Ero stordito dall’emozione quando varcai la soglia della scuola in quel torrido e irrequieto giovedì di luglio. Il 12 luglio per la precisione, come avrei potuto dimenticarmelo? Era un giorno di giubilo, quello, un giorno che dubito sbiadirà come ricordo. Molte cose erano successe prima e molte altre accaddero dopo, e la gran parte ora sono ceneri disperse al vento dalla grande pira della dimenticanza, ma quel giorno no. La sua memoria è incorruttibile. Quello fu il giorno in cui finii l’esame di stato. Come per tutti i grandi eventi della mia vita giunsi al suo epilogo in uno stato di sospensione fluttuante e irreale, saturo com’ero di eccitazione, trepidazione e fermento ansioso, e così non realizzai immediatamente di avercela finalmente fatta. Ero stato per così tanto tempo dominato e tormentato da agitazione e inquietudine che avevo finito per limitare la mia gamma emozionale ad esse: erano penetrate, infiltrate e incrostate così profondamente mio nel tessuto emotivo da stentare a lasciar posto ad altre emozioni. Poi però cominciò ad affiorare una sorda e inebriante quanto inarrestabile sensazione di assoluta libertà, che attingeva la sua energia dirompente dalla realizzazione di aver infine risolto uno sforzo titanico e alienante che aveva impiegato a lungo e a fondo tutta l’esigua forza volontà di cui disponevo, che aveva sfibrato i miei nervi e deteriorato la mia emotività. Ce l’avevo fatta. Era finita. Finalmente era finita. Ero arrivato alla fine del calvario: niente più estenuanti giornate di “studio matto e disperatissimo”, niente notti in bianco e sveglie all’alba, niente logoranti e demotivanti dubbi su concetti dal significato astratto e sibillino, niente di tutto questo, niente di niente. Ne presi coscienza in un attimo rapido e fulmineo che a me apparve invece fortemente dilatato nel tempo, drasticamente ripiegato nella mia interiorità e incredibilmente vivido. La realtà mi si dischiuse davanti in un’esplosione di felicità. Ero libero, cazzo, libero, libero, libero LIBERO!!! Affiorò spontaneo e repentino un travolgente urlo di gioia, che dilapidai esultante con tutto il fiato che avevo in gola, le mani al cielo e il corpo teso e vibrante come un arco:-VAFFANCULOOOOO!!!-. non so perché mi uscì proprio “vaffanculo”, ma penso fosse inconsciamente rivolto a tutto ciò che ero stato obbligato a fare e a sopportare, in particolare tutte quelle sofferte, macchinose e difficoltose pratiche scolastiche di acquisizione e consolidamento delle conoscenze e del linguaggio, l’attenzione al lessico e alla chiarezza espositiva, l’affinamento delle capacità di sintesi, logica e rielaborazione personale, tutte cose che adesso affanculo c’erano andate veramente. Io avevo chiuso con loro. Basta. Ripresi fiato: quanto era fresca e ossigenante l’arida e secca aria d’estate in confronto a quella pesante e viziata dell’aula dalla quale ero appena uscito.