Short story: Legno e Sangue, pt.3
Eravamo finite entrambe in infermeria. Io perché ero svenuta, Mmh-mmh perché aveva cercato di togliersi i guanti e si era quasi scarnificata le braccia. Uno degli assistenti l'aveva fermata a bastonate e l'aveva spedita a farsi sistemare sia i punti di sutura, sia i lividi. Questo era quello che avevo capito.
Io me ne stavo sdraiata sul fianco, rannicchiata in uno dei lettini medici. Sentivo che lei era in quello proprio accanto al mio. Sapevo che era lei perché aveva fatto il suo solito "mmh-mmh" più volte da quando ero entrata lì dentro; non avevo bisogno di vederla per riconoscere quello strambo colpo di tosse. Di solito Mmh-mmh non aveva un odore particolare, al contrario di Sudore, ma quel giorno dal suo corpo arrivava un gran puzzo di sangue misto a ruggine. Immaginai fosse a causa della pelle lacerata e dei punti di sutura che aveva fatto saltare via. Le avevo gettato solo un'occhiata veloce prima di girarmi dall'altra parte, quando era stata scaraventata lì dentro dall'assistente: il bianco della tunica era pieno di grosse macchie rosse. Una nuvola ferita e grondante carne e pelle. Chissà come mai, mi ricordò il Natale. Sembrava una decorazione natalizia, un fiocco di neve costellato di brillantini rossi.
Non mi piaceva il Natale. Non mi era mai piaciuto. Padre esigeva che un giovane abete innocente venisse preso a colpi di accetta e piantato nel salotto, vicino al camino. L'albero agonizzante urlava, piangeva, gemeva. Poi, rantolava per giorni, in attesa di smettere di esistere. Era come avere un ragazzino con le gambe tranciate in due abbandonato nel soggiorno. Era come portare la morte e la violenza dentro casa. E poi, a Natale Padre e Madre diventavano davvero insofferenti nei miei confronti; lo erano sempre, ma a Natale il loro odio si manifestava in tutta la sua grandiosità. Dovevamo partecipare a un mucchio di cene in famiglia ed eventi sociali e io ero quello che ero, una guasta maledetta che faceva scricchiolare il legno e che parlava con le sedie di noce. Ero impresentabile, ero un problema. Un'incognita: andrà tutto bene o la scalinata di pino dei Martin farà le fusa al passaggio di Vittoria? E questo innervosiva Padre e Madre, li faceva stare sempre sull'attenti, a Natale più che mai. Un incubo.
Ecco, Mmh-mmh mi ricordò il Natale e quello, unito al malessere per lo svenimento, mi fece salire un grosso conato di vomito su per la gola. Iniziai a vomitarmi addosso e l'infermiera corse bestemmiando verso il mio lettino; tirò giù il colletto della mia tunica e mi sbattè un secchio in faccia.
"Che schifo! Vomita e poi chiamami quando hai finito," latrò. Sputai fuori un liquido denso e giallastro, così amaro da bruciarmi la gola e la lingua. Non c'era l'ombra di pezzi di cibo: era bile. Il liquido continuò a uscire dalla mia bocca come un fiume in piena; colpiva il fondo del secchio con una forza tale da rimbalzare e schizzare fuori dal contenitore. E la puzza era terribile, non avevo mai sentito un odore del genere. Non saprei descriverla con esattezza, ma direi che era come se un ratto scabbioso fosse morto e si stesse decomponendo in un cumulo di spazzatura. Roba da far esplodere le narici.
"Che schifo!" Ripetè l'infermiera e scappò fuori dalla stanza, coprendosi il naso con il braccio. E così, io e Mmh-mmh rimanemmo sole. Non c'erano altri adulti con noi, né supervisori, né assistenti, né altre infermiere. Sole. Per la prima volta da quando avevo messo piede in quel posto, ero in compagnia di una mia simile e di nessun altro.
Un fruscio. Un altro fruscio, alle mie spalle. Tessuto contro tessuto, l'improvviso sibilo di un respiro che era diventato più regolare e presente, udibile. Mmh-mmh si era alzata? Sì. Una macchia bianca e rossa all'angolo della mia vista limitata. Ancora, un altro fruscio. Si avvicinò. Tra un getto di bile e l'altro, reclinai la testa per guardarla meglio. Si era abbassata il colletto, tutta da sola. Aveva la bocca libera. Lì al Collegio avere la bocca scoperta era proibito e riuscire a vedere le sue labbra nude e rosee mi sembrò una conquista oscena. Qualcosa di brutalmente illecito.
"Ohi," disse. Guardai — cercai, almeno — le sue braccia. Che macello. Pensai a un aratro che violenta un campo di girasoli, sollevando la terra e graffiando il suolo. La sua pelle livida era un intreccio di tagli e squarci. L'aveva già fatto altre volte? Doveva averlo già fatto, per forza.
Spruzzai un altro fiume di bile. "Mmh-mmh," tossì. Era fastidio? O disagio?
"Scusa sai, non è che lo faccio apposta," gracchiai io. Era la prima volta che parlavo dopo settimane e settimane di silenzio forzato. Fu come estrarre una lama dal fondo della gola.
"Lo so, mmh-mmh," mormorò. "Aspetta. Ci provo." A fare cosa? Allungò quelle sue braccia violacee e martoriate verso di me. Dalle fessure della mia maschera, sembravano due melanzane becchettate da un corvo. Prese tra le mani il mio volto pallido e sconquassato dal vomito, lo fece come se stesse stringendo un coniglietto sperduto.
"Via via, basta così," disse. No, canticchiò. "Via via, basta così."
Il secchio ricolmo di bile scivolò via dalle mie mani e cadde con un rumore disgustoso sul pavimento. Lo lasciai cadere perché quella Sorella stava usando la sua magia su di me. Stavo bene, tutto d'un tratto. Era come se non fossi mai stata male nella vita, neanche una volta. Il vomito? Un ricordo sfocato. Svenire? Una parola senza senso. Quel malessere bruciante e perpetuo causato dalla sofferenza del legno? Una semplice idea. Il dolore dei punti attorno ai gomiti e alle orbite? Un solletico dispettoso. Stavo bene ed era scontato che fosse così. Il mio corpo stava bene, io stavo bene. Tutto andava bene. Tutto sarebbe andato bene. E come poteva essere altrimenti? Ero una leonessa. Un Mogano possente.
"Via via, basta così," cantò ancora. E io avrei voluto che quella canzone non finisse mai, perché era il Paradiso in terra, ma poi Mmh-mmh ritrasse le sue mani e tossì. La magia se ne andò. Il bisogno di vomitare era passato, mi sentivo meglio, sì, più in forze, ma non mi sentivo più bene come prima. Inaccettabile, era inaccettabile non sentire tutto quel benessere.
"Ancora," piagnucolai.
"Scusa, non posso," Mmh-mmh si sedette sul mio lettino. "Così è sufficiente. Sarebbe un guaio vero se ci scoprissero."
"Questa è la tua magia? Guarire?"
"No," mormorò. Aveva una voce dispiaciuta, come se si sentisse in colpa. Ma in colpa per cosa? Era una divinità. Doveva esserlo, per forza, con un potere come quello. Altro che ascoltare i segreti dei mestoli di legno o far ballare i rami delle betulle.
"Io so solo far stare meglio. Sento il male e lo faccio passare. Ma non curo nulla." Mi guardò attraverso le sue fessure. Almeno, mi sembrò così: aveva piegato la testa di lato.
"Il tuo corpo è affamato e forse hai dei buchi in pancia. Ferite. Sangue e carne aperta nello stomaco, per tutto questo," portò l'indice all'angolo della mia bocca e strofinò, togliendo un rivolo di vomito. "Ma io non posso farci nulla, posso solo farti sentire meglio."
"Beh, grazie," dissi. "È già qualcosa."
"Il male mi fa stare male," aggiunse, come se non potesse sopportare di essere lacunosa nella sua spiegazione. "Se lo sento, devo fare qualcosa, o sto male anche io. Ma qui non posso fare nulla, non posso parlare, non posso toccare. Al Collegio stiamo tutte male, non è vero? E tu stai male da matti, con quella cosa del legno."
Ecco perché faceva "mmh-mmh". Tutto quel dolore di noi altre la faceva soffrire.
"Come fai a sapere del legno?"
"Non è così difficile capirlo. Basta guardarti e ascoltarti. E poi, so un po' di cose sull'Arte." Disse quella parola come se fosse la cosa più naturale del mondo da dire. Io mi misi a sedere e incrociai le gambe. Sembravamo due matte, così conciate, o due spettri disperati, eppure mi sembrava di star chiacchierando con una mia cara amica. Magari davanti a due tazze di tè fumanti e un vassoio di macarons; ma c'era solo un secchio pieno di bile gialla puzzolente.
"L'arte?"
"L'Arte. Sì. Si chiama così, il nostro potere. O almeno, le Streghe là fuori lo chiamano così."
"Non esistono Streghe là fuori. O vengono ammazzate o finiscono qui."
"Non sempre. Da dove vengo io, ci sono gruppi di Streghe. Sorellanze. Roba proibita e illegale, è ovvio. Ma esistono. Quando i controlli sono meno rigidi, vengono fuori e parlano con le Streghe più giovani. Insegnano." Non era quello che Padre e Madre mi avevano ripetuto fino quasi a trapanarmi le orecchie e avvelenarmi il cervello.
"E da dove vieni? Quale è il tuo cognome?"
"Dufour."
"Ma è un cognome da poveri."
"Io sono povera. Mio padre è un maniscalco. Mia madre batteva a Marsiglia." Lo disse con totale nonchalance.
"Cosa ci fai qui? Qui ci vengono le figlie dei ricchi."
"Sì, ma qualcosa è cambiato. Le Due Dame hanno mandato dei cacciatori di Streghe nei bassifondi delle città e hanno comprato le maledette figlie dei poveracci, in cambio di qualche soldo. I miei mi hanno data via senza volere nulla, erano felicissimi." Assurdo. Padre e Madre avevano con ogni probabilità dovuto devolvere una bella cifra al Collegio per liberarsi di me. Com'è che invece le Sorelle povere venivano comprate?
"Quante qui sono come te? Povere, intendo."
"Almeno una decina, credo. Eravamo di più prima."
"Prima?"
"Alcune sono sparite, da un giorno all'altro, sai? Stavano bene, per quanto si possa stare bene qui, poi all'improvviso puff, sparite. Morte, forse? Forse si sono messe in qualche guaio. Forse le hanno cacciate."
"Cacciate? Ma da qui non si esce."
"Però loro sono sparite. Nel nulla. Magari si sono stancati di averle qui e le hanno buttate per strada. Erano un po' dispettose, sai, quelle che sono scomparse. Turbolente. Difficili." Buttate per strada, diceva. Eppure là fuori non c'era nessuna strada. Sembrava di essere in mezzo al nulla. Attorno al Collegio c'erano solo nebbia gelida e distese infinite di tristi campi verde melma. Nessuna strada, nessun villaggio, nessun casotto. Niente di niente. Essere gettate oltre i cancelli, senza cibo e senza aiuti, doveva essere un incubo. Pensai ai neonati deformi che gli spartani abbandonavano sul monte Taigeto. Ma forse…
"È per questo che ti sei tolta i guanti? Vuoi che ti caccino?"
"Anche. Voglio tornare a sentire con le mie mani, di tanto in tanto. E voglio vedere se riesco a farmi espellere."
"E se ti ammazzano, invece?"
"È uguale," si agitò, "vivere così è uno schifo. Non so cosa sia successo alle mie Sorelle, se siano state ammazzate o se le hanno cacciate, ma se c'è anche solo una minima possibilità di poter uscire da qui, voglio tentare. E se schiatto mentre ci provo, va bene così."
"Capisco." Capivo davvero e quel fatto mi spaventò. Tornare a vivere a ogni costo. Anche la morte, se significava morire sapendo perché si muore. Lo capivo, davvero. O forse era la sicurezza che Mmh-mmh emanava mentre pronunciava quelle parole proibite a farmi credere che il suo piano avesse senso?
"Io sono Vittoria. Tu come ti chiami?" Volevo dare un nome a quella Sorella con le braccia martoriate e idee di libertà in testa.
"BRUTTE TROIE MALEDETTE!" Un vaso da notte si schiantò sopra le nostre teste. L'infermiera era tornata.
"CHIUDETE QUELLA BOCCA, CHI VI HA DATO IL PERMESSO?" Avanzò verso di noi tutta paonazza in volto. Io mi rintanai sotto le coperte, terrorizzata, Mmh-mmh rimase lì ferma a guardarla, senza muoversi di un millimetro.
"A VOI PUTTANE GUASTE VI SI DÀ UN DITO E VI PRENDETE TUTTO IL BRACCIO!"
E a proposito di braccia, afferrò Mmh-mmh per il suo, senza preoccuparsi delle ferite aperte, e la trascinò via, verso il suo lettino. Arrivarono anche due assistenti; ci coprirono la bocca immediatamente. Io fui lavata alla bell'è meglio e mi venne somministrato uno sciroppo che sapeva di polvere. Mmh-mmh se la passò peggio: le ricucirono addosso i guanti con una brutalità da macellai, assestandole qualche botta di tanto in tanto per farla stare buona. Poi, diedero anche a lei uno sciroppo, diverso dal mio però. Lo bevve e si addormentò dopo poco, sotto gli occhi dell'arrabbiatissima infermiera.
Mi riportarono dalle altre per la notte. Mmh-mmh rimase lì.









