di giovane formazione, raccoglie musicisti di pluriennale esperienza, capaci di catapultare in breve questa piccola realtà nel panorama “di fascia” della musica italiana. Dal tour bergamasco di Corinto fino a condividere il palco con Marlene Kuntz e Il Teatro degli Orrori in meno di due anni.
A differenza di molti gruppi che preferiscono allungare i tempi per distribuire un prodotto il più impeccabile possibile, i Füsch! contrappongono un attestato di presenza e partecipazione, quasi una esaltazione di un hic et nunc musicale - o un modo per dire «Ehi! Noi ci siamo, il resto sta a voi!» -, con tutti gli errori che esso comporta. Non c'è attesa del risultato perfetto, ma costante rilettura critica dei propri risultati e lavoro di cesello sui difetti, affinché questa compiutezza arrivi in corsa, all'interno del percorso stabilito. Mont cc 9.0, una trilogia frutto di un anno di lavoro intenso, ci restituisce l'esperienza della maturazione musicale che avviene in sala prove come pochi dischi sanno fare.
Ci permettiamo di aggiungere una nostra piccola personalissima postilla: forse in maniera ingenua, forse anarchica, o forse ancora deliberata, ci sentiamo di fare un celeberrimo “2+2” ora che abbiamo sentito, grazie ai Füsch!, il lavoro di Mariateresa Regazzoni. Ci viene spontaneo far riferimento a quei legami di parentela, specie ora che vi si aggiungono anche le direttrici dell'influenza artistica, e ci sentiamo autorizzati a dire che forse - e sottolineiamo forse - capiamo un pochino meglio WOW dei suoi amati pargoli.
Ma questa in fondo è un'altra storia e non proseguiremo oltre a bestemmiare - sì, lo sappiamo che qualcuno di voi ha considerato così questa opinione, ce ne facciamo una ragione.
Così si conclude al fine la nostra vicenda «la quale, se non v'è dispiaciuta affatto, vogliatene bene alla Redazione. Ma se invece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s'è fatto apposta».
di Giacomo Bergantini
SPECIALE / FÜSCH! - Parte 1
«Quel ramo del lago di Endine che volge a mezzogiorno» è il luogo in cui si svolge la vicenda. Precisamente a Monte Croce, una piccola frazione di Leffe, nel bergamasco. Nel sottotetto di una cascina Mariateresa “Mary” Regazzoni, meglio nota come patron della Jestrai, e Pierangelo “Pier” Mecca, già batterista nei Fiub, si ritrovano per scorribande improvvisate di percussioni e tastiere. I due, dalle radici musicali assai diverse, si completano a vicenda. Lui dichiaratamente fan di Bauhaus e CCCP, lei della scuderia 70's. Si divertono a lasciar fluire liberamente i loro stili nella musica che suonano, senza limiti di sorta. Queste sessioni sempre più intense fanno nascere il bisogno di ampliare le possibilità sonore. La mancanza di chitarra e basso comincia a farsi sentire e la coppia decide di mettersi alla ricerca. È in questo momento che arriva l'incontro con Mario Moleri - grazie ad un annuncio, proprio come i “comuni mortali” -. «Alle prove, uno attaccava, l'altro andava dietro, è stato subito feeling» dice Mary per descrivere la nascita del sodalizio artistico. Non paga di aver dato i natali a due enfantes prodiges dell'alternative italiano (Alberto e Luca Ferrari) oltreché ad una delle più importanti etichette indipendenti nostrane, “mamma Verdena” decide di scendere in campo in prima persona. Così, ottenuta la simbolica benedizioni da parte dei figli, nascono i Füsch! - termine mutuato dal dialetto bergamasco per dire “spostati, scansati” -. Tre menti pensanti, tre influenze completamente differenti e tanta voglia di divertirsi e fare, portano velocemente ad avere abbastanza materiale per un disco. Il problema a quel punto diventa la voce. Pier decide di tirare fuori l'asso dalla manica e chiama Amaury Cambuzat degli Ulan Bator (attualmente suo compagno nei Chaos Physique). L'artista francese ci mette la sua voce, i testi e le chitarre, che daranno una incredibile spinta al disco, sfumando i toni e facendo fare un bel salto di qualità. Al team si aggiunge Alessandro Dentico (assistente dei Verdena ai tempi de Il Suicidio dei Samurai) che allestisce uno studio al Ca'Desdocc, la cascina di cui si diceva prima, e registra il tutto. Il risultato è Corinto, un disco dal forte impatto wave e post-rock, in cui non mancano di farsi sentire le influenze più psych della tradizione oltremanica. Quindi presentano il loro lavoro in un piccolo tour ed è subito ora di tornare in sala prove.
Alessandro Dentico si lascia conquistare dal progetto e decide di metterci del suo occupandosi del basso, lasciando Moleri libero di concentrarsi sulle sole chitarre. I Füsch! iniziano così a ragionare e comporre come un quartetto, del tutto eterogeneo per provenienza artistica, coagulato da ottimo feeling e ore ed ore di session in sala prove.
Il momento subito successivo alla pubblicazione della prima fatica è decisivo per la vita di una band. L'entusiasmo sensazionale della partenza scema assieme all'adrenalina del tour e davanti resta solo l'insondabilità del futuro ignoto. Questo il gruppo lo sa e, spinto da voglia e necessità di creare, non demorde e va avanti. Da questo spirito nasce Mont cc 9.0, una pubblicazione in tre atti dilazionata in un anno, da aprile 2013 a marzo 2014, conclusasi proprio il 28 marzo scorso con l'uscita del terzo ed ultimo lavoro.
Abbiamo voluto attendere che la trilogia fosse conclusa prima di parlarvene, così da ascoltarla nella sua completezza e poter fare un discorso unitario che affronti tutti i punti focali di questo interessante lavoro. Ad ogni modo oggi vogliamo lasciarvi in sospeso, dopotutto vi abbiamo presentato l'antefatto ed il protagonista della nostra vicenda, e se ne voleste ancora sareste degli ingordi. Si scherza, non prendetevela; raggiungiamo un compromesso promettendovi di tornare molto presto per immergerci in questo esuberante trittico discografico traboccante di psichedelia, dove il rock degli anni '70 incontra il post-punk e si lascia trasportare sempre più a fondo, in un vortice di colori che passa in rassegna ogni tonalità, deviando progressivamente verso le più oscure.
di Giacomo Bergantini
Per la serie, canzoni stupende ma sconosciute. Gruppo che ormai penso si sia sciolto di Jesi, i .Cora. con Becky Hoover. Ascoltati anche live ed erano veramente ottimi.
"e poi credo che dovrei avere il peggio, più cresco più mi sento perso, indifeso"
Giulietta Ha Le Chiavi Tratto da Lenea Ep 2012 Jestrai

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Il videoclip di "Silver Yeah" sulla pagina di XL - La Repubblica, singolo estratto da "How To Forget" (Jestrai) l'album d'esordio degli Electric SuperFuzz. 12 tracce registrate da Matteo Spinazze (già al lavoro con Zu, Ardecore, Montecristo) utilizzando strumenti vintage!