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Il DDL sulla giustizia è inammissibile, per l'UCPI
Allungamento della prescrizione e cd. processo a distanza, in particolare, le motivazioni che spingono l’Unione delle Camere Pnali Italiane a indire questa nuova astensione (la quarta, negli ultimi due mesi, sempre per gli stessi motivi) contro il DDL di riforma della giustizia che il Governo vorrebbe approvare con il meccanismo della fiducia.
Qui il comunicato per esteso.
Senegalese, senza permesso di soggiorno, con diversi precedenti per spaccio, viene trovato a spacciare sui Navigli, a Milano. Risulta essere già stato investito da un divieto di dimora a Milano, ma dichiara di dormire alla stazione centrale della città oggetto della misura cautelare. Il giudice convalida l'arresto, ma lo rilascia, con una nuova misura cautelare: un altro divieto di dimora a Milano.
Il DDL di riforma del processo penale si accinge ad essere votato dal Parlamento con il meccanismo della fiducia, posta dal Governo Gentiloni.
Sin dal primo esordio parlamentare del DDL di riforma del processo penale questa Giunta ha segnalato la natura schizofrenica del progetto di riforma, che al tempo stesso introduceva modifiche capaci di mortificare in profondità principi e garanzie fondamentali, assieme ad altre che al contrario restituivano garanzie.
Tali contraddizioni sono evidentemente il frutto di un approccio segnato dalla mancanza di un disegno organico, dalla totale assenza di una idea di processo, e dalla mancata individuazione dei suoi principi fondanti che, come tali, non possono essere al tempo stesso, qui demoliti e lì ripristinati, qui oggetto di tutela e lì gettati nel fango.
Allungamento della prescrizione e processo a distanza sono le due riforme principalmente oggetto di critica.
Parla male dell’ex con i figli: punizione esemplare per la donna
In Italia, rischia di perdere l’affidamento condiviso la madre divorziata che parla male dell’ex marito davanti al figlio.
Il Tribunale di Roma ha condannato una donna a pagare €30 mila all’ex compagno per aver adottato “atteggiamenti sminuenti e denigratori della figura paterna”, che avevano portato il loro bambino a rifiutarsi di incontrare il papà. Una punizione esemplare per aver “svilito nel suo ruolo di educatore e di figura referenziale” l’uomo, che il giudice ha voluto infliggere come avvertimento. “Se la mamma dovesse continuare con questa condotta” - si specifica nella decisione - “le sanzioni a suo carico saranno ancora più pesanti”. Fino ad arrivare anche alla revisione delle condizioni dell’affido.
L’intera sentenza, cliccando qui
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Si è svolta oggi l'ultima prova scritta secondo la vecchia formula d'esame. Dall'anno prossimo, si cambierà.
Termina oggi il tour de force di tre giornate che prevede la redazione, in 7 ore di tempo, di due pareri (uno in diritto civile e uno in diritto penale) e un atto, che postuli conoscenze anche in materia processuale (in una materia a scelta tra diritto penale, civile e amministrativo).
Qui trovate i commenti a tutte le prove.
Dopo la correzione, che durerà diversi mesi, i praticanti giudicati idonei saranno ammessi alle prove orali (coloro che avranno ottenuto un punteggio complessivo di 90 su 150, con al massimo una prova con punteggio inferiore a 30 su 50) e dovranno dimostrare la conoscenza dell'ordinamento forense e dei diritti e doveri dell'avvocato, nonché sostenere un esame su cinque materie (di cui almeno una di diritto processuale) a scelta tra le seguenti: diritto costituzionale, diritto civile, diritto commerciale, diritto del lavoro, diritto penale, diritto amministrativo, diritto tributario, diritto processuale civile, diritto processuale penale, diritto internazionale privato, diritto ecclesiastico, diritto comunitario.
Agli orali, i candidati dovranno raggiungere un punteggio complessivo di almeno 180 su 300, con al massimo 1 materia con punteggio inferiore al 30.
Per l’ultimo anno, gli aspiranti avvocati hanno svolto le prove con possibilità di consultare i codici annotati con la giurisprudenza.
Da dicembre 2017, infatti, i praticanti dovranno sostenere un esame profondamente riformato: saranno oggetto di modifiche le prove scritte e orali, oltre alla durata del tirocinio forense.
Il sistema penitenziario italiano costa al contribuente circa 3 miliardi di euro l’anno, ma produce uno dei tassi di recidiva più alti d’Europa. È un grande paradosso, conseguenza di mo…
È un grande paradosso, conseguenza di molteplici fattori che possono essere sinteticamente riassunti in un dato di fatto; la galera è stata pensata più per l’afflizione che per il ravvedimento.
È un carcere punitivo e infantilizzante quello italiano, dove il recupero e la rieducazione passano prevalentemente per l’obbedienza e la sottomissione ai regolamenti e all’istituzione. La Riforma penitenziaria del 1975 aveva cominciato a recepire i principi dell’articolo 27 della Costituzione che, tra l’altro, dichiara che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità.
Dopo questa legge non sono stati fatti quegli ulteriori passi in avanti necessari a trasformare le prigioni da luoghi di mera custodia, a occasioni per sviluppare percorsi di cambiamento e riscatto sociale che spingessero a sganciarsi dalle maglie della criminalità. C’è da dire che, mentre in questi anni la società ha subito grandi trasformazioni, il carcere è rimasto uguale a se stesso.
Una istituzione deresponsabilizzante, dove il periodo della detenzione è contrassegnato per lo più da un ozio forzato che fa sprecare il tempo che dovrebbe essere invece impiegato per la risocializzazione, e per un vero ripensamento della propria vita. Nelle nostre prigioni la routine e il linguaggio di tutti i giorni spingono i detenuti verso una dimensione passiva e infantile che riesce al massimo a formare un buon detenuto, ma non certamente un buon cittadino. È uno spaccato che emerge anche dalle lettere scritte da Enzo Tortora alla sua compagna durante i mesi trascorsi in carcere, pubblicate durante l’estate da Il Mattino. È una straordinaria descrizione della quotidianità vissuta all’interno dei penitenziari. “Sapessi – scriveva Tortora – cos’è l’umiliazione di dover scrivere ogni cosa, la più rutile come una lametta da barba, una lozione, un telegramma che verrà letto prima, in fondo a una domandina”. Si dice proprio così – aggiungeva – come all’asilo. E con tanto di “con ossequio” finale.
La “domandina” è il modello attraverso cui i detenuti possono fare ogni tipo di richiesta: il lavoro, i colloqui con i volontari, l’accesso ai corsi professionali, le visite mediche e la spesa settimanale. Sono passati oltre 30 anni ma il carcere è rimasto sempre identico a se stesso, nella terminologia come nei ritmi della vita ordinaria. La conta, le ore d’aria, le giornate sempre uguali nelle celle, dove “il tempo è un gocciolare interminabile, inutile, assurdo”, e solo se sei fortunato puoi partecipare a qualche attività lavorativa o rieducativa. Il detenuto modello è quello che non crea problemi e come i bambini non deve arrecare disturbo. In questo modo, i carcerati vengono deresponsabilizzati e non diventano i protagonisti del loro percorso di riscatto e di reinserimento nella società. C’è una enorme sproporzione tra l’enorme numero di agenti di polizia penitenziaria presenti nelle nostre carceri e quello di educatori, assistenti sociali, per non parlare degli psicologi, specie ormai in estinzione. I premi e i benefici sono concessi solo per la buona condotta e per l’assenza di sanzioni disciplinari.
Si tratta invece di coinvolgere chi ha avuto comportamenti devianti in processi di revisione personale, che devono produrre cambiamenti determinanti, attraverso condotte riparatorie nei confronti di chi ha subito violenza, o nella partecipazione concreta a rendere migliori le condizioni del carcere in cui si vive, solo per fare qualche esempio. Succede che chi è impiegato in una attività retribuita non ha la dignità di lavoratore, diventa un participio e viene chiamato “lavorante”.
Anche le mansioni vengono sminuite nelle prigioni. Chi raccoglie gli ordinativi della spesa dei detenuti assume l’incarico di “spesino”, chi è addetto a spazzare nei luoghi comuni è lo “scopino”. Proprio qualche tempo fa mi è capitata tra le mani una domandina che chiedeva “umilmente alla stimatissima Signoria Vostra di poter effettuare un breve colloquio con il volontario”. Le notizie di cronaca talvolta ci parlano di detenuti modello che usciti in permesso premio o per fine della pena, commettono reati che appaiono poi inspiegabili agli operatori penitenziari. Chi, invece, durante la carcerazione manifesta un disagio, magari con gesti violenti o autolesionistici viene isolato e tanto spesso trasferito in altro penitenziario, per evitare ulteriori problemi, senza capire che dietro quei comportamenti ci potrebbero essere malesseri o domande inespresse. Il clima di paura e la domanda di sicurezza della nostra società hanno avuto una grande influenza nel determinare un approccio esclusivamente punitivo.
Chiudere in cella chi ha commesso reati e buttare la chiave non è solo uno slogan, ma è tutto un modo rassicurante e liberatorio di concepire l’esecuzione della pena. Tuttavia il carcere che umilia i detenuti aumenta la recidiva e non la sicurezza. Questo strabismo sociale è stato colto negli Stati generali dell’esecuzione penale, promossi dal ministro della Giustizia Andrea Orlando. Una discussione articolata in 18 tavoli tematici a cui hanno partecipato operatori del mondo penitenziario, accademici, volontari, intellettuali. Questo confronto dovrebbe produrre alcune proposte di modifiche legislative in materia di esecuzione delle pene. Perché non lo dimentichiamo, la Costituzione parla di pene al plurale, ricordando così che la detenzione non è l’unico modo per scontare una sanzione penale. Il dibattito dovrà continuare nei prossimi mesi per contribuire a quel cambiamento culturale che dovrà trasformare chi è recluso da buon detenuto a buon cittadino. Guai a fare passi indietro sulle carceri. È un’utopia ? Edoardo Galeano, intellettuale uruguaiano, ricordato proprio negli Stati generali, diceva che “l’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l’utopia? A questo, serve per continuare a camminare”. Ma nel frattempo perché non cominciare a modificare subito il linguaggio delle nostre galere?
Antonio Mattone
Il Mattino, 19 ottobre 2016