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Le case immateriali
"Immaterial Homes" Â English Version
Andare via da Roma è stato lasciare una casa, una città , un mondo. Ma più che le 4 mura, il Colosseo o il Pigneto, mi mancano le persone. Quelle persone che hanno reso casa una delle città più invivibili d’ Italia. Ognuna a suo modo ha dato il proprio contributo in questa “casa” temporanea, fatta appunto di persone. Le persone mi hanno aiutato a darle una forma e la casa a sua volta prendeva forma sui volti delle persone che sono entrate, che hanno vissuto quel momento insieme a me, compreso chi non è mai andato via. La casa quindi è quelle persone che la abitano o che l’hanno abitata, non più solo una tappezzeria, un buco nel muro del bagno, un soffitto che crolla, le blatte in cucina; andando oltre la descrizione oggettiva, il concetto di casa si ferma, per me, sulla condivisione del luogo. In una casa le persone vivono insieme e condividono situazioni, emozioni e oggetti, diventano coinquilini e assumono ciascuno un ruolo determinante. Per me casa era tornare e trovare sempre qualcuno con cui condividere, raccontare e da cui farsi raccontare, il proprio piccolo mondo, che entrava automaticamente a far parte di quello dell’altro: il proprio ⅕ aumentava il peso totale del mondo degli altri e di conseguenza della casa. Una volta dentro, una volta coinvolta, non potevo uscire così facilmente, perchè quello era anche il mio mondo, e non volevo scendere, in qualche modo mi piaceva sapere che il mio mondo stava per essere invaso da quello dell’altro: c’era l’effetto sorpresa, e non sempre era piacevole. Stare tutti a casa per un temporale e guardarlo dal vetro delle finestre ci ha fatto sentire tutti al sicuro. Anche chi andava tutti i giorni al lavoro stava a casa, quindi era una mattina importante, ma dirlo ad alta voce è stato tutta un’altra storia: ha unito le persone. Ritrovarsi alle 5 del mattino sul divano e apparecchiare un tavolo come fosse un pranzo domenicale in famiglia, mentre Roma intorno dormiva, era creare un mondo altro: la giornata ancora non doveva finire e quelle erano le nostre vite incastrate in una cucina. Ogni stanza diffondeva un mood, era come un inception, forse, e qualche volta si poteva addirittura scegliere da cosa farsi investire, mentre altre volte lo si subiva. Punto e basta. Ora quei suoni non mi sembrano così lontani, piuttosto riferimenti, sento ancora il “groove”, questo ho capito. Ho visto il mondo con altri occhi, quelli di un ex-seminarista fascista di 30 anni, un apprendista regista serbo, un gruppo di siciliani, un architetto spagnolo che ha scambiato un finocchio per una cipolla, un ingegnere del sud che balla il tango e fa strage di cuori, di un messicano e sua moglie, di un amico che sfugge, di nuovi amici, di chi ha smesso col violino, di aspiranti avvocati che volevano scappare, di una portoghese bionda, di un pazzo, di una stilista innamorata, di una famiglia Iranian in vacanza, di chi l’Iran l’ha lasciato, di chi ha lasciato la Calabria, di chi è sceso al Sud e ha trovato l’amore, di una modella in pensione e il suo cane, di chi studia economia ma ha una sensibilità più forte del dollaro, di una francese che si rifugia in Italia e si scopre, poi, ancora innamorata di Parigi. Di questi occhi e tutti gli altri che non ho citato ho raccolto una sfumatura, che poi ho trasformato in un colore CMYK. Dalla giusta distanza ora vedo quella casa e chi l’ha abitata, ne sento la mancanza, nonostante acuti momenti di insofferenza. Ora però mi rendo conto che quando si vive sotto lo stesso tetto, piano piano, si viene a creare una “famiglia” temporanea in una “casa” temporanea. Le dinamiche sono simili in maniera più o meno intensa, ma questo dipende solo da ognuno di noi. Da questa distanza, ora, tengo saldi i fili che mi legano a persone con cui ho vissuto solo due anni, uno al massimo, magari neanche sei mesi, ma con cui ho imparato a condividere. Condividere mi ha cambiato la vita, è una forma mentis, ci serve per stare bene, condividere non può fare paura. E’ una delle cose che mi ha permesso di ascoltare, di capire e di cambiare. Non c’è un momento giusto per iniziare, l’importante è non temerlo, anche se ci rende vulnerabili. Proprio ora che siamo spaesati e non sappiamo a chi credere, non sappiamo a chi dare ragione, o quale esempio seguire, proprio ora condividere sarà la nostra arma più forte. Condividere quei momenti con le  famiglie temporanee vorrà dire portarli con noi in qualsiasi “casa” sceglieremo, o dovremo abitare. Così come portiamo con noi la nostra Famiglia, quella dove tornare quando tutte le altre si sono piano piano smaterializzate nei ricordi. Quindi forse la nostra “casa” non sarà un luogo, ma la somma di tutti questi ricordi che formeranno “case temporanee” immateriali, in cui ognuno di voi, a cui questa riflessione è dedicata, per quanto lontano possa andare, sarà ospite per sempre.