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" La macchina fu piazzata davanti alla chiesa. E centinaia di persone assistettero al grande prodigio di una serie di ectoplasmi bianchicci che si muovevano sulla parete della chiesa in un vociferare di sorpresa. Poi le cose presero una forma più precisa; al posto della chiesa fu costruita una arena, furono sparpagliate delle seggiole dal fondo di agave intrecciata, fu sollevato un lenzuolo a mo' di schermo e su quello schermo cominciarono a correre, ben riconoscibili, i cavalli dei cow-boy americani che inseguivano gli indiani con le piume sulla testa. Negli anni seguenti fu costruito un vero e proprio cinema con le sedie di legno pieghevoli che, ogni volta che uno si alzava, sbattevano contro la spalliera con un gran fracasso. Man mano che l'amore, i baci, gli abbracci diventavano più evidenti e importanti nella "pellicula", però, le donne venivano escluse dalle proiezioni. Si considerava "immorale" per le ragazze andare al "cinema" anche se accompagnate.
Anni dopo ricordo di esserci andata assieme con mio padre, a vedere un film con Esther Williams che a me piaceva tanto. Gli spettatori erano tutti ragazzi oltre a qualche anziano col berretto calcato in testa. Parlavano a voce alta fra di loro e quando due attori si avvicinavano per un bacio cominciavano a urlare: «Pigghiala, pigghiala», e giù risate, pernacchie, battimani. E per una ragazzina era difficile resistere a quell'atmosfera da casino senza passare per una "scostumata". Molti anni dopo negli Ottanta, a Palermo, facendo una ricerca sui teatri della città, sono capitata, assieme alla mia amica architetta Marilù Balsamo, a visitare l'ex teatro Finocchiaro poi trasformato in cinema a luci rosse. E quando ci siamo presentate alla cassa per chiedere di poter vedere l'interno della sala, ci hanno guardate scandalizzati. «Ma paghiamo il biglietto se volete.» «No, le donne qui non possono entrare.» «E perché?» «Perché è un pubblico di soli uomini. Si scandalizzerebbero a vedere una donna. Due poi… e come potremmo garantire la vostra incolumità nel caso vi saltassero addosso?» Il sesso in rappresentazione non era "cuosa p'i fimmini", né allora né ora. "
Dacia Maraini, Bagheria, (collana La scala), Milano, Rizzoli, 1993¹; pp. 23-25.
Silent Vlog 🌿🌊Vi porto a fare una passeggiata in un posto rilassante 🧘🏻...
From Villa Palagonia, Bagheria.
The Villa Palagonia in Bagheria is famous for its stone monsters and gargoyles - in fact, hundreds of them! The locals call it the "Villa of Monsters" because the owner, an eccentric local prince in the 1700s went quite bonkers decorating it.

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A detail in Villa Palagonia, in Bagheria, near Palermo.
" Non era spudorato il mio amato padre. E per tutta la mia infanzia, l'ho amato senza esserne ricambiata. È stato un amore solitario il mio. Vegliavo su di lui, sulle sue impronte mai ripercorse, sui suoi odori segreti. Essendo lui sempre in viaggio, sempre lontano, trasformavo le mie attese in architetture complicate e aeree, tra il miraggio cittadino e la voglia di un sogno a occhi aperti. Quando tornava da uno dei suoi viaggi, io annotavo con pignoleria gli odori che si era portato dietro: di vecchie mele (l'interno dei sacchi da montagna chissà perchè ha sempre quel fondo di mela, forte, acido, incancellabile), di biancheria usata, di capelli scaldati dal sole, di libri scartabellati, di pane secco, di scarpe vecchie, di fiori macerati, di tabacco di pipa, di balsamo della tigre contro i reumatismi. L'insieme non era cattivo, anzi era dolce e inconfondibile, era il suo odore che ancora oggi mi fa sobbalzare quando lo sento in qualche angolo di casa, in qualche vestito vecchio, in qualche sacco da montagna messo da parte. Era l'odore di un uomo solitario, insofferente di ogni legame, di ogni impegno, che viaggia in continuazione da un continente all'altro.
Un pellegrino dai gusti semplici e spartani, abituato a dormire per terra, a cibarsi di niente, astemio, sobrio, ma capace anche di grandi mangiate e grandi bevute se fatte in buona compagnia, in cima a una montagna o dentro una capanna abbandonata fra le rocce vicino al mare. Qualche volta fumava la pipa ma l'odore del tabacco non lo ritrovavo nei suoi abiti. Solo qualche volta nel "ruc sac" come veniva chiamato in famiglia. In campo di concentramento lui e gli altri uomini fumavano le foglie di ciliegio arrotolate. Il sapore pare fosse amaro e bruciante. Ma l'odore mi piaceva: era leggero e profumato di fiori. L'ho amato molto questo mio padre, più di quanto sia lecito amare un padre, con uno struggimento doloroso, come anticipando in cuor mio la distanza che poi ci avrebbe separati, prevedendo la sua vecchiaia che mi era già intollerabile da allora, immaginando la sua morte di cui non mi sarei mai consolata, ma di cui scorgevo l'ombra fra le sue ciglia delicate, fra i suoi pensieri selvaggi, negli angoli delle sue labbra sottili e delicate. "
Dacia Maraini, Bagheria, (collana La scala), Milano, Rizzoli, 1993¹; pp. 42-44.
Ferdinando Scianna e Henri Cartier-Bresson a Bagheria