La fase di addormentamento è sempre un terremoto muscolare, sobbalzi e muscoli che scattano come fossero toccati, scosse metafisiche, spettri che scuotono per fami svegliare. Mi appisolo sul treno ma va bene così, meglio che il sonno non è profondo, non è un viaggio lungo.
La sera è quello spazio temporale dove il presente si annulla, ritornano paura antiche ormai indefinibili ed io mi sento ancora disarmata – ancora? Ancora. Deformata. Evito di metterci parole, di mentalizzare, di razionalizzare, preferisco che sia una semplice sensazione, di metterci qualcosa che spenga o mi distragga da quella sensazione. Tutto il contrario del lavoro analitico. Ma quando quello che provi non ha appigli col presente metterci parole col rischio di cadere nel sentimentalismo è totalmente inutile. Ed io non solo non voglio metterci parole ma non voglio costruirci neanche immagini, non voglio spiegarmi l'angoscia con delle mani assenti, delle carezze non evase, non voglio cedere all'emotività, all'eterno ritorno della sensazione di abbandono. Preferisco tenermi semplicemente questa sensazione che appesantisce le palpebre ed il petto. Passerà in qualche modo. Si ripresenterà e verrà ignorata nuovamente, almeno per ora. Magari affronteremo la cosa in analisi, magari gli dirò senti non mi importa di tutto quello che ho letto, non voglio parlare come se avessi la verità in tasca, voglio parlare con tutta libertà, senza neanche cercare troppo le parole, senza il desiderio di impressionarti, aiutami a prendere di peso questa angoscia, la ignoro come sono stata ignorata e questo sappiamo che non va bene se voglio cambiare, troviamo una soluzione.
Allora per ora mi tengo questo cuore che batte in maniera irregolare, mi tengo queste palpebre pesanti, questa gola serrata. Mi metto sotto le coperte, con la luce fioca dei led e mi metto a riposare. Aspetto il prossimo giorno libero per godere di un altro po' di lentezza.















