Ti avevo creduto, Francesco. A diciassette anni comprai il tuo primo disco. Ti ho ascoltato. E oggi mi chiedo: era sbagliato tutto quello che mi avevi insegnato a sentire? Eppure si continua a credere che nessuna felicità vissuta da soli sia davvero felicità . Che una vita giusta non la si costruisca per conto proprio. Credere alla giustizia significa spesso andare contromano. Guardali: quelli con le mani spaccate, i turni di notte, le monete contate a fine mese. Oggi molti hanno votato per chi li affama. Non perché abbiano tradito la sinistra. È la sinistra che ha cambiato indirizzo, dimenticando chi parlava di bollette mentre lei parlava di spread. Quel vuoto lo hanno riempito i ciarlatani: non hanno dato risposte, hanno dato un nemico. A chi non ha nulla sembra già qualcosa. Così il colpevole è diventato il ragazzo sbarcato con addosso una maglietta. Non chi ha tolto il lavoro, alzato gli affitti, impoverito i salari. Il tuo Amerigo oggi lo respingerebbero. E a insultarlo sarebbero i nipoti di Amerigo. La rabbia è vera. È l’indirizzo a essere falso. Non gli tolgono solo il salario: gli tolgono gli strumenti per capire chi glielo sta togliendo. Li derubano due volte, e la seconda li convincono perfino a ringraziare. Dovevamo vivere un’umanità nuova. Invece oggi vince chi accumula soldi e sa fregare gli altri. Noi ci avevamo creduto, con le tue parole in bocca, al Palapartenope, cantando quei versi. Non è servito. Eppure ci ho creduto. E, ogni tanto, ci credo ancora. Questa è la fregatura che mi lasci. Ora che sei in pace, grazie. Mi hai insegnato le parole. E mi hai insegnato che la poesia, quando è vera, sa portarci davanti alla verità . E spero che da qualche parte quell’amore fatto alla boia di un giuda trovi ancora il modo di vivere. Fancul* a tutto il resto
Roberto Saviano








