Caro soffitto,
lo sai che, con il tempo, sei diventato il custode dei miei silenzi. Una sorta di fedele amico. Ogni volta che sono in questa camera, con le forze ormai malconce, ti osservo attonita per ore. Ogni sera mi sdraio sotto di te e ti affido il compito più semplice e più difficile: contenere la baraonda di pensieri che io non riesco più a governare.
Allora la mente si mette in cammino. Cerca un'origine, una crepa, il punto esatto in cui qualcosa si è incrinato. Ripercorre sconfitte, immagina alternative, costruisce vie d'uscita che spesso esistono solo per il tempo di un respiro. Fino a ritrovarsi sempre nello stesso punto: a chiedermi dove avesse messo radici questa mia disarmonia con la realtà . Una disarmonia che ha qualcosa di montaliano: quella sensazione ostinata di essere sempre un passo fuori dal mondo, mai davvero dentro.
Poi mi arrendo anch'io. Resto lì, ad aspettare che le palpebre si bacino, che il battito si calmi e che quella fame d'aria, almeno per una notte, si sazi.
Qualche sera fa, però, la domanda è cambiata.
Non mi sono più chiesta cosa ci fosse di sbagliato in me.
Mi sono chiesta:
Per chi sto vivendo?
Ed è stato lì che ho capito.
La mia inquietudine non affonda le radici dentro di me.
Le hanno piantate gli sguardi.
L'orgoglio che sento di dover dare ai miei genitori. La stima che sento di dover meritare da chi mi vuole bene. Le risposte che sento di dover dare a chi pretende di sapere. La versione migliore di me che continuo a sentirmi obbligata a consegnare al mondo.
Come se nascere avesse significato firmare un debito.
Eppure c'è un paradosso che non smette di sorprendermi. Quando il mondo tace, riesco perfino a fare pace con la mia malinconia. Ci sto bene. La malinconia è una delle poche emozioni che non mi chiede di essere diversa da ciò che sono. Forse è per questo che riesce ancora a sedurmi.
È quando qualcuno pronuncia il mio nome accanto a ciò che dovrei essere che il terreno si sgretola sotto i piedi.
Forse mi sono smarrita nel tentativo di essere all'altezza della strada che gli altri avevano tracciato per me.
Perché nessuna casa costruita con i mattoni delle aspettative altrui saprà mai chiamarsi casa.
A stanotte, mio fedele amico.

















