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Catastrofi Innocenti #8
Fiamma uscì silenziosamente dalla stanza. Chiese ad una delle infermiere che avevano improvvisamente ripopolato il corridoio dove fosse il bagno e si chiuse dentro. Con gli occhi puntati al suo riflesso le parve di non riconoscersi. Aveva lo sguardo spento e la faccia pallida. Si pose una mano sul petto, cercando di rallentare il respiro. Le sembrava che improvvisamente il suo corpo avesse deciso di reagire alla vista macabra a cui aveva appena assistito. Reazione un po' ritardata, pensò vagamente distratta. Infilzò le unghie di una mano in una coscia, per calmarsi, e prese un boccone d'aria dopo l'altro. Si aspettava le lacrime che le rigavano il viso, ma una parte di lei ne rimase comunque sorpresa. Era morto. Era certamente morto. Un corpo vivo non raggiunge mai in tutta la sua vita quel colore. Quel viola non è compatibile con la veemenza con cui un cuore sano sbatte sulle costole, con la vivacità con cui il sangue, vermiglio, colora le gote per trepidazione, o con l'impetuosità con cui per la fatica i polmoni riprendono fiato. Quel colore negava tutto ciò. Era una manifestazione - la prima a cui Fiamma faceva caso- di due stati dicotomici, la cui coesistenza era impossibile. Vita, morte. Caldo, freddo. Rosso, viola.
Calabras non era mai stato presente nella sua vita. Dieci anni più grande di lei, era sparito quando lei ancora gattonava e bofonchiava qualche sillaba confusa, ed era tornato qualche mese dopo che aveva iniziato le medie. Fiamma ricordava la notte in cui era apparso sull'uscio di casa con in mano una piantina ornamentale e una bottiglia di vino rosso. “Ciao mamma,” le dette una bacio sulla guancia.“Ciao albicocca,” disse indirizzando a Fiamma un sorriso che le sembrava familiare.
“Oh, Ciro!” Esclamò la mamma con gli occhi lucidi, mentre lo stringeva in un abbraccio. Calabras la prese in braccio facendo una piroetta su se stesso e sorridendo. Quando si furono tutti calmati Calabras iniziò a rispondere alle domande che freneticamente continuava a fargli la mamma.
Catastrofi Innocenti #7
Vide tutto scorrergli di fronte come se il tempo avesse improvvisamente ripreso a scorrere normalmente, o forse un po' troppo più velocemente, e prima che le potessero dire niente, vide Calabras disteso su un letto col volto viola. Pensò che era morto, e guardando le lacrime della mamma, e il volto cupo dello zio Michele, comprese che aveva ragione. Temette per un attimo di svenire, anticipando l'ondata di dolore e sconforto che era sicura l'avrebbe investita immediatamente, ma per sua sorpresa rimase in piedi e condusse la madre disperata verso una sedia in un angolo. Ispezionò il cadavere, avvicinando la sua faccia a quella del fratello e cercando di scavare dentro di sé alla ricerca di qualche sentimento, qualcosa di più, e si raddrizzò con un espressione sorpresa e un senso di colpa che era più forte del lutto. Toccò il corpo gelido, rimanendo scioccata di fronte allo sbalzo termico che ebbe la stanza. Il freddo che aveva sino a quel momento scosso tutto il suo corpo scomparve e venne rimpiazzato dal calore afoso dell'ospedale. Si voltò verso un rumore insopportabile della stufa, e simultaneamente si accorse di rumori che prima non sentiva, o aveva completamente ignorato. Mattia stava su una sedia accanto alla finestra e lallava, borbottando qualche sillaba a caso sottovoce e guardando con curiosità i volti della famiglia. La mamma continuava a singhiozzare con il collo e la testa abbandonati contro il muro e le mani strette intorno al nulla, interrompeva il suo pianto talvolta con un suono smorzato di disperazione, che se avesse avuto più potenza e forza dietro, sarebbe stato un grido. Lo zio Michele invece teneva la bocca chiusa e il dolore a bada, ma occupava l'altro angolo della stanza, adiacente alla mamma, e batteva le nocche contro il muro alle sue spalle, producendo un lieve rumore sordo.
Fiamma si avvicinò alla sventurata, prendendo in braccio il fratellino e depositandolo sulle ginocchia della madre. Dette una carezza ai volti di entrambi e poi li strinse in un abbraccio per nasconderli alla vista del morto.
Catastrofi Innocenti #6
Quando si destò dal torpore della lettura erano già le cinque, allora si rimproverò per aver perso la cognizione del tempo e si alzò dal letto per tentare di studiare. Prese il libro di letteratura latina e lesse il capitolo su Giovenale, sottolineando le informazioni sulla vita e sulla sua poetica e inorridendo di fronte alle sue invettive contro le donne nella VI satira. Guardò la pagina con senso critico e giunse alla conclusione che agli uomini del tempo facevano paura le donne intelligenti e informate, e le venne in mente la Medea di Euripide che affermava apertamente ciò. Chiuse il libro dopo due ore di studio forzato e riguardò l'orologio. Come potevano essere le nove? Si strofinò gli occhi e controllò il telefono. Le cifre che si illuminavano beffardamente sotto i suoi occhi erano le stesse. Si alzò un po' confusa e uscì dalla sua stanza. Sentì la porta sbattere dietro di sé e proseguì nel corridoio guardando nelle stanze dei due fratellini e non trovando nessuno. Iniziò a chiamarli, a chiedere se ci fosse nessuno in casa, mentre un leggero brivido le saliva lungo la schiena e le gelava le dita. Nascose le mani tremolanti sotto le ascelle e si meravigliò del freddo che faceva, andando persino a ricontrollare le camere dei suoi fratelli e la sua per vedere se aveva dimenticato la finestra aperta, ma trovò tutto chiuso. Entrò finalmente in salotto e vide delle scarpe infangate da uomo vicino al camino acceso, accanto alle scarpe di sua mamma e dei suoi fratelli. Rimase agghiacciata. Si voltò di scatto a destra e a sinistra, adesso con le braccia e le ginocchia tremanti che la scuotevano tutta, ma non vi trovò nessuno. Entrò di corsa in cucina e prese un coltello per avventurarsi fuori. Non c'erano macchine per la strada, non c'erano impronte fangose di fronte alla porta, eppure sapeva che aveva piovuto, lo sentiva nell'aria, lo vedeva sull'erba e ne aveva la prova in casa. Si girò ma trovò la porta chiusa, quindi lasciò il coltello sul tappetino di ingresso e si avviò verso l'ospedale. O almeno così ricordava di aver fatto, perché quando arrivò stava già sorgendo il sole. Si avvicinò alla reception mentre infermiere e medici volavano da tutte le parti nella stanza e parenti aspettavano ansiosi informazioni e possibili diagnosi. Le venne indicata una scala e lei la seguì senza ringraziare. Non le sembrava di aver parlato, né di aver cercato di approcciare nessuno, ma apparentemente era evidente dove dovesse andare perché la scala la portò in un corridoio verdognolo e poco illuminato completamente vuoto e silenzioso. Era quello il corridoio dove si doveva trovare. Non c'erano porte laterali e l''andito culminava, dove normalmente si sarebbe trovato un ascensore, in una grande porta bianca a doppia anta che al centro presentava dei pannelli di vetro sabbiato che lasciavano solo intravedere delle ombre sfocate che si muovevano disordinatamente all'interno. Fiamma attraversò il corridoio a rallentatore, sentendo ogni passo riecheggiare per il vano, udendo il rimbombo del suo respiro e il suono dello sbattere dei suoi denti, con la mascella tremante, rimbalzare da una parete all'altra. Quando finalmente si trovò la porta davanti non riusciva ad alzare la mano verso la maniglia per la trepidazione. Rimase per un periodo indeterminato a contemplare le sue stesse dita e a darsi coraggio per aprire la porta, ma appena riuscì a muovere il braccio questa si spalancò, e Fiamma venne investita dalle braccia di sua madre che se la tirava contro il petto.
Catastrofi Innocenti #5
Quando Fiamma varcò la soglia venne investita dall'odore di vomito rancido e dovette trattenersi dal rimettere anche lei. L'odore l'aveva temporaneamente stordita ma quando riprese i sensi sentì le grida del fratellino piccolo provenire dal salone. Posò lo zaino e si alzò le maniche, prendendosi un momento da sola per prepararsi ad un pomeriggio intero da badante, e poi entrò in salone. Prese Mattia che piangeva tutto moccicoso e bavoso, lo cullò un attimo sorridendogli e bisbigliandogli cavolate dolci, e con un fazzoletto trovato a caso gli asciugò il viso. Lo mise silenzioso nella culla, sperando che ciò fosse abbastanza per calmarlo, e quando uscì dalla stanza ebbe un momento di speranza che andò distrutto al suo primo grido. Quando rientrò in salone vide Calabras disteso sul suo vomito. Guardò la scena con disgusto ma non aspettò neanche un secondo prima di piegarsi e raccattare il fratello da terra. Lo alzò sentendolo borbottare qualcosa e zittendolo aggressivamente, e quando lui ebbe un altro conato di vomito lo colpì sulla schiena perché buttasse fuori tutto e si liberasse. Era pesante ma riuscì a trascinarlo fino alla loro stanza e a crearsi un passaggio tra le cartacce e le cartine per terra. Lo stese sul tappeto, prese un cuscino e glielo piegò sotto alla testa dopo averlo girato di lato. Stette a guardarlo per assicurarsi che la posizione laterale avrebbe retto e poi ritornò nell'altra stanza per pulire la bile. Quando finì passò da Mattia e vide che stava dormendo, poi da Calabras ed anche lui era uguale. Entrò in cucina, buttò i guanti e tirò fuori il cellulare vedendo due chiamate perse da Andrea. Si tastò gli occhi con i palmi delle mani tirando un sospiro e cedendo nelle spalle cercando di rilassare tutti i muscoli, e con gli occhi arrossati e un altro sospiro sulle labbra chiamò la mamma.
La chiamata fu diretta e breve. La mamma sarebbe rimasta a lavoro fino a tardi e le ricordava che aveva messo la pasta al forno sul bancone e di lasciargliene un po'. Fiamma rimase zitta e solo quando la madre ebbe finito di parlare le disse che Calabras aveva vomitato quelli che sembravano chicchi di caffè e che avrebbe chiamato lo zio Michele per chiedergli cosa fare. La mamma rimase ad ascoltarla e non parlò subito quando finì, poi le ordinò di non chiamare Michele ché sarebbe andata lei appena poteva trovare un momento buono, dato che lavoravano accanto. Chiusero la chiamata senza salutarsi e rimasero entrambe a guardare il telefono con occhi tempestosi.
Fiamma entrò in camera sua, lanciò le scarpe a caso per la stanza e si buttò sul letto pensando a niente e a tutto contemporaneamente. Mentre contemplava il soffitto rievocava la vista del vomito sanguinolento del fratello, ricordava l'odore, che nonostante fosse passata almeno mezz'ora le rimaneva ancora impresso nelle narici, e soffocava l'impulso di piangere. Si mise a sedere sul letto, sforzandosi di non crogiolarsi nelle possibilità macabre a cui il disastro che aveva dovuto pulire alludeva e tirò fuori il libro che stava leggendo. Ragione e sentimento di Jane Austen l'aveva catturata e trasportata in un mondo che, seppur non fosse ideale per un carattere come quello di Fiamma, l'affascinava tantissimo. Presto si immedesimò nei panni delle due sorelle, provando inconsciamente il desiderio di avere una sorella e l'amarezza per la solitudine che soffriva, e si indignò di fronte al comportamento di Willoughby e al suo doppio gioco disgustoso leggendo la lettera che aveva inviato alla povera Marianne, dovette posare il libro per calmarsi e con incredulità sgranò gli occhi guardandosi allo specchio per assicurarsi della partecipazione a tale ridicolezza del proprio riflesso. Wow, continuava a ripetersi, facendo una smorfia confusa di stupore e meraviglia e abbandonando il libro sul letto, lasciando l'indice a tenere il segno, per riflettere per un po' su tutti gli indizi che magari aveva ignorato sul reale carattere di quel personaggio. Non ne ritrovò nessuno, perciò, dopo essere tornata indietro e aver riletto famelicamente la parte dell'incontro tra lo spregevole Willoughby e la vivace e povera Marianne, e dopo aver cercato di interpretare il tono del narratore per cogliere possibili sfumature e allusioni ad un tale esito del loro amabile rapporto, Fiamma riprese il filo e si buttò sul letto con un cipiglio ancora sul volto.

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Catastrofi Innocenti #4
Quando il prof uscì dalla classe Fiamma si alzò in piedi e lo salutò con più entusiasmo ad indicargli che apprezzava il suo tacito gesto di comprensione. I ragazzi uscirono dalla classe e si riversarono sul cortile esterno per programmare la loro prossima uscita e Fiamma si mantenne in disparte con una breve spiegazione che coinvolgeva sua madre e la promessa che le aveva fatto quella stessa mattina. Le dissero tutti di chiamarla e avvertirla che avrebbe pranzato fuori perché non usciva mai e accondiscendendo per una buona volta Fiamma prese il cellulare e telefonò. La chiamata risultò positiva e salivando per la fame e trascinando ancora il passo per il trauma della versione i ragazzi si avviarono verso l'unico bar del paese. Qualcuno espresse disgusto verso il dizionario che era costretto a portarsi dietro, maledicendo quello e se stesso per avere scelto gli studi classici e nel gruppo si alzarono sospiri di compartecipazione sofferta. Alcuni ragazzi si sfidarono a rincorrersi e nello scalpore del gruppo gettarono a terra la roba e sfrecciarono giù per la discesa. Fiamma rimase a guardarli per un attimo con il suo solito sguardo di donna che ormai ha già visto tutto, ma fu bloccata dal perfezionare completamente l'occhiata con un sospiro che incarnava tutta la sua filosofia di vita da una spinta che la buttò quasi di faccia per terra. Si girò lentamente sentendo l'ira impregnarle e irrigidirle le ossa fino a spalancarle la mano destra nella posizione più adatta all'impatto del manrovescio che stava per tirare a qualcuno, e quando vide il suo compagno di banco nascondersi dietro a chiunque potesse scattò e gli si lanciò sopra. Questo appena la vide si piegò di lato e solo per un pelo evitò il contatto faccia-mano che si meritava. Corse giù per la discesa abbandonando ogni suo possesso ché tanto era solo materiale e contavano più le cose spirituali non tangibili ma di cui nessuno ti può privare, come direbbe Seneca, l'amicizia, la virtù e soprattutto l'incolumità fisica. Fiamma lo seguì, aggrappandosi al dizionario con un braccio e allo zaino traboccante con l'altro, e per quei pochi minuti che seguirono e che culminarono nella bella botta che dette all'amico non si curò di quanto paresse ridicola a saltare sulle due zampe col GI in braccio.
Quando finalmente anche il resto della congrega scese, rimasto indietro a sostenere Andrea ed altri due che erano piegati a terra dalle risate, l'amico di Fiamma ricevette delle belle pacche sulla testa e il dizionario e lo zaino che aveva lasciati in cima. Entrarono tutti nel locale e si dovettero stingere intorno al tavolo del bar, l'unico esistente che suscitò le risatine e la battute di tutti su come quel locale fosse proprio tanto affollato. Ordinarono, Fiamma con più fervore degli altri, e quando arrivarono i piatti si chetarono tutti per dedicarsi al proprio pasto. Andrea si era seduta accanto a Fiamma, e a differenza del resto della classe sembrava intenzionata a conversare, non degnando di uno sguardo i crostini al fegatino che aveva preso. Fiamma tentò di tenersi al passo e rispondere tra i bocconi alle domande o ai vuoti di partecipazione che tanto generosamente Andrea le lasciava, ma dopo cinque minuti toccò il braccio alla ragazza e riprese a mangiare senza pause. Quando più o meno tutti ebbero finito, eccetto l'amicone di Fiamma, che era sempre l'ultimo, e Andrea che quasi non aveva toccato il piatto, iniziarono a discutere delle vacanze di Natale e dove avrebbero passato il capodanno. Qualcuno molto saggiamente ricordò al gruppo che era solo ottobre e ricevette di risposta il monito al silenzio di tutti. Un altro, all'altro lato di Andrea, rubandole un crostino sotto la sua tacita approvazione, propose di spendere le vacanze insieme, e Fiamma intervenì a favore di tale progetto. Molti dovettero rifiutare l'invito di rimanere in paesino in vista di vacanze molto più entusiasmanti che includevano visite a parenti e amici di Firenze o vacanze più costose fuori dall'Italia. Quelli che si misero d'accordo allora decisero di vedersi subito dopo natale e passare un po' di giorni nel bosco per godere al meglio del gelo invernale, come osservò sorridente Fiamma, e allora cambiarono programma e pescarono a caso chi dovesse ospitare tutti a casa sua. Venne scelta la martire, una loro compagna che purtroppo quel giorno pareva non trovarsi dalla parte buona della fortuna, e Fiamma poté rilassarsi sapendo che non avrebbe dovuto organizzare un putiferio per quei mascalzoni. Rimasero un'altra ora al bar parlando e prendendosi in giro come solevano e quando Fiamma dovette tornare a casa salutò con un abbraccio collettivo tutti i suoi amici. Il congedo più caloroso lo riservò ad Andrea con la promessa di sentirsi appena tornava a casa e poi uscirono dal locale e si diressero ciascuno verso la propria casa.
Catastrofi Innocenti #3
Fecero la versione di greco e al termine delle tre ore i ragazzi non si reggevano in piedi. Fiamma vide il compagno di banco alzarsi con le gambe tremanti e chiedere con un filo di voce alla prof di andare in bagno. Le due compagne di fronte a lei erano colte dalla trepidazione post-versione e si parlavano sopra per convincersi a vicenda di aver tradotto meglio dell'altre questa e quella frase. Fiamma sedeva sfinita al suo banco, con le gambe divaricate e le braccia penzoloni come un cristo morto, lasciando che tutto il suo peso venisse sostenuto da quel maledetto strumento di tortura moderno. Qualcuno aprì la finestra sotto l'ordine del professore della sesta ora, che era entrato e si era subito tappato naso e bocca indicando vagamente con un gesto frenetico della mano libera in direzione della finestra. Fiamma si alzò molleggiando, attraversò dall'ultima fila il corridoio e scambiò con il prof un'occhiata di intesa, che avrà espresso una stanchezza e uno smarrimento tali che il professore non osò richiamarla quando uscì dalla classe senza pronunciare parola. Percorse i corridoi della scuola con passo strascicato, percependo l'aria più fredda e lasciandosi sciacquare di dosso il calore della fatica appena passata. Voleva andare in bagno, ma un esigenza più forte e profonda le indirizzò i piedi verso la macchinetta. La macchinetta del caffè era il punto di ritrovo di tutti gli studenti di tutta la scuola. Attirava gli sguardi più famelici e demoralizzati e seduceva col suo borbottio incessante la folla demoralizzata. Fiamma si trovò di fronte quel simbolo di pace e speranza e decise di prendersi un cappuccino prima di cadere dalle nuvole e ricordarsi che non si era portata gli spiccioli. Rimase qualche secondo a fissare la macchina, in bilico tra le lacrime o le risate, e allora rimase ammaliata dal rumore borbottante che sembrava massaggiarle il cervello. Comprese che stava delirando e si dette forza per tornare in classe sconfitta quando senti dei passi alle sue spalle e una botta sulla schiena. Ahi, disse penosamente, e si girò per essere investita dal sorriso splendente di Andrea che non si sa perché non rimaneva mai sconvolta da cataclismi collettivi. Le disse che le aveva preso i soldi perché non l'aveva vista molto lucida, e prima che Fiamma potesse contestare e accusare nella mente un possibile furto e una violazione della proprietà personale, Andrea le dette un bacetto sulle labbra e le passò davanti per prendersi un caffè.
Nuovamente Fiamma rimase stordita da tale evidente forma di affetto e stette in silenzio dietro di lei a contemplare il formicolio che sentiva sulle labbra. Le leccò una volta, e poi una seconda volta più lentamente, quasi ingoiandosela quando di scatto Andrea si voltò e la salutò. Fiamma prese il cappuccino e rientrò in classe. Si sentiva ancora debole nonostante avesse ingerito una buona dose di caffeina e per calmare il mal di testa che le scoppiava nelle tempie pigiò le dita sulle vene pulsanti e appoggiò un attimo la fronte sul banco. Si destò dal sonno al suono della campanella e ringraziò il professore di storia per la sua infinita empatia e compassione verso i suoi studenti.
(vía https://www.youtube.com/watch?v=FNBli68zIUY)