Apicchio
I bambini corrono e saltano sui palchi delle piazze sul lungomare. Palchi sui quali di solito si esibiscono, per ottemperare al palinsesto culturale estivo, band musicali locali, pagliacci e set comici. I genitori, seduti su sedie bianche da bar ma di proprietà del comune, li guardano. Ogni tanto li rimproverano ma senza troppa convinzione, ogni tanto ridono tra di loro, stringendo il nodo della felpa che portano legata attorno al collo perché si sa, tira arietta, di sera. Il palco di solito viene montato nella piazza secondaria del paese, non quella della chiesa per intenderci. Alle volte viene posizionato nei pressi di una farmacia, altre di una gelateria. Tutte le attività commerciali, comunque, si lamentano. Perché esistono persone che lavorano, quando sei in vacanza, e te lo devono ricordare ogni istante. Che non smettono mai, nemmeno per un secondo, di parlare, e ti chiedi come facciano a lavorare quando tutti sono in vacanza e, al tempo stesso, ti domandi anche perché si lamentino, dato che vivono in una località turistica, che fonda la propria economica sulle persone che arrivano da altri luoghi. Il nostro Mudo è nato a Tanti, lontanuccio da Córdoba. È un paesello i cui abitanti si arrampicano sulle montagne da millenni. Ci sono gli alpeggi e ci vanno gli osservatori del Belgrano. Si spingono sin lassù, uscendo dalle autostrade e scorgendo le vette dagli svincoli aspri. E lo trovano, tra le rocce e i cengi, le turbinanti cascate marroni e gli apicchi. “Apicchio” è una parola che Dino Buzzati conia nel suo “Bàrnabo delle Montagne”. La conia apposta per riuscire a descrivere quella sezione di roccia che, una volta finito il bosco, inizia a diventare parete. Franosa, cenciosa, noiosa da percorrere. Il trovare parole che non esistono per descrivere il luogo in cui si abita dimostra attaccamento, dimostra assuefazione, dimostra lotta alla licenziosità. Ognuno di noi può arrivarci, figuriamoci un ragazzo di montagna come Franco Vázquez . Un bocha che giocava a calcio con altri bocha come lui, sino a quando non lo vennero a prendere dalla città. Mi sono stati sempre vietati fucili d'acqua e retine per prendere pesciolini granchi. Erano sinonimo di violenza, sottomissione, e i miei sono sempre stati contrari, alla violenza. Lascia stare le bestie che vivono qui da sempre, mi dicevano. Preferivano darmi libri da leggere, mi spronavano a giocare con ragazzini della mia età. Qualcosa di contatto, di fisico, ma non legato a violenza o brutalità.
Non ho mai posseduto un fucile ad acqua, né un guadino. Né tantomeno un trolley. Vázquez passa in prestito ai pirati del Rayo di Madrid dopo una stagione così così a Palermo, lontano persino dalle sue nonnesche origini varesotte e patavine. Ma quando ci ritorna, in Sicilia, trova Paulo ed Ezequiel, argentini provinciali come lui, e tutto cambia. Gioca dietro a Belotti assieme a Dybala e ovviamente vincono assieme la Serie B battendo il record di punti nella categoria. Dopo l’emozione della Serie A, se ne va a Siviglia, col rumore dei trolley che arrancano, trascinati, sulle piastrelle in aeroporto. Il rumore della fine delle vacanze, di quando sai già che, una volta tornato a casa, non avrai il pane per la cena e dovrai andare a comprarlo, prima che chiudano i negozi. La frutta non raccolta inizia a marcire nei campi, e la gente si sposta tra una casa e l’altra come se fosse perennemente coinvolta in una preparazione di uno scherzo. Nei bar, però, le Moretti da sessantasei vengono bevute ancora in due, al tavolino, vengono divise senza una reale motivazione, contando i sorsi che separano la fine del bicchiere dal rientro a casa. Questo senso di straniamento, di miserevole fine, ci accompagnerà sempre, sino a che penseremo a giocatori come Franco Vázquez.










