mi sembra di tornare ragazzina, a quando mi rannicchiavo piccola piccola su un sasso, tutt'attorno solo vento, foglie e fieno/ prato prato prato, la città piccola, lontana, sul fondo della valle che sembra quasi finta/ ora quasi nemmeno si vede più con le piante sempre più alte.
quando ero più piccola ero elastica, non tanto nel sapermi toccare la punta dei piedi con le mani, o la terra con i palmi, ma con i pensieri/ la paura di cadere non era nemmeno contemplata, un misto di cocciutaggine e immaginazione, in un mondo buono dove tutto poteva accadere
la prima volta che mi hanno parlato di te, c'erano ancora tutti, o meglio, erano ancora tanti quelli che c'erano/ fare fieno era un rituale da consumarsi sotto il sole cuocente, con i tempi giusti e piuttosto brevi, macinato a suono di bestemmie condite da filastrocche irripetibili, come fossero preghiere, un rosario senza corone e perline fra le dita/ se ti veniva a prendere tuo padre di riempiva di botte, sapevo solo
e come è successo che questo sasso ora non mi sembri più una barca o un laboratorio non lo capisco proprio, come è successo di aver paura a salirci, a camminare a piedi scalzi/ come è successo di diventare rigidi/ qualche tempo dopo ti ho visto prepararti una sigaretta, e in lontananza ho sentito "è l'unico vizio che si è tenuto, e va bene così".
non saluti, tutto serio falci il prato, lavori lento, implacabile/ quella pianta di amarene è la resilienza fatta a vita, sembra sempre che stia per morire, anche il noce, ogni inverno sembra morire/ ti prepari una sigaretta, sono passati anni, mi ingolosisce.
e allora quel sasso tutto a un tratto torna a essere tutto e improvvisare il domani sembra quasi pensabile











