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(ITA) È vietata la diffusione delle scan senza il permesso del team Norowa.
(ENG) It is forbidden to distribute the scans without permission from the Norowa team.
(ITA) Opera originale di Redmari.
(ENG) Original work by Redmari.
I’ll coming for your love, okay? (Harringrove, Cap 2)
Venerdì fu molto semplice per Billy autoconvincersi a non partire. Dopo un giorno e mezzo di viaggio era veramente troppo pretendere da se stesso anche solo l’idea di stare più di cinque minuti seduto con un piede sul pedale dell’acceleratore. Trovò un motel senza troppi ripensamenti e crollò in un sonno profondo fino a notte tarda. Erano le tre, infatti, quando sussultò sul materasso e si accertò di non essere dove era certo di trovarsi nei suoi incubi. Nessuna mano stringeva vigorosamente il suo collo. Non c’era sangue sul suo labbro spaccato. Le sue costole, contuse da passate collisioni, erano fortunatamente ognuna al proprio posto.
Si calmò soltanto accendendosi una sigaretta, mentre faceva mente locale su quanto fosse successo negli ultimi giorni.
Neil Hargrove era morto. Espirò il fumo e si tolse il paio di jeans che non aveva fatto in tempo a togliersi non appena arrivato in quel sudicio posto. Caddero a terra.
Non poteva permettersi granché, ma quella scelta disperata era avvenuta per altri motivi rispetto ai soldi. Era appartato e piuttosto lontano dal centro di Hawkins. Era certo, Billy, che nessuno di venerdì sera o sabato mattina, all’indomani, si sarebbe spinto in quelle zone. La sua fottuta Camaro dava troppo nell’occhio e non poteva proprio permettersi un hotel nei pressi della cittadina. Non era così male, certo, ma quel posto puzzava di vecchio e di sesso a pagamento – una cosa che decisamente non poteva permettersi.
Prima di rimettersi a dormire e subito dopo aver finito di fumare, si fece una doccia. Si asciugò i capelli pigramente, lasciandoli leggermente umidi sulle punte arricciate. Cercò nel borsone un paio di mutande pulite, se lo portava dietro senza mai disfarlo veramente del tutto, come se fosse sempre sul punto di scappare. Ne annusò diverse, forse lasciare nello stesso spazio panni sporchi e puliti non era stata una scelta intelligente. Cristo, era veramente uno schifo vivere da solo. Troppe responsabilità che difficilmente riusciva a seguire, anche qualcosa di semplice come fare il bucato almeno una volta alla settimana gli sembrava cosa impraticabile.
Con solo un paio di boxer addosso si ributtò sul letto e dormì fino alla mattina seguente.
Si svegliò tardi. Più annoiato che mai. Non pensò a dover rimettersi in marcia, perché non avere una risposta alla domanda “dove andare?” lo infastidiva maggiormente. Poteva tornare in California, ma non aveva dato nessuna notizia alla proprietaria della tavola calda dove lavorava e, data la stagione e il luogo, difficilmente poteva essere perdonato e ripreso senza le dovute conseguenze. Sapeva però che quella del lavoro era solo una scusa. In realtà, non voleva tornare in California.
Quando viveva sotto lo stesso tetto del padre aveva spesso pensato alla fuga in California come l’unica possibilità per il suo futuro o per la sua sopravvivenza. Primo, perché la distanza dal padre era molto ampia e in un certo senso confortante; secondo, perché lì era dove era cresciuto e dove credeva di appartenere. Aveva scoperto, però, una volta arrivato nella terra promessa, che nonostante la distanza fisica dal padre, le paranoie e le paure l’avevano seguito come un’ombra. Il padre non sarebbe mai andato a riprenderlo, soprattutto ora che aveva compiuto diciotto anni e non era legalmente una sua responsabilità, ma anche solo il pensiero che il padre potesse raggiungerlo, gli provocava attacchi di ansia che spesso erano sfociati anche in attacchi di panico. Ma col padre in vita o morto, la California non era più la stessa. Mancava il fulcro più importante, sua madre. Lei che aveva saputo fargli amare l’oceano e le onde. Lei che amava portarlo sempre in posti nuovi e inesplorati. Lei che gli faceva ascoltare buona musica e lo portava a concerti di band fighissime. Lei che era semplicemente sua madre, e non c’era più.
Tornare a Hawkins era stato come chiudere con la California, o perlomeno con quella che aveva perso quando la sua famiglia era scomparsa tutta in un giorno. Hawinks non era casa, come non lo era nessun posto al mondo ma… non sentiva il vero bisogno, quello che aveva sentito il giorno del suo diciottesimo compleanno, di fuggire via da quel posto. Faceva schifo, ancor più schifo, ma fondamentalmente Billy non sapeva dove altro andare. Nessuno da cui andare. E i soldi, per un probabile viaggio senza metà, erano talmente scarsi che dubitava perfino di riuscire ad arrivare a Chicago.
Fece colazione senza fretta, fumò un altro paio di sigarette e guardò la televisione nella propria stanza. In qualche modo, si fece l’ora di pranzo e poi quella di cena. Dormì spesso e la notte si risvegliò verso le tre soltanto per bere una coca-cola presa dal distributore automatico del motel e fumare un altro po’ di sigarette.
Si addormentò, promettendo a se stesso che, nonostante la California non lo aspettasse più, l’indomani sarebbe ripartito.
Domenica, verso le quattro del pomeriggio, Billy era ancora a Hawinks, ma perlomeno nella sua Camaro. Era stato talmente sconsiderato da girare per Hawinks. Era passato perfino davanti alla scuola che aveva abbandonato un anno prima di diplomarsi, tranquillo di non incrociare nessun moccioso, essendo chiusa per le vacanze estive. Bevve un po’ di birre, si domandò se nel futuro era destinato a diplomarsi e se gli importasse davvero un foglio di carta utile al massimo per pulircisi il culo. Però il basket gli mancava. Fare il coglione e atteggiarsi come il nuovo King era un pensiero talmente positivo da farlo sorridere al vuoto come un idiota.
Luglio stava per finire e la città era mezza disabitata, lo rassicurava la sua sconsideratezza. Solo gli sfigati rimanevano in quella città o non si organizzavano per una vacanza in zone marittime per il finesettimana almeno.
La sua sorellastra era fra queste sfigate. Susan, considerata la drastica situazione in cui si erano ritrovate, doveva aver iniziato a lavorare e la domenica non doveva figurare come un festivo nel posto in cui faceva l’impiegata. Billy lo intuì dall’assenza della macchina di Neil dal cortile della loro casa.
No, non ci allarmiamo: si era appostato dietro un furgone che nascondeva la silhouette della sua Camaro blu ma era abbastanza vicino da osservare come uno stalker il vialetto di quella che per un po’ era stata la sua casa. In realtà, era ancora la sua casa. Peccato non avesse burocraticamente idea di come funzionassero le cose dopo la morte di un parente.
Max uscì con lo skate verso le cinque, probabilmente verso l’Arcade o casa di uno dei marmocchi – che comunque vivevano in quartieri più altolocati del loro e, quindi, distanti da lì.
Billy, allora, si domandò quanto potesse essere pericoloso addentrarsi dentro casa per dare un’occhiata. Anche solo per accertarsi che ci fosse la sua stanza, con dentro tutte le sue cose, o se le due donne si fossero già presa la briga di far sparire tutto ciò che lo riguardasse, anzi, che riguardasse entrambi gli Hargrove.
La tentazione fu talmente tanta che alla fine cedette, scendendo dall’auto e incamminandosi verso il portico.
La chiave d’emergenza era sempre nascosta sotto il vaso grande vicino al dondolo e ciccando la sigaretta e ficcandosela stretta tra le labbra, Billy si guardò attorno per vedere se qualcuno lo stesse osservando.
Ancora una volta si ricordò che a Hawinks, a Luglio inoltrato, non c’era un cazzo di nessuno in giro.
Entrò veloce e si chiuse la porta alle spalle.
Capitolo I
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Capitolo II
Circa una settimana dopo aver parlato col notaio, Rosa e Alessandro si sono dati appuntamento davanti al castello che lo zio le aveva lasciato in eredità.
È notte fonda, la luna è coperta dalla nuvole e le uniche luci sono quelle delle due macchine che si spengono di fronte al cancello di ferro battuto; i due scendono, e si rivolgono un'occhiata.
"Hai portato l'occorrente?," la donna domanda, e in tutta risposta l'avvocato tira su una tanica colma di benzina.
"Dubitavi?"
"Le prove?," Rosa insiste, volendo finire le cose più in fretta possibile, prima che qualcuno li scopra.
"Sono in tasca. Si pentiranno d'essere nati!"
Rassicurata, la Greco cerca nella borsa le chiavi del cancello e, una volta trovate, infila la chiave e vanno, dirigendosi nella dimora, un'altra chiave e sono dentro; Alessandro non perde tempo e comincia a versare la benzina su tende, pavimento, scale, mobili, qualunque cosa, fino all'ultima goccia e a lavoro terminato prende dalla tasca qualche effetto personale preso in prestito dagli ignari amanti dello zio della sua cliente e li fa cadere un po' qua e un po' là, come se li avessero persi per sbaglio.
"Hai finito?"
"Un attimo solo--" getta un orologio da polso su una poltrona-- "Sì, direi che il lavoro è concluso."
"Perfetto, allora accendo il fiammifero."
"Fossi in te, non lo farei."
Rosa, col fiammifero in mano, si ferma e guarda Alessandro, corrucciando di poco lo sguardo.
"Adesso ti metti a fare il moralista?"
"Vi prego, non lo fate!"
L'avvocato Fumagalli, che stava per rispondere a Rosa, comincia a guardarsi intorno.
"Chi ha parlato?"
"Io."
"Io chi?"
"Mi chiamo Nicandro."
"Mio zio aveva detto che la casa era disabitata."
"Beh, sì, all'incirca."
"All'incirca? Senti, esci dal tuo nascondiglio e vattene, e non dire a nessuno che ci hai visti."
"Calmo, Ale, si vede che non sei abituato ad avere a che fare con la gente." Rosa si fa avanti e domanda alle scale, "Perché non ti mostri, piccolo, così possiamo parlare tranquillamente?"
"Perché se mi facessi vedere, urlerete e scappereste."
La donna rimane un secondo sorpresa per la risposta, ma dopo un po' riprende a parlare, "Perché non dovremmo appiccare il fuoco?"
"I miei zii potrebbero arrabbiarsi, e farvi del male."
"Non sei da solo?! Questa è violazione di domicilio! Portandovi davanti al giudice avrete dei grossi guai!"
"Da quanto vivete qui?"
La voce non risponde, così Rosa insiste, avvicinandosi un po' di più alle scale e alzando un po' la voce:
"Da quanto tempo vivete qui?!"
Delle voci demoniache rispondono con un grido che fa accapponare la pelle ai due, i quali cominciano ad indietreggiare.
"Cos'è stato?"
"I miei zii, vi prego, scappate!"
Tuttavia, la terra comincia a tremare così tanto da far perdere l'equilibrio ad Alessandro e Rosa, un vento gelido comincia a soffiare forte e dal pavimento escono tre enormi figure nere, con gli occhi rossi e gli artigli al posto delle mani, urlando con voci demoniache d'andare via, usando anche delle parole in latino, e le voci sono sono qualcosa d'innaturale, d'inumano; Alessandro comincia a gridare dalla paura, quando una delle tre figure lo afferra per le spalle e lo trascina contro una parete, facendolo andare a sbattere contro un'armatura di ferro. Rosa sta per corrergli incontro, quando una figura nera le prende i capelli per alzarla da terra e un'altra gli tira su la gonna per sbirciare; la donna tira un calcio all'entità e l'altra per tutta risposta la lancia a terra, contro un tavolino, rompendolo.
L'avvocato, ripresosi, la prende e insieme scappano via, mentre sentono delle risate provenire dal castello.
"Che diavolo era?"
"Non lo so, ma dobbiamo immediatamente sbarazzarcene!"
----
Il giorno dopo, i due fanno un giro per il paese, domandando in giro e tutti rispondono allo stesso modo, dettaglio in più o in meno: quel castello è maledetto, è infestato da quattro fantasmi e nessuno osa entrare lì da secoli.
"Secoli?"
"Dovremmo chiamare una società per demolire il castello," propone Sandro, portandosi una mano al mento.
"Così da togliere valore storico al paese?"
"Non t'eri fatta problemi, quando avevo proposto di bruciarlo."
"Però, così capiranno che sono stata io a chiederti di farlo."
"Se distruggete il castello, perderete la possibilità di recuperare il tesoro."
Alla frase del paesano, i due si girano, domandandogli ulteriori informazioni.
"Secondo voi, perché quattro fantasmi infestano un castello? Potrebbero andare in qualsiasi altro posto, eppure si sono stanziati qui." L'uomo s'avvicina ai due e comincia a sussurrare, "Si dice che il vecchio signore del castello abbia nascosto un tesoro, nelle segrete, e i fantasmi sono le anime che abitavano lì e hanno il compito di proteggerlo, a qualunque costo."
Una volta che si sono allontanati, la castana afferra la manica d'Alessandro e gli sussurra d'aver avuto un'idea.
"Cioè?"
"Mai sentito parlare di preti esorcisti?"
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Il giorno dopo, Rosa e Sandro s'incontrano con un prete di fronte al castello.
"E questo sarebbe davvero la tua soluzione?," domanda l'avvocato, molto scettico, "Oh, andiamo bene! Pensavo che scherzassi nel chiamare il prete!"
"Ha tutto quello che le serve, don Giacomo?," Rosa si rivolge al prete, non calcolando affatto l'altro.
"Tutto, non c'è bisogno che veniate pure voi. Cinque minuti e sarà tutto finito."
Il prete sistema meglio la Bibbia con sé poi, con calma, si dirige verso la porta, la apre e, prima d'entrare, si gira e saluta cordialmente gli altri due con la mano.
"Per me, è un uomo morto," Sandro s'abbassa appena su Rosa per dirgli i suoi pensieri, senza distogliere gli occhi verdi dalla porta che si chiude.
"Sei troppo scettico. Vedrai che funzionerà." La signorina Greco finisce d'agitare la mano ed incrocia le braccia. "E adesso attendiamo."
Non trascorrono neanche cinque minuti, che entrambi iniziano a sentire urla, ruggiti, qualcosa che il buon senso non vuole neanche decodificare, forse i conati di vomito o Dio non sa cosa... Ma che diavolo sta succedendo là dentro?
Poco tempo dopo, il prete esce con... La testa voltata di 180 gradi? Ed è ancora vivo?! Rosa rimane sconcertata, mentre Alessandro comincia a coprirsi la bocca e il naso, cominciando a sentire un odore sgradevole, cosa gli hanno buttato, uova marce?
"Tutto-- bene?," domanda Rosa, una volta che il prete li ha raggiunti e, voltandosi, quest'ultimo alza le spalle.
"Benissimo, mai sentito meglio! Uno di loro ha cominciato a urlare, appena m'ha sentito parlà, e gli altri due hanno fanno il resto. Me sa che non andavano molto d'accordo con la Chiesa."
A questo punto, l'avvocato s'intromette: "Tutto qui? Cioè-- tutto questo per niente?"
"Sono desolato, ma non posso farci nulla. Dovreste rivolgervi a qualcun altro." Il prete marchigiano si ferma a pensare, poi si rivolge ai due, "Avete mai sentito parlare del Dottore Dalmasso, esperto del paranormale?"
Gli altri due negano con la testa, e allora don Giacomo continua a parlare.
"Beh, cercate sulle pagine gialle, lo troverete sicuramente e vi potrà aiutare. Buona fortuna, e che Dio vi benedica!"
Detto questo, se ne va, lasciando Rosa e Alessandro soli.
"Quindi, che si fa?"
"Chiami l'esperto."
"Io? Perché io?"
Rosa gli rivolge un'occhiata esaustiva, ma decide di parlare per evitare fraintendimenti.
"Ti ricordo che lavori per me, adesso, quindi tu chiami. Quindi tu chiami il dottore."
"Ti diverti a darmi ordini?"
"In effetti ci provo un certo gusto. Volendo, dopo tutto questo, posso assumere qualcuno per farmi da segretaria."
Alessandro si stropiccia gli occhi, avvertendo la testa esplodergli, pensando di prendersi una vacanza quando questo lavoro sarà finito.
Capitolo 2 Mi mancherai E mi mancherai, come quando nemmeno ti conoscevo e mi mancavi lo stesso. E mi mancherai, come quando nelle feste di Natale rivedi i parenti che per tutto l’anno non rivedrai più, e anche se in quel momento sono lì, ti mancano già. E mi mancherai, come quando all’ultimo giorno di scuola dell’ultimo anno ti saluti coi compagni di classe dicendo “Tanto rimarremo amici per sempre no ?” Quando in realtà È solo un addio camuffato. E mi mancherai, come se partissi per un viaggio, in un posto lontano, senza un biglietto di ritorno. E mi mancherai, quando di notte ci sarà mezzo letto vuoto. Quando a tavola ci sarà solo un piatto e solo un bicchiere e quella sedia vuota. E mi mancherai, quando alla radio sentirò le canzoni che ascoltavamo assieme, quando andrò nei posti in cui sono andato con te assieme, quando dirò le stronzate che dicevamo assieme e capivamo solo noi. E mi mancherai, anche se io non ti mancherò.

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2. Neonato
..mancava così poco, decisi di aprire le ali per librarmi in cielo come un neonato fa con i primi passi. Controllai intorno a me per vedere se i pericoli fossero finiti, ma per quanto tutto sembrava sicuro e tranquillo, sentivo che in ogni angolo del mondo poteva esserci la mia fine. Dovevo far cessare queste paure, queste realtà, o almeno eliminarle dal mio inconscio, tutto ciò non perché volessi farlo, bensì perché c'era l'alto rischio di essere sorpreso da Thanatos, che è sempre pronto ad aprire le porte degli inferi per donare nuovi eroi ad Ade. Nel mio cammino cerco un riparo per la notte, noto che ovunque vada il mio cuore cerca di portarmi indietro, lì dov’ero quasi stato sconfitto poco prima, ma l’orgoglio e la mia dignità me lo impedivano, questo mio labirinto in testa non mi fece trovare un riparo e finì per addormentarmi con la schiena appoggiata ad un albero, cercando riparo nel suo tronco come un piccolo bambino fa con i propri genitori..
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