Libro che Fiata e delle Parole che in dritto Sentiero non sanno stare
Eh, saiie segnor de tutto pusto, me depiace dite che esto lebbo non scritto io tutto sincero… Palla de na lengua come iu ditionaio capiste.? Ecco vuola feci vedere. Me tomento de non scritto mio ma e giotto che io ve jo dica.
E sìa per iscritto posato, né già per dritto filare, ma per isbieco e obliquo andare, peroché dritto non deambula cosa che in sé spiriti vitali ritiene.
Codesto tomo, che sol di chiamarsi "libro" sdegna, addimandasi Derhalen Ašérai, che suona in volgare Raccolta di ciò che fiata, e già dal nominar suo falla sì come l'aura ventosa: imperciocché non coglie in sé morte lettere, ma respiri, responsi e pedate impresse sopra 'l mondo. Non è esso dizzionario quale lo fabbricano li scribi ordinatori, i quali pongono parola sovra parola a guisa di sassi in muro a secco; nò, quest’è armario vivo, che si move mentre l’occhio lo scorre, e se tu ristai fermo, esso ti trapassa.
In questo loco le parole non sanno star solinghe. Guai a colui che le va cercando isolate, quasi fosser pesci tratti fuor dall’umidore. Ogni favella germina da quattro fila tra loro intrecciate: la radice che cogita, il campo che sente, la forma che parturisce, e l’uso che la gente ne mena. Così dottrina la visione Ašérin: la parola non è, ma opera, e operando s'indìa.
Il Derhalen s'apre in sette Cerchi, non già capitoli ma volute di respiro, siccome quando lo tempo non va per dritto ma in sé medesimo ritorna.
Nel Primo Cerchio, d'un azzurro quale principio di cielo, stansi le Radici Prime. Non parole, guarda bene, ma semenze. Non si proferiscono mai da sole, ché sole nulla significano. Sono concetti ignudi di veste grammaticale, ossami del senso. Come š-l, che non vale "vivere", né "esistere", ma "insistere nel tempo", donde fioriscono šala, šalir, nušala, quali rami d'un tronco che all’occhio s’asconde.
Il Secondo Cerchio, verde e di molta gente popolato, è lo favellare d’ogni giorno. Qui le voci han corpo, risonanza, e camminano tra le labbra e ’l mondo. Ogni vocabolo è narrato per intero: come si ditta, in che tempo dimora, qual campo tocca, che cosa in vero opra, e qual memoria seco trascina. Šala, per dirne, non è sol vivere, ma perseverare a risponder al mondo, anco quando lo mondo ne reca fastidio.
Il Terzo Cerchio, giallo come luce che tremola, aduna ciò che si sente ma non si sa ben dettare: affetti senza polo, stati che non son né quinci né quivi. Non v’è ordine di lettere, ché 'l core non ne riconosce. Le parole sdrucciolano per pendenza, l’una nell’altra, come irha che fassi helka, pace frale, che non dura ma molto vale.
Nel Quarto Cerchio, d'arancio vestito di voce e di tacere, stansi le parentele: pronomi, particole, e perfino li silenzi scritti. Sì, ché anco il tacere ha sua sembianza, segnato col segno ◌, perocché non ogni vacuo è privazione, né ogni posa è fallo.
Il Quinto Cerchio, vermiglio come fuoco primiero, è lo più spazioso: qui dimorano le parole della dottrina, della rima, dei riti, della memoria detta e rifatta. Nulla è a caso, tutto ha sua stagione e loco: alcune voci son pur vive, altre rituali, altre recano lo segno ℓ di ciò che non si ditta più ma ancora nell'animo pesa.
Il Sesto Cerchio non si legge come lista, ma a guisa di mappa. È di color viola, e qui lo dizzionario ristà dal contare e comincia a dottrinare come il nuovo si crei. Schemi, canoni, confini: non ti palesa quali parole sono, ma come nascer ponno. Così la lingua mai non si serra.
E infine lo Settimo Cerchio, nero come avvenire non peranco segnato, raccoglie lo vetusto, lo gergo, e ciò che ancora ha da venire. Parole cadute, parole di fianco, parole di vaticinio, segnate non per certezza ma per via di possanza.
Per non smarrirsi, lo Derhalen offre cinque sentieri d’entrata: per lettere, per radici, per campi di senso, per registro, per forza che genera. Ma nessuna è maestra, ché ogni boccata è buona se sai porgere l'orecchio.
Codesto dizzionario non ha carte numerate, ma spazî di silenzio; non ha fine, ma consentimento; non è fermo, ma operabile. Abbraccia lo lessico, ne schiarisce la nascita, rispecchia la cultura, muta col tempo. È compiuto perocché non è serrato.
E così, storto come si vede, si lascia intendere: a guisa di lingua viva, che se la poni in riga more, ma se la segui mentre essa inciampa, ti favella al core.
Ditionaio - Derhalen Ašérai - Jugo Cyberio XXI














