Sei premuto così diritto e forte negli intenti per me, che io so tu segugi qualcosa; o sembra tu allungheresti una mano, ad affondarla nel cuore dell'evento che sono. ma non c'è gorgo o nodo da lisciare, né ricchezza da fraudare o melanconia di cui pascere, per avermi in compassione: è un sentimento fiacco. mi fa rivoltare quando intrapreso
Mentre eri con me a studiare, capivo che volevi la mia mela: insistendo che la prendi pure, io te la davo da mangiare perché tanto io non la volevo, per un caso. sai che la porto sempre, è piccola, io la mangio tutta: intendo tutta completa, anche i semi ed il torsolo. viene un giorno che la volevo mangiare, ma c'eri anche tu: allora proponi che la mangiamo insieme ma io non voglio farlo insieme, io la voglio mangiare da sola completa. ti mento che non la voglio, e di prenderla pure di nuovo. il giorno dopo voglio goderla da sola intera, così prima che tu puoi arrivare, io la ho mangiata completa. tu chiedi: «ma la mela?», e io: «l'ho mangiata», e ti deludo. sono coscienziosa e invece sono incosciente; reagisco come mi pare a un fatto che io provoco.
Mi vedo fatta come intendi te, che vuoi tener fila dei materiali miei che cerni, degradi, o che ancora tu esalti; tu mi sembri svantaggiosamente caparbio, o contronaturale ai tuoi credi: non sono io come ti va bene. non voglio mai che vuoi starmi a sentire, o che mi solleciti per far raccolta dei miei frutti intensi; sono, sempre quasi, cocciutamente indispettita. non mi piace che tu vuoi costruire una routine con me e avere le mie abitudini sotto agli occhi, così decostruisco ogni routine.
Mi hai detto: «sei una autistica! ti intrattieni sempre con gli oggetti che trovi. il tuo caffè si protrae per ore, fai dei giochi infantili e solitari. lo bevi sempre raffreddato, non ha un senso così. cambi sempre posto, non ti vuoi mai fare trovare. preferisci mangiare una arancia da sola su di una panca anziché fare un pasto completo ad una tavola con me: sei assurda. inoltre non si beve l'acqua dai rubinetti del bagno, e non si gira la città in solitaria, non si coglie la roba da terra. tu non hai alcun amor proprio». vorrei solo che lasci in pace le mie circostanze miti, chete, slavate; ma tu ti vuoi completare per scaturirmi una risposta, visto che io non voglio mostrare di sentirti, così racconti la tua visione breve con forza: «sei una autistica! ad esempio io ti immagino a casa alla scrivania, che hai un pezzo di legno fra le mani che lo intagli con un coltello. chissà che cosa fai sempre, che non sia inutile». vuoi stropicciarmi dal mio riserbo stranito, e farmi parlare a modo. ma le personalità mi straccano, e i discorsi allungati di più.
Mi viene la prima cosa per la testa da risponderti per averti in silenzio, che ad esempio a tavola, per sperimentare, io cambio modo di usare le posate nel passare delle settimane: una volta le libro da aristocratica e non succhio i brodi, una volta le tengo mogie come un vecchio di malattia; un'altra come una morta d'appetito dopo una guerra e lecco, o un'altra ancora uso la forchetta per verticale tenuta in pugno, e martello il piatto a mangiare; in questo caso la mamma si sciocca, e vuole sapere per cortesia da chi imparo, o se faccio così al ristorante (ma io non vado al ristorante: sembra che se lo dimentica). io dico: «non mi ricordo! non mi ero proprio accorta di quello che apprendo». tu chiedi perché lo faccio, ma io non so che cosa dirti: è solo per farlo e sentire altri modi, è uno sfogo ed un esercizio.