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Спутник - Sputnik #4
Il pomeriggio dopo pranzo scorre tranquillo, sonnecchiando sul divano con il gatto acciambellato sulle gambe che fa le fusa. Sono le sette e prendiamo di nuovo il marshutka per Kiev, questa volta è stata una toccata e fuga qui a Chernigov.
Il grigiore sovietico della periferia di Kiev circonda lo stradone a 6 corsie che porta verso il centro. Man mano che ci si avvicina, si può notare il verde che aumenta. Dal belvedere in centro dove si erge l’arco dell’unione dei popoli, monumento socialista, si rimane colpiti da come la città risulti in mezzo al verde, tra i parchi, i boschi sulle colline, gli alberi su ogni via, nei parchi giochi dei complessi residenziali, il verde delle isole in mezzo all’azzurro del Dnepr. La capitale subisce una metamorfosi con il cambiare delle stagioni, dal volto severo, monocromatico e in qualche modo affascinante, durante lo gelido inverno, all’esplosione di vitalità e colori della primavera.
Il marshutka si ferma a Lesnaya, si scende e ci dirigiamo verso la metro. Vasilisa recupera il gettone dal borsellino, niente biglietti per la metro a Kiev, anche questo è un sistema sovietico. Infilo il piccolo disco di plastica azzurro nel tornello, e le scale mobili, velocissime, ci portano verso il basso. Osservo gli sguardi della gente, scorrere in senso opposto sulla scala mobile accanto. Un uomo e il suo vestito che ha visto troppe domeniche. L’orgoglio nell’indossarlo, ancora addosso, nella postura delle spalle fiera. La mano callosa sul corrimano, un orologio economico s’affaccia dalla manica della camicia. Scorrono nubi sul suo volto, e la sua sagoma si allontana, per confondersi tra l’indifferenza della scala che sale e le persone, ordinatamente allineate sulla destra, che vestite di stanchezza rientrano a casa.
Il treno arriva sferragliante, spaccando il secondo, nel suo blu e giallo. Ha quarant’anni questo modello, ma è tenuto egregiamente. L’odore della polvere si mescola al sudore e a profumi troppo dolci di alcune ragazze che vanno in centro. Le rotaie stridono di tanto in tanto ed i monitor muti mandano le previsioni del meteo, ecco il suono della metro di Kiev. In questo silenzio, un bambino gioca con il suo dinosauro preferito, portato da casa. Una babushka e due uomini col pantalone a vita alta, osservano senza grande interesse i monitor, e le loro spalle caduche oscillano passivamente con il treno che sussulta.
L’appartamento dove alloggiamo, è vicino alla banca d’Ucraina, è una zona bene di Kiev. Per arrivarci dobbiamo percorrere un lungo tratto in salita per poi ritrovarci in un intreccio di vie molto simili tra loro. L’architettura del quartiere è inizi novecento ed anni trenta, ed il nostro appartamento è una stalinka. L’urbanistica sovietica ha avuto varie fasi, e sebbene è con Khrushev che s’è avuto uno sviluppo enorme dell’edilizia, le case più belle rimangono quelle costruite con Stalin al potere. Le stalinka sono le case dei ricchi, il soffitto a volta (4-6 metri d’altezza), luminose e spesso abbellite con stucchi. Già dal portone, dopo aver alloggiato in decine e decine di appartamenti, si capisce il livello decisamente elevato rispetto agli standard sovietici delle krushevka (gli appartamenti costruiti sotto Khrushev). Appena entrato, annuso l’aria e incredibilmente niente puzza di muffa nelle scale. Dei discreti signori con cani di razza escono dall’ascensore, che risulta dotata di specchio (una rarità). Il gabbiotto per la dejournaya, la signora che controllava le entrate e le uscite dei condomini, è ancora lì, ma è vuoto. Le istruzioni per l’uso dell’ascensore portano il simbolo di USSR, la repubblica socialista sovietica ucraina, basta leggerle e sentirle ancora calde di storia. Arrivati, la classica porta nera rivestita di cuoio, ormai logoro, è davanti a noi. Dopo averla aperta, ecco un’altra porta, blindata questa volta; e ancora un'altra porta, da interni, in legno. Questa scenetta delle mille porte da aprire è estremamente comune. Il motivo sta, oltre alla sicurezza per quanto riguarda la porta blindata, nell’isolamento dal freddo. Tra la porta in legno e la porta principale c’è sempre un interstizio d’aria, a mo’ di cuscinetto termico.
La stalinka dà subito una sensazione positiva con le volte alte che rendono arioso ed elegante l’ambiente, e le carte da parati dai colori caldi a renderlo accogliente. Ma c’è una sorpresa ad attendermi dopo pochi minuti: il mobilio, i sanitari, i lampadari, sono quelli originali anni 70’. Qualcosa che alla maggior parte delle persone potrebbe risultare un disagio, una scomodità, un motivo di lamentela e di pessimo comfort, è per me uno sguardo rubato su orizzonti che non esistono più. Incastrate, nelle maniglie del frigorifero Minsk-15, nel divano spento, solo, accanto al tavolo bianco, le voci dell’uomo utopico, dell’uomo eroico, dell’uomo dimenticato, dell’uomo fragile, così umano. La cortina di ferro prima, il trionfante occidente dopo, ha nascosto e sconfitto la memoria di questa gente. In un lampo, la voglia spasmodica di svendere tutto, ha inondato l’est. E così, i sogni che erano prima, i mobili, le auto, l’orgoglio, le speranze, tutto al mercatino delle pulci, per qualche dollaro. La si può ascoltare, la vita che era, negli occhi che inciampano tra i ricordi, il dubbio su come guardarsi indietro, la consapevolezza che tu sei occidentale, e non hai le vele giuste per un mondo sommerso. Basta interessarsi a questi volti, ai gatti nelle case, ai treni con addosso l’odore della storia, ai musei cosmonautici, con i motori dei razzi che ancora oggi portano le sonde americane su Marte, e con le capsule che prima di tutte si sono spinte oltre l’immaginario. Basta andare a lezione all’università con altri ragazzi ucraini, la determinazione negli occhi già adulti, la normalità di bere un tè nelle camere microscopiche dei dormitori, le risate nella neve mentre una sigaretta, come un comignolo, disperde nell’aria il tempo. Basta ascoltare un pianto silenzioso, sul marshutka che si perde tra i palazzi grigi, inoltrarsi nelle grotte sante di Pecherka con l’odore delle preghiere al buio. Basta seguire i sentieri del proprio cuore ed ecco, il rapimento dell’est. Un viaggio nel tempo, tra velata nostalgia, e solido futuro nello scoprire l’uomo alla radice, un percorso di volti disegnati dall’esistenza, di drammatica poesia, e di ancestrale dolcezza, un eco maestoso che fa vibrare, fino a mettere in risonanza, l’io dormiente, padre di mio padre, che conosce ancora l’antico rapporto dell’uomo con la vita.
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One of the first project of Gae Aulenti (4 Dec, 1927 - 1 Nov, 2012)
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