«L’itinerario nel fitto dei boschi si rivela, alla fine, come il viaggio più esigente: quello verso il riconoscimento di noi stessi. Lungo il sentiero l'anima si scopre fragile e leggera, simile a un ramoscello di nocciolo trovato per caso e raccolto con l'unico scopo di sferzare l'aria, procedendo in una segreta e immotivata allegria che assomiglia alla vera giovinezza. È una vibrazione che rasenta l'indicibile, capace di scuotere chiunque trovi l’audacia di dare un nome al senso intimo e persino scandaloso della nostra esistenza; una condizione in cui si azzera ogni gerarchia del mondo e si comprende, finalmente, che i profitti e le perdite non sono che i due volti intercambiabili di una stessa moneta. In questa pacificazione risiede l'unica, autentica libertà: il transito di una vita che non erige dogane o confini tra l'interiorità e il mondo esterno, ma accetta semplicemente di essere, fluendo con la corrente. In questo abbraccio immenso, che tutto accoglie senza la pretesa di un giudizio, ci viene incontro ciò che non abbiamo mai cercato, a patto di saper sostare sulla terra senza bramosia o ansia di possesso. Come l’anemone dell’Appennino, il giglio martagone o l'elleboro di Boccone, l’esistenza si fa allora puro fiore spontaneo: una presenza ferma che non interroga l'orizzonte per calcolarne i vantaggi, ma accoglie il vento quando arriva e di quel soffio, con sovrana gratitudine, gioisce» (Sosio Giordano)















