Negli ultimi quattro anni ho insegnato all’università
Ingegneria, economia, statistica. Triennali e magistrali. In Italia è all’estero. Lo avevo già fatto per altri 5 anni prima, ma il panorama post Covid ha cambiato lo scenario. Alla prima lezione non ho spiegato il programma. Ho fatto customer experience.
Ho chiesto agli studenti cosa si aspettavano, cosa volevano imparare davvero e, soprattutto, come. Disegnando il corso con loro partendo dai loro pain and gain e mettendomi nelle loro scarpe. Le loro facce dicevano tutto: “Sta chiedendo a noi?” Sì. A loro. Perché se parliamo di progettare esperienze per gli utenti, forse è il caso di cominciare da chi abbiamo davanti. Come dovrebbe essere sempre.
E così è emersa una cosa chiarissima: volevano strumenti. Dopo anni a studiare come si disegnano i tubi dell’impianto idraulico, volevano una chiave inglese in mano. Volevano provarci, montare e smontare, sporcarsi le mani. Avevano bisogno di fare, non solo di ascoltare.
Ma soprattutto volevano capire come si diventa quella persona che sta lì davanti a parlare. Non solo il ruolo, ma il percorso. Non solo la strategia, ma il coraggio di prendere decisioni. Cercavano la parte umana della storia, quella che non sta nelle slide.
E chiedevano tutto questo con un tono implicito, ma inequivocabile: “Sì, insegnaci le cose. Ma fallo in modo che ci venga voglia di restare svegli.” Insomma, volevano edutainment. Non intrattenimento svuotato di senso, ma contenuti vivi, veri, capaci di coinvolgere la testa e anche un po’ lo stomaco.
Così ho portato in aula persone vere, aziende vere, problemi veri. Abbiamo lavorato su progetti, analizzato casi, incontrato manager e imprenditori. E ho portato strumenti a forma di gioco serio: modelli, canvas, mappe concettuali ed esperienze costruite per apprendere attivamente. Non simulazioni fine a sé stesse, ma strumenti riutilizzabili, dentro e fuori l’università. Per imparare a pensare, ma anche a fare. Perché la competenza non è una teoria: è un muscolo che va allenato.
Nel frattempo, ho capito anch’io qualcosa. Che i ragazzi non sono svogliati: sono stanchi di contenuti pensati per un mondo che non esiste più. Che la distinzione tra pensare e fare è un errore di progettazione. Che l’università è uno spazio che va protetto con cura, passione e rispetto per chi è lì per imparare.
Chi ha il privilegio di insegnare, dovrebbe ricordare che non sta solo trasmettendo informazioni, ma dovrebbe preoccuparsi di trasferire conoscenza. Conoscenza riutilizzabile.
Perché senza quella chiave inglese in mano, quando usciranno dall’università, non sapranno cosa farsene di ciò che hanno imparato. E la conoscenza resterà solo informazione. Da approfondire. Di nuovo. Da capo.














