"Non ti va di venire?". La chiamo, ma non mi risponde. "Di solito se non vieni in casa ti fai vedere all'arco di Augusto. Vado lì? Ti fai trovare lì?". Mi giro. Lupa s'è messa sul divano accanto al mio e già dorme. Vorrei un amico. Uno solo, mi basterebbe per questa sera così tenera che mi ammazza e non mi fa respirare. Le cose belle sono dedicate a chi il bello ce l'ha già dentro. Mi sa che io sono tagliato fuori per sempre. "Capito, Lupa? Siamo io e te. Che ti piaccia o no...". Sbadiglia, muove la coda e mi guarda. Rivedere tutto mi ha fatto male, un male terribile. Non c'è una cosa che ti possa aiutare. Non c'è il tempo, non c'è lo spazio, è una condanna. Giudicato colpevole e senza processo, vostro onore! "È la vita, Rocco. E devi continuare a viverla!". Ecco. Era la sua voce. L'ho riconosciuta. L'hai sentita, Lupa? Era lei. Era lei. Senti che aria che c'è. Senti che profumo. Sono fiori? Sono forti i fiori. Ogni tanto risbucano come se niente fosse, come se non avessero preso schiaffi e gelo per mesi e mesi. No, li ritrovi lì, esattamente come l'anno prima e li ritroverai l'anno dopo. E quando se ne vanno lasciano per terra i petali colorati. Noi, invece? Lo sai, Lupa? Lo sai cosa lasciamo noi? Una matassa ingarbugliata di capelli bianchi da spazzare via da un appartamento vuoto. Questo lasciamo.
Antonio Manzini - 7-7-2007 - 2016













