to be, or not to be
Come il caro Vasco, tutti nella vita siamo alla ricerca di un senso, di quella motrice in grado di produrre la nostra energia.
L’uomo, fin dalle origini, ha dovuto illudersi per dare un senso all’esistenza, in quanto ha avuto paura della verità, non essendo stato capace di accettare l’idea che “la vita un senso non ce l’ha”.
Perché, forse, se il mondo avesse un senso e fosse costruito secondo criteri di razionalità e bellezza, l’uomo non avrebbe bisogno di auto-illudersi per sopravvivere.
Tuttavia, la mancanza di un senso metafisico della vita e dell’universo fa cadere l’uomo in una sorta di disperazione nichilista; ed è solo attraverso il riconoscimento per il quale è l’uomo stesso la sorgente di tutti i valori della volontà di potenza che questa visione può essere superata.
L’uomo, infatti, ergendosi al di sopra il caos della vita, può generare propri significati, sempre nuovi e diversi.
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Ora, il motivo per cui sto elaborando questa contorta riflessione del tutto personale e fuori luogo, consiste nel semplice fatto che ho “toccato con mano”, più volte, la morte: me ne fregavo del significato di “amore”, “perdita”, e di tutto il resto. Me ne fregavo delle parole di chiunque: della compassione dei buoni e dei giudizi dei critici, di coloro capaci soltanto di puntare il dito e sputare veleno.
Il dolore degli altri mi faceva soffrire terribilmente.
Le persone non facevano che incrementare la mia voglia di non esistere e, più ne incontravo, più me ne convincevo.
Semplicemente, captavo il male nella zanzara che succhia il sangue, la sofferenza nella mosca impigliata nella ragnatela. Mi guardavo intorno, e coglievo vibrazioni negative venire da chiunque e da qualunque cosa.
Non che non vedessi il bene, per carità: così come osservavo il bruco al primo stadio, ossia in quanto larva, lo seguivo anche poi, una volta divenuto una splendida farfalla.
Semplicemente non riuscivo a capacitarmi di quanto male fosse pieno il mondo.
“La bella vita in un mondo di merda”.
Scrutavo il mondo come da dentro uno specchio, e insieme la mia vita e la mia anima, investita di orrore.
A questo punto, mi torna alla mente un passo di una lettura del capolavoro schopenhaueriano:
“Come fosse un Sole, il grande occhio dell’arte mi fissava, staccandomi dal mondo; io vi vedevo malattia e salvezza, esilio e rifugio e inferno quanto paradiso.”
Testuali parole. Medesime sensazioni.
Inutile affermare io sia mutata nel tempo; certo, non in maniera radicale, ma ho pur sempre fatto dei piccoli passi in avanti, e questo me lo devo riconoscere.
Non sono convinta che il destino esista, eppure, che in questo istante mi trovi a scrivere, dovrà pur significare qualcosa.
Compiendo un rapido excursus del mio percorso di vita fino ad adesso, saltano immediatamente all’occhio una sfilza di innumerevoli errori e vane lacerazioni:
una grande lotteria di inutili tragedie ed una serie di scampati pericoli.
Ho deciso di riscattarmi, qui, adesso.
Ho deciso di non permettere più ad un’ innocua scintilla di divenire un incendio.
Ho deciso che, se voglio, posso sconfiggere la depressione ed il male di vivere.
Ho deciso che la mia anima conta, magari poco, magari un minuscolo granello di sabbia in proporzione alla costa, ma meglio di niente.
Ché anche quel chicco di nulla compone la battigia.
Ho deciso di vivere, perché non è del tutto vero che “se non sento, non soffro”, che “il vuoto è meglio del dolore”.
Ho deciso che ci sarà sempre un “ne vale la pena”.
Siamo nati per subire.
Ma se osservi e stai in silenzio, se accogli ciò che sei, e non ti opponi, emerge dentro di te una consapevolezza, una luce, che è come lo schiudersi di un fiore: emerge un profumo. Il tuo profumo. Unico.
La verità è che ognuno di noi possiede un significato, dunque ha il diritto ed il dovere di essere vivo.
Mentre scrivo, sono felice.
Felice di essermi lasciata guidare. Di essermi fatta travolgere.
Sono felice di essere restata.
Ho compreso che ogni turbamento ha un senso profondo che vuole essere ascoltato: più è dura la lotta, più immenso il disagio.
Oggi so che questo mio essere è ciò che mi permette di entrare in empatia abissale col mondo che mi circonda.
Che il mio star male è soprattutto dovuto alla continua lotta tra il mio istinto che vuole emergere prepotentemente e la mia parte razionale. Tra il dover essere e chi sono realmente.
Tutto sta nell’accogliersi, perché solo così saremo liberi di realizzare la nostra natura.
Solo allora, la nostra anima potrà spiccare il volo e compiere il suo viaggio.
In conclusione, non ho ancora trovato la mia quiete.
Non ho progetti, se non di arrendermi a me stessa.
Il giorno che riprovo a prendermi.
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