The Sephiroth
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The Sephiroth

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The word "cabal" is familiar to online gamers. Google it and "Images" and you will get nothing but ads for the game "Cabal." Today's QAnon
Cabbalà e Alchimia, Saggio sugli archetipi comuni
Cabbalà e Alchimia, Saggio sugli archetipi comuni
Cabbalà e Alchimia Arturo Schwarz Editore: Giuntina - Firenze, 1999, 180 pagine. ISBN: 88-8057-090-0
Un equivoco lungamente perpetuatosi ha portato a credere che l’alchimia non sia altro che un metodo per trasformare i metalli vili in oro. Ma in realtà l’alchimia occidentale, quella orientale e quella cabbalistica possono tutte essere definite una fisica mistica del risveglio alla…
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Solving a 500yr old Art Mystery-Part 3
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Shavuot Español
Secretos kablaísticos de Shavuot con español

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Entender lo que pasa en el mundo | Español | Cabbala la segunda parte es.KingDavidKabbalah.com Zoom class por Sinagoga Sefardi Rav Ovadia Iosef Hashem creó el bien y el mal que vemos en este mundo. ¡Él no es parte del conflicto sino que está por encima de él! ¡Todos los sistemas espirituales son parte de la creación que Hashem creó! cuando aprendemos sobre los ángeles de los mundos sefirot aprendemos sobre la creación que no nos enseña sobre el creador. esto trae mucha claridad solo hay Hashem perdona al mal español Baruj Hashem con asistencia de alumnos de nuestra comunidad de Chile, Mexico, Colombia y por supuesto Ecuador, hoy se dio la charla del RAV y Mekubal Iacov Shepherd shlita! Muchas emociones se dieron para muchos quienes encontraron en sus enseñanzas respuestas para sus vidas! Que Hashem permita mucho más! BzH vienen nuevas sorpresas. Comprender lo que sucede en el mundo a través de la Torá
“È un poema sulla felicità”. La più bella poesia mai scritta (letteralmente). Dylan Thomas, Rilke e la Cabbala
Nel 1950 Dylan Thomas conferma che quello sarà il suo progetto poetico più ambizioso. Ovviamente, unendo la regalità dell’ispirato alle boiate di un ubriacone, lo fa in pubblico, nell’uragano dell’innocenza, il 25 settembre, durante una trasmissione della BBC, una delle conversazioni radiofoniche che aveva iniziato a tenere dal 1945.
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Nel 1950 Dylan Thomas comincia il redditizio e folle ciclo di tour negli Stati Uniti. Ha poco tempo per scrivere, beve parecchio, è pieno di progetti irrisolti – tra l’altro, scrivere un libretto per Igor Stravinsky, che musicherà per lui un In Memoriam Dylan Thomas –, è inseguito come una rock star, una specie di Elvis della poesia. Più il mondo gli riconosce lo status di Dioniso redivivo, di Orfeo dell’era nucleare, più lui s’insinua negli inferi dell’alcol, della morfina. Tra una gita negli States e l’altra – letale, come si sa, la performance a New York del 1953 – DT compie un folgorante viaggio in Iran su cui occorrerà fare chiarezza.
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Dylan Thomas è tutto ciò che chi lo guarda desidera essere – una vita da poeta, l’illusione di poter guadagnare allineando versi. Finché, a forza di desiderarlo, ne hanno fatto pasto, occhi ardenti di giudizio lo hanno ucciso.
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Nel 1950 Dylan Thomas sta perfezionando In Country Sleep and other poems, che sarà edito da New Directions due anni dopo. Nel suo progetto la favola in versi In Country Sleep (“Nel sonno campestre”) e In the White Giant’s Thigh (“Nella coscia del Gigante Bianco”, magnifica, senti qui: “Per gole in cui molti fiumi s’incontrano, i chiurli piangono/ Sotto la luna incinta, nell’alto colle di gesso,/ E là stanotte cammino nella coscia del gigante bianco/ Dove donne infeconde come sassi giacciono ancora bramando// Le doglie e l’amore benché sepolte da molto tempo”) sono due capitoli di un unico poema. La porzione decisiva di questo poema si intitola In Country Heaven. Naturalmente, il progetto resta incompiuto, perché il poeta muore, sempre, nell’atto di realizzarsi, quando il meglio deve ancora compiersi.
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Dettagli interessanti. In Country Sleep fu composta e letta, per la prima volta, nel 1947, all’Isola d’Elba. Dylan Thomas era ospite di Luigi Berti, poeta e traduttore – da Eliot a Melville, da Thomas Hardy a Robert Penn Warren – che merita di essere riscoperto. Insieme a Renato Poggioli, nel 1946, Berti aveva fondato la rivista di letteratura internazionale “Inventario”, nel cui comitato di redazione c’era gente come Nabokov e Eliot, Allen Tate e Robert Lowell. Thomas si incuriosisce, sbarca in Italia, Berti gli fa da guida a Firenze. Vulgata vuole che DT, assalito dai poeti italici – Eugenio Montale traduce, in foggia dimenticabile, una sua poesia: “La forza che urgendo nel verde calamo guida il fiore…” – preferisca ritirarsi a bere con Berti, mente fina e gola buona. In sintesi: nel 1949 “Inventario” ospita In Country Sleep.
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Ecco il progetto della poesia più bella mai realizzata. “Questo lungo poema-a-venire sarà intitolato In Country Heaven. La divinità, l’autore, l’agricoltore della via lattea, la causa prima, l’architetto, il lampionaio, la quintessenza, il Verbo in principio, l’oppositore antropomorfo, la materia prima di tutti gli uomini, il capro espiatorio, il martire, l’artefice, colui che sempre patisce – Egli, sulla cima di una collina celeste, piange ogni volta che uno dei suoi mondi precipita, muore, svanisce urlando, si dissecca, esplode, si uccide. E, quando Egli piange, la Luce e le Sue lacrime scivolano giù insieme, tenendosi per mano. Così, al principio del poema, egli piange, e il paradiso piomba improvvisamente nell’oscurità. Cespugli e civette si spengono come candele. E gli abitanti del paradiso si rannicchiano tutti insieme sotto le siepi e, nell’oscurità salata di lacrime, fanno congetture su quale mondo, quale stella, quale delle loro ultime patrie rotanti se ne sia andata per sempre dai cieli. E questa volta, da siepe a siepe, si sparge la paradisiaca voce che si tratti della Terra. La Terra si è uccisa. È nera, pietrificata, avvizzita, avvelenata, scoppiata; la pazzia l’ha fatta imputridire e l’ha distrutta; e non ci sono più creature – felici, disperate, crudeli, buone, torpide, focose, tenere, ottuse – a inseguire bestialmente e brevemente i propri giorni come nemici, su quella putrida faccia. E, a turno, quei celesti uomini-siepe che una volta erano dei terrestri, si raccontano l’un l’altro nella lunga notte, mentre la Luce e le Sue lacrime cadono, ciò che ricordano, ciò che percepiscono nei deserti sommersi e nello spiraglio aperto della mente, ciò che sentono tremare sui nervi d’un nervo, ciò che sanno nei loro cuori paradisiaci di quel luogo. Ricordano posti, paure, amori, esultanza, infelicità, gioia animale, ignoranza e misteri, tutto ciò che noi sappiamo e non sappiamo” (da: Dylan Thomas, Molto presto di mattina, Einaudi, 1980).
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DT è un geniale narratore, mescola, con inaffidabile magniloquenza, Genesi e fiaba, Apocalisse e filastrocca – c’è del metodo nella sua candida follia (“La visione cristiana di Thomas è tutt’altro che ortodossa, e spesse volte sembra che si avvalga delle immagini bibliche semplicemente come di un serbatoio di espedienti comunicativi primari”, scrive Renzo S. Crivelli, ma è proprio questa la strategia mistica, riesumare il millenario e dargli nuova vita altrove).
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Il dio che crea e distrugge innumerevoli mondi è proprio della tradizione induista – Shiva danza sul cosmo, al suono del tamburo, sbriciolando i pianeti e inventandone altri, senza sosta – ma anche dell’esoterismo ebraico. “Nel Midrash Bereshit Rabbà Rabbì Abbahu racconta che Dio, prima di creare il mondo in cui viviamo, creò altri mondi che poi distrusse” (Elio e Ariel Toaff, Il libro dello splendore, Edizioni Studio Tesi, 1988); una tradizione simile è raccolta dallo Zohar, il sacrario dei cabbalisti. D’altronde, nel Midrash delle Lamentazioni, Eichah Rabbah, è narrato il pianto di Dio – “Se tu non mi lasci piangere andrò in un posto dove non ti è permesso andare e piangerò in segreto”, dice Dio a Metatron, “il capo degli angeli”. Le lacrime luminose di Dio, custodite in cisterne, rimandano alla teoria della “frantumazione dei vasi” della Cabbala luriana. Naturalmente, questi riferimenti non appartengono a Dylan Thomas, che vive nell’incanto poetico, nell’arcano del veggente – il poeta è un vagabondo tra i mondi.
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Resta il fatto – acquisito da tempo – che l’intuizione di In Country Heaven scintilla nella mente di DT molti anni prima della sua (parziale) esecuzione, leggendo Rilke. “Stando a Vernon Watkins, lui e Dylan Thomas passarono gran parte del giugno 1941 leggendo le Elegie duinesi di Rilke, ‘nei dintorni del castello di Laugharne. Il poema eccitò molto Dylan’. Ricorda Watkins che ‘Dylan chiamava Rilke ‘quel ragazzo stravagante’. Rilke, certamente, avrebbe utilizzato il medesimo aggettivo per definire Dylan Thomas. Ciò che è singolare è che nei loro lavori più tardi, più ambiziosi, le Elegie e In Country Heaven, Rilke e Thomas frequentino lo stesso paesaggio lirico, la stessa tensione teologica, gli stessi interrogativi” (Eric J. Sundquist, In Country Heaven: Dylan Thomas and Rilke, “Comparative Literature”, vol. 31, no. 1, Winter 1979).
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“Il poema è fatto di questi racconti. E diventa, alla fine, un’affermazione della splendida e terribile importanza della Terra. Diventa una lode di ciò che è e di ciò che potrebbe essere su questa massa sospesa nei cieli. È un poema sulla felicità”, conclude Dylan, in radiodiffusione. A volte, le intenzioni hanno una intensità poetica più alta dell’opera, sono esse stesse opera, il vaso di luce che custodisce la luce. (d.b.)
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In Country Heaven
Sempre, quando lui, nel borgo del paradiso, (Che il mio cuore sente), Segna la croce sull’Est del petto, s’inginocchia, Timoroso verso i suoi pianeti, E piange sulla collana umiliata,
Nella gioia e nel bosco di bestie e uccelli Nella valle canonizzata Dove le stelle simili a manna squillano pascolando E gli angeli corrono come fagiani Attraverso le navate di foglie,
Luce e lacrime scorrono insieme (Mano nella mano) Dalla pupilla dei campi, sale e sole, astro e dolore Lungo la mascella e in un nitrito Scende nel buio che bruca ovunque.
Nei villaggi del cielo dondolano lampade, Nei boschi sepolti Civette e cespugli si spengono come candele, E i campi serafici dei pastori Si dissolvono con i loro rosei
E bianchi greggi, scintillanti di Dio, agnelli sfolgorano nello scampanare (Il suo enigma gentile); Il falco è una stella cadente che acceca le nuvole Sopra le contee dalla faccia scura Ascolta i campanili e i ciottoli
Delle dodici città degli apostoli che tambureggiano nella sua notte; E la volpe smisurata è come fuoco Fiammeggia tra i galli alla caccia Nelle fattorie del paradiso Ma sono tutti nelle profondità del sonno.
Perché il quinto elemento è la pietà, (Pietà per la morte)…
Dylan Thomas
*In copertina: Dylan Thomas in una fotografia di Rollie McKenna, settembre 1953
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50 anni fa Borges incontra se stesso su una panchina, a Boston. Ecco come un libro autografo del grande scrittore (la sua firma sembra una cicatrice) è entrato con ferocia onirica nella mia vita
Provo ad affastellare qualche dato, dando priorità fisiognomica al caso.
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Il 17 giugno, a Roma, incontro Sylvia Iparraguirre, la grande scrittrice argentina. Per me Roma è viva in quella sfera di versi di Iosif Brodskij: “Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come/ può soltanto sognare un frantume! Una dracma/ d’oro è rimasta sopra la mia rètina./ Basta per tutta la lunghezza della tenebra”. Con Sylvia non parliamo di Brodskij, ma di Borges: mi regala il libro-intervista di Victoria Ocampo, era il 1969. Tenete a mente la data, sarà importante nel viavai dell’articolo.
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Sette giorni dopo – lascio a voi gestire la cabbala – incontro un’altra Silvia, che avrei dovuto vedere a Roma la settimana prima. Lascio all’enigma ulteriori dettagli: è una donna che si aureola nel pudore. Anche Silvia mi regala un Borges. La prima edizione de Il libro di sabbia, “El libro de arena”, pubblicato da Emecé a Buenos Aires nel 1975. Io possiedo, molto più modestamente, l’edizione Adelphi del 2004. Il libro è firmato da Borges, per Silvia. La firma di Borges è incerta, minuscola, pare un sigillo equinoziale, la cifra che scinde gli uccelli migratori; si conclude con due segni che hanno statura di ideogramma. Sei feticista?, mi fa Silvia. No, dico. Ma da ora lo sono.
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Due Borges preziosi in una settimana. Non sono ossessionato da Borges, devo dire. Lo è, piuttosto, Piero Meldini, uno scrittore straordinario: è stato direttore della Biblioteca Gambalunga di Rimini per un lotto di lustri e 25 anni fa ha pubblicato con Adelphi, la casa editrice di Borges, un libro meraviglioso, L’avvocata delle vertigini. Meldini, se hanno senso queste didascalie, è il Borges italiano.
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Il primo racconto del Libro di sabbia si intitola El otro. “L’altro” – così la traduzione italiana, che cito dall’edizione Rizzoli, per mano di Livio Bacchi Wilcock – comincia così: “Il fatto accadde nel febbraio 1969, a nord di Boston, a Cambridge”. Borges, che scrive in prima persona, si siede su una panca, “davanti al fiume Charles”; il pensiero va inesorabilmente a Eraclito, “ad un tratto ebbi l’impressione… di avere già vissuto quel momento”. Di fianco a lui, “l’altro” fischia un motivo argentino che Borges riconosce. L’altro è lui stesso, più giovane, che è su quella panchina credendo di essere “qui a Ginevra, a pochi passi dal Rodano”. Consueta situazione borgesiana, che a L’altro, lo stesso ha dedicato una raccolta di poesie (era il 1964) e sul suo avatar ha compiuto una passeggera esegesi, tra le altre – con fetore di suicidio – in Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, era il 1940, siamo in Finzioni.
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Questa è la firma di Borges sulla copia di “El libro de arena” che mi è stato donato
Non è la geografia letteraria, però, che m’importa, qui, ma la ricorrenza di date. Borges nasce nell’agosto del 1899: nel febbraio del 1969 si prepara a compiere 70 anni. Mio padre, nel febbraio del 1969, di anni ne compie 20 – io sarei nato esattamente 10 anni dopo, nel febbraio del 1979. Boris Pasternak è nato – secondo il calendario gregoriano – lo stesso giorno in cui è nato mio padre, un anno dopo Borges. Giuseppe Ungaretti è nato lo stesso giorno in cui sono nato io, un anno prima di Borges. Mio padre è morto nel 1989, quando io avevo 10 anni, 20 anni dopo l’incontro di Borges con “l’altro” – e 3 anni dopo la morte del vero Borges, quello in carne. Se volete, tutti questi incroci sono spuri, favolistici, inutili: cosa vorrei dimostrare? Nulla. Mi sembra strano però che due donne di nome Silvia, a distanza di sette giorni, mi regalino un libro di Borges che ha a che fare con una medesima data, il 1969, e con un mese che ha stretta attinenza con la mia personale biografia. Borges ha scritto quelle cose per me e vuole comunicarmi qualcosa dall’altro mondo? Oppure, io sono la nota a margine di un sogno di Borges, il sogno eroso ed eretico di uno dei suoi tanti ‘altri’? Perché scrivo, d’altronde, se non come una rincorsa ai morti, un perdifiato nella vertigine? Perché, poi, la firma di Borges mi sembra una cicatrice, qualcosa che sutura, con sottigliezza orientale, più decenni e diverse vite, schiena contro schiena? La cosa più facile da supporre è che nel febbraio del 2019, su una panchina, io abbia parlato con mio padre, un altro me stesso, senza accorgermene. (Davide Brullo)
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