Don't you forget about me.
C'è stato un tempo in cui il solo modo per ricordare una storia era quella di ripeterla molte volte, tramandarla oralmente e avere fiducia nella doti mnemoniche di chi sarebbe rimasto a raccontarla.
Dalla scrittura in poi, però, abbiamo lasciato che la nostra memoria non fosse confinata al nostro corpo, ma si appoggiasse a mezzi esterni. Ci siamo deresponsabilizzati del peso del ricordo, trovando comodo appuntare nomi e numeri in una rubrica, fare liste, scrivere diari, fino a non dover più nemmeno ricordare come si scriva correttamente un nome perché grazie a Google, a metà ci viene dato il suggerimento. E possiamo cercare informazioni che non abbiamo, forse avevamo, ma che ci siamo lasciati alle spalle affidandole alle diverse tecnologie.
Non dobbiamo nemmeno più sforzarci quando qualcuno ci chiede "senti, senti questo pezzo, che canzone era questa?" perché Shazam ci soccorre a richiesta.
Non si può tenere tutto del resto, per poter ricordare qualcosa bisogna scegliere di dimenticare qualcos'altro.
Eppure, sebbene non interiorizzata, è a tutti gli effetti una memoria che abbiamo. Sappiamo di poter contare su di lei, sappiamo che è possibile richiamare un'informazione in qualsiasi momento, senza alcuno sforzo. Le nostre potenzialità sono accresciute, tutto è riattualizzabile, niente viene davvero perso: basta fare la domanda giusta. E allora da dove viene tutta quest'ansia del dimenticare? Perché proliferano giochi "per non dimenticare l'arte", "per non dimenticare il cinema"? O perché si sente la necessità di creare un servizio come Forgotify?
Forse proprio perché abbiamo lasciato che certe informazioni fossero custodite fuori da noi che ora ci sembra di non possederne a sufficienza. Ci sembra che qualcosa di veramente importante ci sfugga.
Se non c'è selezione operativa su cosa ricordare, dato che possiamo potenzialmente ricordare tutto, allora è inaccettabile che qualcosa venga dimenticato perché tutto è davvero molto importante. Anche le canzoni che nessuno ascolta.












