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Karen/ Aftran 942
Forse la fascinazione nelle macchine e nei sintetizzatori era già stata instillata nei componenti degli Ultravox già dagli esordi glam-punk. Nel 1978 qualcosa cambia; la band si avvicina alle sonorità più vellutate ed eleganti new romantic dei Roxy Music e di David Bowie con System of Romance. Poi John Foxx lascia la band ma gli Ultravox proseguono in parallelo la stessa strada dell’ex cantante. La prima tappa di questo viaggio letteralmente stellare è Vienna dove le tastiere, le atmosfere noir e i paesaggi cosmici diventano protagonisti. l’intro "Astradyne" lancia l’ascoltatore davvero in orbita a suon di space disco: Kraftwerk e Moroder sono le principali influenze e il suono delle macchine ci dice chiaramente che siamo entrati negli anni ’80.
Midge Ure riesce a far fuoriuscire un’elasticità vocale davvero impressionante subito in "New Europeans". Traccia cadenzata electro-rock, i nuovi europei si distaccano dalle usanze del vecchio continente fatte di rock progressivo, di conservatorio, di strumentazione classica. La vecchia Europa era bruciata a Berlino con la trilogia di Bowie mentre le porte del futuro erano state spalancate e questo era il suono della nuova ondata musicale e generazionale. "Passing Stranger" ha quel qualcosa di apocalittico e di teatrale; i palazzi crollano danzando sul vocoder di Ure; la sua voce passa continuamente da un registro puro ad un altro effettato, ma perché in questo momento egli è il cantore dello spazio e dallo spazio (si possono sentire nella traccia un paio di volte, i synth che emettono pulsazioni da oltre i confini planetari, prima dei ritornelli). Le influenze si tingeranno sempre più di Bowie e di Bryan Ferry, le tracce passano dall’una all’altra senza soluzione di continuità, in un lungo viaggio che va dal rock alla dance alla minimal synth-wave (il brano omonimo). Dopo l’electro-disco "Sleepwalk" è forse il momento di uno dei picchi più stravaganti dell’album, "Mr. X", una traccia enigmatica e cinematografica, con richiami ai nostrani Chrisma/Krisma, dalle tinte in bianco e nero: espressionista e noir. "Western Promise" e il suo arpeggiatore moroderiano è ancora la prova che gli Ultravox sono colti, eleganti ma tremendamente decadenti. L’impressione che il mondo stia collassando laggiù piccolo in mezzo alla galassia è costante mentre noi stiamo ballando su una navicella spaziale David Sylvian e i primi Japan sono altre tangibili influenze che or sono perfettamente percepibili.
La bellezza e l’unicità di Vienna (reperibile anche la versione completamente rimasterizzata da Steven Wilson) è che i suoi brani sono chiaramente pop-rock ma le tastiere prendono il posto della chitarra, diventano strumento principale sia nella struttura portante che nei fraseggi. L’approccio alla tastiera è simile ma opposto rispetto al genio Trevor Horn che nello stesso anno scrive Drama per gli Yes. I synth di Horn avranno un effetto di scomposizione sulla struttura delle tracce prog mentre le tastiere di Midge Ure faranno da collante e da condensante. Mentre gli Yes descrivono la teatralità del collasso dall’interno del pianeta (che può anche essere uno dei loro ipotetici globi extraterrestri) gli Ultravox lo fanno da oltre l’orbita.

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"I'm a chrisalis now" s/he declares.
"Soy una crisálida ahora" exclama la futura mariposa.