Questo uomo no, #130 - Deconstructing un altro libro scəmo
Come avevo detto a proposito del primo libro scəmo, non ce la faccio a tacere su quest’altro. I due sono legati apparentemente solo per scelta dell’autore del secondo, che cita il primo, ma in realtà per la paurosa inconsistenza delle argomentazioni di entrambi, come vedremo più avanti. In effetti è di questo che a me urge parlare, chi lo ha scritto non ha la minima importanza - nel senso che di attacchi personali non so che farmene quando li ricevo, figuriamoci se perdo tempo a farli. Non citerò il nome dell’autore, è irrilevante anche se non andrebbe dimenticato. Però parliamo non, come nel primo caso, di un testo espresso fatto male e redatto peggio, ma di un saggio per Einaudi uscito in una collana piena di testi fantastici e interessantissimi. Ci vedo un grado superiore di gravità, considerato anche che persone che stimo lo hanno recensito non dico bene, ma sicuramente senza rilevarne le assurdità. Veniamo al dunque, e parliamo più specificatamente delle cose molto discutibili scritte in Così non schwa, Einaudi, 2022.
I problemi cominciano già nell’introduzione (pp.3-11). L’idea di un linguaggio inclusivo è presentata come “seducente”, ma ci viene detto in fondo a p.3 che “il problema è: con quali strumenti? attraverso quale percorso? per mano di chi? E soprattutto: a quale prezzo?”. Chiunque faccia della formazione sul linguaggio inclusivo (come ad esempio il sottoscritto) sa rispondere tranquillamente a tutt’e quattro le domande senza provocare scandalo alcuno - c’è un’abbondante letteratura in merito. Il vero problema è che nel testo si identifica la questione “linguaggio inclusivo” con la questione “schwa”, e quindi nel libro non risponderà a nessuna delle quattro domande, perché parlerà solo dello schwa e praticamente mai del linguaggio inclusivo. Anzi, di una supposta equazione che li rende la stessa cosa, che è un vero e proprio grave fraintendimento, farà uno dei perni della sua argomentazione. A p.4 c’è un’altra confusione, che sarà un altro dei leitmotiv del libro: leggiamo che “le lingue sono organismi vitali che rispondono a bisogni pratici più che etici”. Ora, sarà che vengo da studi di filosofia, ma per me l’etica è una cosa del tutto pratica. Quindi “pratico più che etico” è una espressione che non ha senso; ma si chiarirà più avanti dov’è l’errore di fondo. Tanto la frase successiva è ancora peggiore: “[le lingue] devono garantire una comunicazione fluida ed efficace prima di farsi veicolo di istanze simboliche e identitarie”. Ora, per quello che mi risulta da alcuni manuali di linguistica - che tra l’altro più avanti saranno anche citati - e dalla mia preparazione in filosofia del linguaggio, è impossibile che usare la lingua non comporti anche (né prima né dopo) istanze identitarie e simboliche. La lingua che usiamo, in qualsiasi uso, dice anche chi siamo e a quale simbolico ci riferiamo. È un’acquisizione di base di praticamente qualsiasi teoria linguistica sensata: nell’usare una lingua noi diciamo anche chi siamo e come vediamo il mondo. Perché spingersi nell’introduzione ad affermare una cosa così forte, che la lingua prima deve avere un valore strumentale di efficacia e “fluidità” (non meglio definita) e dopo, in minore importanza, deve servire a dire chi siamo? Anche questo si capirà più avanti, ma sarebbe stato opportuno giustificare quella che non è affatto una pacifica acquisizione.
Intanto a p.5 si chiarisce in parte un fraintendimento precedente, peggiorandone il senso: “le buone pratiche, ove fondate su un nemmeno troppo implicito ricatto morale, rischiano di convertirsi in cattive regole”. Ah, ecco, si trattava di morale e non di etica - due cose molto diverse e che non sono affatto sinonime. In che consisterebbe questo “ricatto morale” individuato? Ci viene spiegato - o almeno si prova a farlo - a p.6, una pagina quasi interamente presa da un’unica frase di 21 righe. Meno male che era importante la “fluidità” della lingua. Da “nondimeno il libro...” a “...i loro presupposti” sono anticipate in sintesi le ipotesi e le tesi del testo, tutte basate su fondamentali errori (cito in questo elenco tutte parole del testo):
(1) esiste una ampia fetta di individui che si riconoscono in valori progressisti che nei loro comportamenti sono certamente inclusivi - peccato che queste definizioni siano autoattribuite senza la minima spiegazione;
(2) questa fetta aborre l’ipocrisia pelosa di chi non vuole né il linguaggio inclusivo né i diritti per chi lo reclama - peccato che non ci verrà detto come viene svolta questa pratica di aborrire;
(3) questa fetta però è affezionata a una idea democratica di lingua - ma non ci verrà detto perché e percome altre idee non sono democratiche;
(4) questa fetta quindi ritiene sproporzionata e fuori fuoco l’attenzione data “al linguaggio” (il testo dice così, non alla lingua) come principale luogo di conflitto e rivendicazioni - peccato che non verrà detto sulla base di cosa;
(5) questa fetta è stufa di sentirsi definire gruppo conservatore e privilegiato - peccato che finora si sia descritto esattamente così proprio in questa lunghissima frase, e continuerà a farlo lungo il testo;
(6) ed è stufa di sentirsi definire così “per il solo fatto” di ritenere le soluzioni proposte sbagliate e pretestuose le ragioni di quelle soluzioni - senza spiegare perché questo “solo fatto” non sarebbe bastevole.
Se avete avuto l’impressione che la voce in questo testo che vorrebbe parlare dello schwa forse non ha capito alcune cose fondamentali sullo schwa e sulla questione sociale che c’è dietro, l’impressione vi sarà confermata a p.7, dove si dimostra che il libro ha esso delle intenzioni del tutto “fuori fuoco”: si dice che “le disuguaglianze risiedono essenzialmente nelle cose: nei diritti negati, nelle discriminazioni, nel gender gap, nella cronica mancanza di donne in posizioni apicali, nel sessismo quotidiano. La lingua è, il più delle volte, un sintomo”.
Quindi abbiamo un testo che vuole sostenere ancora (nel 2022) che la lingua (o il linguaggio? Nella pagina precedente si diceva così, altra sinonimia errata?) non è una delle “cose” che provoca disuguaglianza, al massimo è un sintomo. Infatti, poche righe dopo si dice chiaramente le azioni sui sintomi “non rimuovono la patologia”. È a questo punto già evidente che il testo manca del tutto la comprensione della questione relativa alla proposta dello schwa: rimuovere la patologia sociale della mancata presenza e rappresentazione nella lingua di un gruppo di parlanti che non si identifica nei generi femminile e maschile. Questo è un problema sociale, non linguistico; questa è una patologia sociale, non un sintomo; e sono cose chiare da decenni, c’è una vasta letteratura. Quella “fetta di individui” descritta prima non lo sa? Forse è a causa di questa ignoranza che le si dice di essere conservatrice e privilegiata.
Il seguito dell’introduzione dimostra che si tratta proprio di una particolare forma di ignoranza. Nelle pp.8 e 9 viene descritta “una battaglia” tra “i si-schwa” e “i no-schwa” che raccoglie esattamente tutto quello che il gruppo di studiosi e studiose che parla sensatamente dello schwa tenta da anni di evitare: l’appiattire il discorso sul linguaggio inclusivo allo schwa, e il replicare con contributi del tutto inutili a questo appiattimento - che in realtà nessuno vuole imporre, al contrario di come viene descritto in questo testo. La completa miscomprensione della questione è testimoniata dal testo nel modo in cui si conclude l’Introduzione, a p.11: si dovrebbe spiegare a chi non fa parte di questo dibattito (”l’amplissima maggioranza del Paese”) che “la vera posta in gioco” secondo questo libro è “la pretesa di far combaciare il codice linguistico con quello etico, l’idea che la lingua debba essere al servizio delle identità”, “la centralità stessa, nel discorso pubblico, dell’elemento identitario, proposto come paradigma morale assoluto”. Pensare che la questione dello schwa riguardi queste emerite cretinate appena elencate è esattamente l’errore che fanno ancora molti addetti ai lavori che non vogliono documentarsi sui problemi sociali che portano a proposte e tentativi come quello dello schwa. Pensare che da questa idea distorta in partenza si possa “fornire una mappa alternativa per affrontare il problema” (p.11), come pretenderebbe di fare il testo, è una pia illusione.
Sinceramente mi sarei aspettato, nell’introduzione di un libro che affronti anche polemicamente la questione dello schwa, almeno un riferimento a quel testo del 1975 (avete letto bene, millenovecentosettantacinque) della linguista Robin Tolmach Lakoff, Language and Woman’s Place, nel quale non solo si dimostrava quanto il linguaggio (e la lingua) fossero strumenti e istituzioni attive per ribadire distinzioni e gerarchie secondo genere, classe, potere sociale e politico (altro che sintomi), ma che gli strumenti di un qualsiasi possibile linguaggio inclusivo dovessero essere tre:
a) non imporsi per regola o legge - e infatti lo schwa è ancora solo e soltanto una proposta;
b) dare altre possibilità - e infatti lo schwa è proposto non come sostituzione obbligatoria, ma come alternativa possibile;
c) “make receiver feel good”, ossia salvaguardare sempre il disagio del destinatario della comunicazione - motivo per cui chi usa e propone lo schwa fa domande sulla denominazione preferita da chi interloquisce, e non “pretende” nulla.
Già venire a conoscenza di queste poche semplici cose avrebbe smorzato molto gli inutili fastidi di quella “ampia fetta di individui”, che saranno pure “progressisti” ma che, almeno per ora, sembrano mancare delle basi necessarie anche solo per cominciare una discussione sullo schwa. Ma è solo l’introduzione.
Il primo capitolo si apre con quello che dovrebbe essere un “riassunto delle puntate precedenti”, “per spiegare cosa sia lo schwa e per quale motivo sia diventato così importante”. Purtroppo non c’è nulla del genere: da pp.13 a pp.17 c’è solo il riferimento a un libro di Gheno, a uno di Sabatini (oltre alle Raccomandazioni) e una brevissima spiegazione del segno schwa, il tutto condito da un umorismo tipo: “ha l’indiscutibile fascino dell’eleganza, come tutte le cose che sanno di erudito e ricercato” - la classica ironia da fetta di individui progressisti e inclusivi, no?
La già scarsa e manchevole storia dello schwa proposta passa proprio alla finzione quando si racconta, da p.18 che “nei mesi seguenti” (al 2019) usano o dichiarano di voler usare lo schwa la casa editrice effequ, il comune di Castelfranco Emilia, il liceo Cavour di Torino, Murgia e Tagliaferri, Starnone. Fino a qui la storia, ancorché manchevole della giusta parte iniziale e di una spiegazione sociale dell’uso dello schwa, perlomeno sarebbe esatta. Poi a p.19 troviamo lo stesso macroscopico errore dell’altro precedente libro scəmo: vengono presi a esempio di uso dello schwa i famosi verbali del Miur.
Io speravo sinceramente che dopo la magra figura precedente questa cosa venisse capita: quei verbali sono il perfetto esempio di come non va usato lo schwa: portarli a esempio significa, per l’ennesima volta, non aver capito niente. Portare poi come citazione il precedente libro scəmo, di cui ho già dimostrato ampiamente la nullità scientifica ed etica, sa quasi di presa in giro del lettore.
Presa in giro che viene sancita dall’assurda descrizione dell’uso pernicioso dell’espressione “linguaggio inclusivo” che (pp.19 e 20) sarebbe “ormai assurta a locuzione-incantesimo”. Mentre il sottoscritto lavora da anni con aziende private e pubbliche che si sono date serie direttive di uso e rispetto del linguaggio inclusivo - e non usando lo schwa, ma lavorando alla costruzione di un intero ambiente linguistico non discriminatorio, altro che “egemonia sui significanti” - questo testo si autodefinisce una “mappa” e tiene fuori interi continenti importanti. In più si diverte a spacciare banale benaltrismo, ancorché erudito come quello del passo citato a p.20, di Mattazzi, e sparando fandonie tipo “l’uso dello schwa, che del linguaggio inclusivo è diventato una specie di sineddoche” (p.21). Lo è diventato solo nell’opinione di chi non sa niente né di schwa né di linguaggio inclusivo.
Se fino adesso si poteva avere solo il sospetto di avere a che fare con un testo scritto (ed editato, vedremo poi) da chi di questioni sociali di genere non sa nulla - e che quindi non ha capito di base la questione dello schwa - l’inizio del capitolo 2 fuga ogni dubbio. Viene ricordato il testamento olografo di Amelia Vigorita, riportato in una raccolta, dove questa vedova, nello spartire il suo patrimonio, si definisce “padre di famiglia”. Il testo racconta di questa definizione dicendo “il ritratto folgorante di una famiglia patriarcale divenuta giocoforza (e temporaneamente?) matriarcale”. Basterebbe questa frase per chiudere il testo, non leggere avanti e avere la prova provata che chi lo ha scritto (ed editato) non ha la benché minima idea di cosa siano le questioni di genere.
La vedova si è espressa molto correttamente: la famiglia non diventa matriarcale perché la comanda una donna, lo diventerebbe se la sua struttura di potere, la sua gerarchia, non fosse verticistica come qualsiasi struttura di potere patriarcale. Visto che è proprio lei a raccontare che ha letteralmente preso il posto del marito, la struttura non è cambiata, la famiglia è rimasta del tutto patriarcale - e lei correttamente nel testamento si definisce padre di famiglia, avendo assunto quel ruolo. La differenza tra ruoli di genere e identità di genere è l’ABC di quello che dovrebbe sapere chi si occupa di genere - e chi si mette a scrivere libri sullo schwa.
Partendo da presupposti così ignoranti e manchevoli, il resto è del tutto farlocco. Non esiste alcun “dolo antifemminista” nelle parole della vedova, quindi l’argomentazione di p.24 è completamente insensata - oltre che paternalista nei toni. Anche, come si fa successivamente, inserire il tema delle “dissimmetrie semantiche e dissimmetrie grammaticali” (Sabatini) non ha alcun senso, perché il problema che l’uso dello schwa vorrebbe significare non è una dissimmetria semantica, ma una assenza semantica. Ci sono gruppi sociali che non mancano solo del significante, ma pure del significato - nella lingua italiana non ci sono. Partire in quarta con la storiella che “le battaglie sui significanti sono molto più popolari” ratifica che di quelle battaglie sociali non si è capito nulla: a nessun gruppo che non si riconosce nel maschile o nel femminile importa niente del segno usato, loro vogliono esistere nella lingua. Lo sanno benissimo che serve (p.25) “smontare l’impalcatura del nostro pensiero, e ci vogliono generazioni”, perché è quello che hanno insegnato tanti femminismi a proposito di queste lotte sociali - quelle cose che evidentemente “l’ampia fetta di individui progressisti” non vuole proprio imparare.
Che la mancanza di preparazione sia proprio su questi argomenti viene dimostrato alle pp.26-28, dove incredibilmente si cercherebbe di argomentare che il maschile non marcato, cioè che “il maschile comprende/implica il femminile” (p.27) non costituisce un problema, una forma di privilegio, ed è privo di conseguenze sociali. Questo non cancella donne (e altri generi) dal discorso, ma “al massimo nascondendole un po’ [...] senza generare disparità di trattamento tangibili (né dimostrabili) nella vita reale”. Questo testo pare scritto negli anni ‘50. Non solo si ignora il lavoro di Lakoff ricordata prima, ma anche quello di Suzette Haden Elgin, Luce Irigaray, Deborah Cameron, Janice Moulton, Penelope Eckert, Sally McConnell-Ginet, Mary Kate McGowan... e se non si può chiedere a chiunque di essere aggiornati sugli studi specifici, basterebbero quei sani classici del pensiero femminista a proposito del sessismo nel linguaggio per evitare di dire castronerie.
A p.28 si sostiene che “il fatto che anche nei bandi di concorso compaia il maschile non marcato non significa che gli uomini abbiano un qualche vantaggio competitivo rispetto alle donne”, scambiando completamente la causa con l’effetto; alla fine di p.29 si sostiene l’impossibilità di fare a meno non dell’opposizione marcato / non marcato, ma - secondo la scuola di Praga - della asimmetrica distribuzione dei significati. Quindi non avrebbe senso chiedere di non dire più ‘quanto sei alto?’ con ‘quanto sei basso?’ perché “le gerarchie di questi opposti non sono reversibili”: “alto può includere il concetto di basso ma non viceversa. La stessa cosa accadrebbe se decidessimo di sostituire il maschile non marcato con il femminile non marcato” segue l’esempio - davvero edificante - di Beatrice Venezi che può farsi chiamare “direttore” ma Riccardo Muti mai “direttrice”.
Se non è ignoranza crassa questa, non so quale sia. Qui si è completamente perso - e di nuovo, e ancora - il motivo sociale della questione schwa: il fatto che il maschile - sia il marcato che il non-marcato - hanno un valore sociale, gerarchico e “politico” superiore per una precisa gerarchia culturale - il patriarcato - che anche così esprime il suo potere di cancellare la presenza di altri generi. Questa ignoranza è talmente accecante che neanche citando il lavoro di Chiara Cettolin (pp.30 e 31) il testo sembra capire dove sta il problema, concludendo allegramente e spensieratamente che “evidentemente non è tanto e solo questione di desinenze, ma di stereotipi, di imprinting culturali, di maggior presenza e visibilità degli uomini nel discorso pubblico” (p.31). E CERTO CHE È QUESTO IL PROBLEMA, ED È PER QUESTO CHE GRUPPI DI PARLANTI USANO LO SCHWA: PER NON FAR PESARE PIÙ QUESTA PRESENZA NEL DISCORSO PUBBLICO. Non si tratta affatto, riguardo il problema delle disparità di genere e della invisibilizzazione di interi gruppi, di “chiedere a una desinenza di risolverlo” (p.32) ma di segnalarlo, di farlo presente, di renderlo vivo come la comunità di parlanti che ne soffre. Sostenere la cretinata “qui ho scelto di usare il maschile non marcato, più per ragioni di leggibilità che di principio” significa non aver capito che, come sostengono anche quelle studiose citate sopra e come hanno capito quelle autrici e autori citatə ancora più sopra, LA LEGGIBILITÀ È UN POTERE LEGATO AL GENERE - IL MASCHILE È IL GENERE TROPPO PIÙ “LEGGIBILE” DI TUTTI GLI ALTRI, ecco perché a qualcunə è venuto in mente di usare lo schwa anche per iscritto. Non per fare dispetto alla “ampia fetta di individui progressisti”, dei quali non importa proprio un bel nulla e chi soffre ogni giorno per non sentirsi, leggersi e pronunciarsi nella lingua nella quale vive. A proposito di privilegi, secondo chi ha scritto (p.33) “non esiste, allo stato attuale, soluzione più economica, più efficace, più salomonica e più inclusiva del maschile non marcato”, per poi concludere (p.34) “il patriarcato, insomma, c’è ma non si vede. Non nella morfologia, almeno”, di cosa starebbero parlando quei gruppi che provano a usare lo schwa? Non del privilegio di quella “fetta di individui” di sostenere su un saggio edito da Einaudi queste gravi e ignoranti stupidaggini?
Le pagine 34 e 35 continuano con il solito assurdo paragone con la lingua inglese, dal quale si conclude che ovviamente va tutto bene così; non si vede come poter concludere altro, non avendo considerato le differenze sociali e storiche delle società anglofone, che i problemi di rappresentanza nella loro lingua ce l’hanno eccome, altro che le chiacchiere riportate sul they. Ci sarebbe da ridere, se non fosse tragica, la conclusione autoironica di p.36, nella quale si lancia un anatema contro “l’idea che ogni gruppo sociale (o frazione di gruppo sociale) abbia diritto di costruirsi un codice su misura a cui gli altri dovrebbero fare la cortesia di attenersi”. Che è esattamente quello che il gruppo sociale degli uomini bianchi etero ha fatto negli ultimi secoli, e non solo nel linguaggio e nelle lingue - cosetta che andrebbe tenuta in considerazione, se si vuole fare un libro sullo schwa, no?
Il capitolo finisce, ovviamente, con la spruzzata finale di quel colonialismo culturale che a questo punto non poteva mancare: il consiglio paternalista che “il riconoscimento morfologico delle persone non binarie [è] abbastanza marginale rispetto al vero traguardo, che è un riconoscimento sociale compiuto e definitivo della categoria”. Che, amicə non binariə, secondo questo testo dovrete riuscire a ottenere evidentemente senza potervi neanche nominare come volete.
Il capitolo terzo comincia proponendo una “analisi costi-benefici” dello schwa. Il paragone è presentato così: “gli interventi sulla morfologia e l’ortografia di una lingua sono equiparabili a grandi opere”. Invece no: le grandi opere sono decisioni di chi è al potere, lo schwa è la proposta di una minoranza senza potere, quindi il paragone è assurdo e malevolo. Questo basterebbe a buttar via tutto il capitolo, ma perché perdersi altre chicche argomentative come il tentare di far passare lo schwa come una imposizione (pp.40 e 41), cosa che non è mai stata e mai potrebbe essere; oppure l’idea altrettanto falsa che il suono dello schwa in italiano non esista - cosa corretta tecnicamente, ma che fa finta di non sapere che milioni di parlanti italiano lo usano e lo conoscono, visto che fa parte di notissimi dialetti diffusissimi da personalità dello spettacolo e dei media in generale. Il meglio arriva però alle pp.43 e 44. Si racconta che in un podcast dedicato al film Matrix Murgia e Tagliaferri hanno usato il maschile parlando dei fratelli Wachowski prima della loro transizione, poi il femminile per il periodo successivo del loro lavoro. Troverete scritta la seguente mostruosità: “ci si sarebbe potuti aspettare che Murgia e Tagliaferri utilizzassero lo schwa per sottolineare l’identità fluida dei due registi diventati registe. Invece le due autrici non se la sono sentita [...] forse spaventate dall’effetto di irriducibile alterità che quella pronuncia avrebbe prodotto”.
Qui io mi chiedo perché non sia intervenuto unə editor, come deve accadere in questi casi, a chiedere l’immediata correzione di questa paurosa mancanza di competenza. È un altro esempio sbagliato di come non va usato lo schwa: chi ha scritto il testo vorrebbe dimostrare la mancanza di coraggio in chi lo sostiene, ma ignorando come andrebbe usato, mostra tutta la sua incompetenza. In questo caso lo schwa non c’entra nulla: le donne trans si nominano di solito tranquillamente al femminile perché sono donne. In più non parliamo certo di sconosciute, è noto come vogliano essere chiamate le sorelle Wachowski. Come può venire in mente di dire che andrebbe usato lo schwa, se non perché dello schwa non si è capito nulla, e nessuno vicino a noi ha saputo consigliarci per evitare di vedere stampata una figuraccia simile?
Poco dopo un altro strafalcione incredibile: asserire che Gheno “ha registrato l’audiolibro del suo Femminili singolari usando il suono neutro dove necessario, ma agendo all’interno di un contesto di persone che usano lo schwa”. Chiunque può constatare che l’audiolibro è pubblicamente in vendita, ma di quale contesto si parla? Non si capisce davvero a cosa ci si riferisce, se non alla sterile polemica seguente (da p.44 a p.46) tutta costruita sul nulla precedente, che culmina con l’ennesima assurdità: “nella fattispecie si tratterebbe in sostanza di ripristinare un terzo genere - il neutro”. ESATTAMENTE LA COSA CHE LE PERSONE NON BINARIE NON VOGLIONO, perché essere non binariə non significa riconoscersi in un altro genere, ma non riconoscersi in quelli vigenti. Altra prova d’ignoranza degli argomenti di base: confondere il desiderio di sottrarsi alla codificazione come volontà di imporre una nuova codificazione.
Continuando a credere a questa assurdità, il testo va avanti con un inutile sproloquio contro il neutro fino a p.52, dove ritorna - forse per mancanza di argomenti? - la storiella del verbale di concorso universitario, verbale che com’è ormai arcinoto non può essere usato come esempio di confusione alla quale porta lo schwa, dato che in quel verbale lo schwa è usato scorrettamente, non certo come richiesto da chi lo propone. Giudichereste efficace un attrezzo per incidere il legno dopo che qualcuno ve lo ha mostrato usandolo come frullatore? No, ma pare che invece per lo schwa si possa fare. Dopo altri esempi scorretti che quindi non dimostrano niente, il libro riporta l’opinione in merito di De Santis, che “osserva con amara ironia la disinvoltura con cui, in questa storia, chi si fa le regole da sé stabilisce per sé anche le eccezioni”. Evidentemente si riferisce proprio a libro che stiamo esaminando.
Non contento delle precedenti esibizioni d’ignoranza, il testo continua a sciorinarne: p.56, “è tutto da dimostrare che la desinenza del maschile non marcato costituisca effettivamente un privilegio”, specie se ti sei perso gli ultimi tre secoli e mezzo di femminismi; p.58: “davvero per un individuo non binario l’identità di genere è più importante di tutte le altre identità che lo compongono’”, sì davvero, specie se si trova sempre circondato da gente che pensa di sapere “davvero” cosa è più importante per lui; sempre a p.58 lo schwa sarebbe “proposto per neutralizzare le differenze di genere”, certo come no, è proprio quello che vogliono fare chi lo usa: sparire nell’indistinto, visto che nella lingua è già molto presente...
Come nelle migliori occasioni, non poteva mancare l’esempio biografico: l’aver assistito in una scuola a un dibattito sul linguaggio inclusivo organizzato da studenti. Si narra che viene posta una giusta domanda: a proposito della opportunità di chiedere alle persone con cui si parla con quale pronome vogliono essere nominate, non è già questo “l’indizio della presenza di un bias mentale?”. Una persona minimamente informata sull’argomento avrebbe risposto: “certo, e non solo, è molto di più: è l’indizio che si vuole costruire una cultura del consenso malgrado quel bias mentale, che metta al centro le identità scelte e non quelle imposte da una evidenza percettiva distorta da molti altri bias mentali in azione nella nostra cultura” - ricordate il “make receiver feel good” sopra? Invece il testo se la prende con questo domandare il pronome come un “mettere sé, il proprio corpo, la propria identità davanti a tutto”. E questa sarebbe la fetta d’individui progressista.
Di quanto progressismo c’è nel testo abbiamo testimonianza anche nel capitolo 4, un lungo panegirico pro domo sua degli esperti di questioni linguistiche, costruito molto artatamente. Le pp.60 e 61 presentano erroneamente il problema della provenienza dal basso o dall’alto della questione schwa come rigidamente diviso in due blocchi - lo stesso modo di fare sbagliato tipico delle discussioni in rete che qui si pretenderebbe di confutare, e invece lo si adopera. A p.62 veniamo a sapere che i sì-schwa “dimenticano che a dare risonanza pubblica alla questione non sono state le piazze o un’improvvisa e diffusa voglia di schwa, ma una microbolla di intellettuali e militanti che ha, per così dire, adottato la causa facendone una sorta di bandiera ideologica”. L’ignoranza alla base di questa fantasiosa ricostruzione dei fatti data per buona senz’altri riferimenti che la propria voce sta appunto - e di nuovo - nella storia della proposta dello schwa, che esiste e viene usato da molti anni precedenti l’esistenza di qualsiasi “microbolla”. Se non si vuole ammettere questo - cioè la pratica di numerosi parlanti che vivono su di sé un grave problema sociale - si continua a usare il pretesto della ideologia dei pochi per farsi gli affari propri.
Uno degli affari propri portato avanti nel capitolo è il consueto lamentarsi (p.63) del discredito degli esperti, dato il proliferare “di coloro che, senza essere propriamente degli addetti ai lavori, si sentono autorizzati a dire la loro su com’è o come dovrebbe essere fatta la lingua che parlano”. Premesso che sto ancora aspettando la stessa verve di questi esperti su tante altre questioni linguistiche nelle quali però non gli si tocca il privilegio, rimane il fatto che andrebbe discusso, visto che ormai siamo al penultimo capitolo, di che cosa si deve essere esperti per parlare di schwa. Questo sarebbe il problema da esaminare.
Invece assistiamo - a proposito di “ipocrisia pelosa”, ricordate? - all’eterna lotta tra il bene e il male, raccontati a p.64 come Crusca contro Google oppure “personalità di spicco della nostra accademia” contro Vera Gheno. Questo modo di procedere porta, come di consueto, a bollare come incredibile quello che invece altrove è realtà: si dice (p.65) che “per molti di loro [i sì-schwa] il linguaggio inclusivo non può essere solo una scelta individuale, ma dovrebbe costituire un obbligo esplicitamente normato” dimenticando che proprio in molte prestigiose accademie (non italiane, ma evidentemente il paragone con l’estero si usa solo quando fa comodo) questo è realtà da un pezzo e di schwa o di linguaggio inclusivo non è ancora morto nessuno. L’esempio portato da Johnny Bertolio viene denigrato (p.65 e 66) mentre invece è il cuore del problema da affrontare; se ne capisce così poco che (nota 3 a pagina 66) si prende a esempio di accademico che ha subito un trattamento ingiusto a proposito di nominazione corretta uno come Jordan Peterson.
Jordan Peterson - un altro caso in cui tutta una squadra di persone intorno a un testo edito come questo mostra davvero di non sapere nulla. Come puoi portare a esempio positivo, in un testo che vorrebbe parlare di temi sociali e di inclusività, di antisessismo e linguaggio, un soggetto come Jordan Peterson?
Questa stessa scelleratezza è quella che fa asserire - seriamente! - che “in questo momento non c’è settore di ricerca più florido [...] di quello degli studi di genere” (p.66), mentre nella realtà che evidentemente la “fetta di individui progressisti” non conosce affatto si contano sulla punta delle dita i corsi universitari che se ne occupano, si lotta per ottenere gli scarsissimi finanziamenti, esistono sparuti dottorati e pochissimi master. Il problema da affrontare sarebbe che parlarne da ignoranti e privilegiati porta a credere che il “dibattito culturale più mainstream [...] sul linguaggio inclusivo e sul politicamente corretto” (p.66/67) sia veramente un dibattito e sia veramente culturale. La statistica sulle tesi di laurea presentata come prova che se ne parla tanto (p.67) dimostra quanto chi studia vorrebbe parlarne e farne la propria ricerca - speranze per ora frustrate - e non che “l’Inquisizione, diciamo, era un’altra cosa”.
Infatti: era qualcosa di simile a chi, come ci viene raccontato da p.67 a p.69, vede un problema sociale che non sa né capire né affrontare, e per paura di perdere potere e visibilità - perché non gli va di rimettersi a studiare - s’inventa che non solo esiste il fronte compatto e unitario dei “sì-schwa”, ma che questo vorrebbe “imporre non tanto lo schwa in sé, quanto la cornice morale e filosofica di riferimento” (p.67), che poi viene sintetizzata in quattro fandonie che si pretende di aver dimostrato nelle pagine precedenti; che invece sono solo la versione scritta degli argomenti fantoccio usati per non occuparsi seriamente del problema sociale testimoniato dallo schwa, visto che non si vuole ammettere di non averne le competenze.
Giustamente il capitolo si chiude con una speranza: “meglio dunque stare zitti [quindi scrivere un libro per Einaudi è il modo in cui la “fetta di individui progressisti” tace] e aspettare che la febbre dello schwa faccia il suo corso. Nella speranza che, prima o poi, si torni a parlare d’altro” (p.72). Io non so se a quella fetta conviene parlare d’altro: a me, per esempio, piacerebbe cominciare a parlare della ignoranza di tanti linguisti, filosofi, accademici citati qui riguardo le questioni di genere. Perché a questo punto del libro è già chiaro che le sorelle Wachowski ne sanno molto di più di loro.
Dulcis in fundo, si dice, ed è confermato da questo libro, che all’inizio del quinto e per fortuna ultimo capitolo ci regala tre pagine di gratuito razzismo spiegando perché (p.73-75) l’accanimento contro la n-word è sbagliato. “La parola n [nel testo è scritta per intero e in corsivo] rimane un termine denotativo, che serve semplicemente a designare le persone con la pelle scura”. Non è il caso di commentare, anche perché a p.76 ritorna la solita obiezione dell’uomo della strada “a che scopo sostituire le parole [...] se le intenzioni rimangono le stesse?” che butta al secchio decenni di studi di filosofia del linguaggio e femminismi a proposito di intenzioni, espressioni, condizionamenti... ma che ce frega, noi siamo la “fetta di individui progressisti”, quindi dato che esistono i titoli razzisti di ‘Libero’ (p.76 e 77), che senso avrebbe non usare quelle parole? Tanto “le classi dominanti troveranno sempre modo di mascherare il loro razzismo” (p.77) quindi la lotta per avere una lingua meno razzista (e sessista) non serve a niente, no? La tipica escalation argomentativa dell’ignoranza non finisce qui, mancano le decisive tappe che non ci vengono certo risparmiate: proporre alternative al linguaggio discriminante “permette ai fascistoidi di ogni risma di fare i martiri della censura” (p.78), anche se da tempo si è capito che non si tratta di censura; si cita però, a proposito di fascismi, la “soglia di decoro e rispetto oltre la quale è bene non avventurarsi” (p.78); e “non bisogna dimenticare”, mi raccomando, che “certe parole smettono di essere parole per convertirsi a tutti gli effetti in atti performativi” (p.79), che è esattamente quello che da decenni si dice della n-word, della p-word e di tutti i riferimenti ai soli due generi della nostra lingua. Il problema è proprio che sono atti performativi, quindi hanno una enorme importanza nella vita delle persone, mentre il testo ha appena cercato di dimostrare, per quasi cento pagine, che invece sono chiacchiere inutili e manipolate da oscure figure per fini poco chiari.
Ci avviciniamo alla fine, e partono i fuochi d’artificio - come se quelli sparati finora fossero poco spettacolari: a p.80 ci si richiama comicamente a un articolo di De Mauro che sarebbe stato meglio, a questo punto, farsi spiegare che non era il caso di usarlo visto quello che dice; poi ci viene portato l’esempio di Walter Siti, che non si capisce perché dovrebbe aver ragione a portare avanti, ancora nel 2022, la differenza tra sostanza e forma che evidentemente non ha capito neanche lui; si dice ancora la cretinata che il lavoro su linguaggio inclusivo consisterebbe in un sollecitare “la rimozione di ciò che è cattivo” (p.82) mentre invece si tratta di un’assunzione collettiva di responsabilità; e poi parte l’ovvia tirata contro la versione ignorante della questione “politicamente corretto” (p.82 e seguenti) mostrando per l’ennesima volta che chi ha lavorato al testo manca di parecchie competenze proprio nelle questioni che il testo voleva affrontare.
È inutile soffermarsi sulle pagine finali, riassunto di quanto detto prima con altre citazioni insensate. Mi raccomando però di tenere a mente, nel caso aveste comprato il libro, i nomi contenuti nei ringraziamenti. Sicuro riverranno fuori dietro, accanto o sotto l’ennesima cretinata scritta o detta a proposito di questioni di genere, linguaggio, poteri discriminanti.
Dei quali si parla sensatamente altrove, non in questo testo.