trentun anni e ventun piani
Marzo 2016, questa è la data dell’ultima volta che ho scritto qualcosa su questo blog. Ho speso così tanto tempo a fare il layout di questa pagina che mi ricorda un po’ camera mia a Milano, tanto infantile quanto vissuta, e forse proprio per non dimenticarla che non ho mai avuto la voglia di cambiarli entrambi.
Più di due anni e sono dal lato strano dei trenta.
E ora ho trentun anni e mi ritrovo ad osservare la città di Guangzhou dal mio appartamento al ventunesimo piano.
Sono cambiate tante cose, forse non abbastanza, o forse troppe, dipende a che peso si da ai cambiamenti.
Ho imparato col tempo a viaggiare come palliativo allo stress, mi rilassa, ho avuto l’anno dei treni, l’anno dei Blablacar, l’anno dei FlixBus e l’anno del qualunque cosa abbia un motore. Avrei dovuto capirlo da tempo che sarebbe diventata una parte di me.
Ce l’ho fatta? Sono soddisfatto della mia carriera? Posso dirlo? No, non penso proprio, e forse è anche per questo motivo che mi sono ritrovato a riversare qualche parola in questo blog.
Lavoro nel mondo dei videogiochi, era uno dei miei sogni, almeno penso, o se non lo era, lo è diventato col tempo, e sicuramente la cosa mi piace e sinceramente si addice al mio modo di lavorare. Mi sono fatto un po’ di esperienze e ho costruito una carriera che non mi sarei aspettato. Posso dire di essere uno UX Designer esperto e la cosa a volte mi mette ancora qualche dubbio.
Ciò che non avevo calcolato è che ad una certa, non si accettano più compromessi e si iniziano a fare scelte pesanti, in realtà ogni cosa sembra cruciale quando in fondo non lo è, solo che la spada dei trent’anni ha questa magica capacità di dare un peso assurdo a tutto.
Qualche mese mi è capitata tra le mani la possibilità di andarmene dalla Cina, che ammetto è attualmente uno dei miei obiettivi principali. Posso dirlo finalmente, vivere in una metropoli, fare la bella vita e avere una paga ben retribuita, NON GARANTISCE la felicità. Cinicamente aiuta molto ma non la garantisce, ed è per questo che ho deciso di trovare altro ma di non tornare in Italia.
Tornando a noi, ho avuto la possibilità di andarmene in Canada, con una paga superiore e in una città altrettanto importante, ma appena ho scoperto il tipo di azienda che era, mi sono soffermato qualche giorno e mi sono chiesto, sacrificare il proprio tempo, facendo qualcosa che non è che mi faccia impazzire, ne vale davvero la pena? La “mia” risposta è stata no. Al momento del rifiuto, mi sono dato dell’imbecille da solo, sopratutto se ripenso alla paga, ma ogni giorno che passava mi sono sentito sempre più sicuro e convinto di aver fatto la scelta giusta. A essere onesti, qua “si potrebbe” mettere da parte molto, ma purtroppo a una certa arrivano dei doveri da adulti, tipo un mutuo in Italia e il dentista.
Cosa non funziona qua in Cina? Qua non è il male, ma non si combatte il veleno con il veleno, non potevo accettare il lavoro in quell’azienda (definita da alcuni miei amici “il male”) bisogna pazientare e aspettare che arrivi la porta giusta, che poi magari non arriva eh, però sono scelte.
Mi ritrovo a trentun anni, con una famiglia che dipende da me (dal mio conto in banca perennemente vuoto) e con l’ansia di non riuscire più a decidere egoisticamente per me stesso, cosa io voglia davvero.
Quante volte avrei voluto dire, eh vabbè dai ciccia, io ora mi tengo tutto per me e ciao, però quella parte di me che ci tiene non ce la fa mai, e mi ritrovo a rinunciare a risparmi e a grattare il fondo del conto per iperventilare in un viaggio a caso, senza posti a sedere per farmi passare l’ansia da vita.
La Cina è il futuro, ma il mio futuro anteriore, promette molto ma io non riesco a immaginare me stesso che affonda le sue radici qui.
Vivendo all’estero ho scoperto di essere troppo “Italiano”, e la cosa che all’inizio la percepivo come un fastidio, è diventata poi motivo di orgoglio, e non parlo dell’odio verso la pizza con l’ananas o durian, ma di quanto a mi manchino certe piccolezze che davo per scontato a casa, tipo le strette di mano quelle forti, guardarsi negli occhi quando si parla o il sushi all you can eat.
Un altro lato che ho sviluppato in questi anni, è la pretesa di avere gente che mi sappia dare una motivazione precisa, costruttiva riguardo alle critiche. Ho avuto una discussione con il mio “capo” (ancora non capisco come sia strutturata questa azienda, e siamo quasi ad un anno eh...), in cui diceva che il mio lavoro non era buono e che si aspetta di più, io gli ho chiesto gentilmente di spiegarmi cosa non andava e cosa potessi migliorare di preciso, ma la risposta non mi è arrivata, ha iniziato a farmi esempi di colleghi che stanno in ufficio fino a mezzanotte (straordinari non retribuiti) e di come ci tenessero al progetto. Spezzando una lancia a mio favore, io ho risposto dicendo che i miei lavori venivano per la maggior parte selezionati tra le varie proposte e che se riuscivo a farli entro l’orario di lavoro, non mi sembrava mai necessario rimanere oltre. Ovviamente il “capo” si è indignato e ha iniziato a darmi contro, dicendomi che questo mio atteggiamento non andava bene, e che che così facendo non mi avrebbero rinnovato a fine anno. Armato di calma e un sorriso smagliante gli ho detto che in ogni caso la qualità del lavoro non si giudica in base a quanto uno sta in ufficio, ma in base alla bontà del risultato. Ovviamente ho scatenato l’ira funesta insita in lui, dicendomi che fosse ora di iniziare a trovare un nuovo lavoro, perché non mi avrebbe rinnovato.
La verità è che non mi importava davvero, gli ho sorriso e gli ho detto “ok” facendo spallucce, lasciando lui e la mia traduttrice (sì, parliamo attraverso la traduttrice) a bocca aperta.
I miei colleghi in seguito mi hanno spiegato, che ho interpretato male il motivo del suo richiamo (cosa c’era da interpretare non so). In Cina il capo non ti dirà mai, “ottimo lavoro”, ma ti dirà che hai fatto tendenzialmente schifo e che dovrai impegnarti di più (davvero, è una prassi). La risposta tipica cinese sarebbe dovuta essere “va bene capo, mi perdoni. prometto che rimarrò oltre l’orario di lavoro e mi impegnerò di più per farla felice”. Questo è quelle che si aspettava lui o almeno così i miei colleghi mi hanno spiegato. Io invece mi sa che l’ho mandato in crisi, ma la verità è che così, senza una critica costruttiva, non sono riuscito a prenderlo sul serio, nemmeno ora.
La verità è che rinnovo o non, a fine contratto vorrei comunque andarmene o fare una pausa, anche se la parola pausa mi mette paura, forse non saprei nemmeno come godermi una vera pausa. Non faccio una vera pausa da cinque anni penso, e non è che durante gli anni da universitario l’avessi mai fatta per davvero.
Penso sia arrivato il momento di iniziare davvero a costruire qualcosa, il “con chi” lo si scoprirà più avanti, ho trovato me stesso nel frattempo, e ho le basi per costruire qualcosa.
Chi lo sa dove sarò tra qualche mese, per ora seguo l’istinto di sopravvivenza e si vedrà.























