Ricordo che un giorno un mio professore ha detto, sorridendo: “Ma su, ragazzi, tranquilli, nella vita ci sono cose molto peggiori di un’interrogazione!”.
Ok, ok, ha ragione. C’è di peggio. Ma, per dire… ce l’avete presente un’interrogazione? Avete presente avere sedici, diciassette, diciotto anni e dover affrontare un quarto grado della polizia senza nemmeno aver avuto il brivido di fare qualcosa di male tipo, che ne so, una rapina ad un distributore di pupazzetti di Winnie the Pooh per trovare quello vestito da medusa? (Non avete idea di quanto abbia faticato per trovare quello vestito da medusa, un’impresa titanica) E invece, sei lì in classe, perfettamente innocente, catturato dai magici effluvi dell’ultimo banco – il regno dei casinisti – quando all’improvviso entra lui.
Lui quando deve interrogare è diverso.
Non entra più con un quarto d’ora di ritardo e il suo caffè preso a quaranta centesimi alle macchinette del piano di sopra, talmente scadente che ha lo stesso sapore del terriccio universale per le piante (sì, ho provato a bere del terriccio universale per fare il confronto e non c’ho trovato nessuna differenza). Lui improvvisamente è puntuale. Senza bicchierino. È allora che capisci che, in effetti, tanto innocente non sei. Lui appoggia delicatamente il registro sulla cattedra, allarga le braccia e con il suo sorrisetto fa:
«Allora, oggi devo interrogare giusto? Avete studiato?»
No.
Te ne rendi conto solo in quel momento che forse le quattro ore passate il giorno prima davanti al computer a giocare ad Assassin’s Creed potevano essere usate per ripassare. Usano tutti questo simpatico termine, “ripassare”, come se la materia che avresti dovuto studiare, dopo averteli fracassati per bene, li avesse piallati con un rullo compressore, poi non contenta del suo lavoro si fosse fermata, avesse tirato la levetta della marcia indietro e fosse “ripassata”. Così, per un risultato migliore.
Lui, sempre con quel sorriso che ricorda alternativamente lo Stregatto e il maniaco omicida di Psycho, apre il registro rosso come il sangue che sei costretto a versare sull’altare del greco e del latino e comincia a scorrere il dito lentamente. Molto lentamente. E c’è talmente tanto silenzio che senti solo il fruscio del dito sulla carta. Lui non può estrarre numeri a caso come il bambino bendato del superenalotto, no, prova proprio piacere nel farti soffrire così tanto. Devi startene pure nascosto e tranquillo, perché lui percepisce la paura.
C’è quel momento in cui tu sei, facciamo, il numero dieci. E il dito che scorre si ferma sul numero prima di te – la secchiona della classe – e poi sul numero dopo di te – il tipo intelligentissimo che ha cambiato scuola perché “ah, quella vecchia era troppo facile, non mi dava soddisfazione” e ha comunque dieci in tutte le materie. In quel momento ti senti un po’ come… avete presente quando a battaglia navale ti colpiscono l’acqua a destra e poi l’acqua a sinistra della nave? Ecco. Già il tuo compagno di banco comincia a sgomitarti perché secondo lui l’avete scampata, quando ecco la fatale frase:
«Allora abbiamo il numero 9, l’11… Beh, facciamo 9, 10, e 11 no?»
Colpito e affondato. Allora comincia la recita. Devi essere sicuro. Ti alzi con baldanza, prendi la sedia e invece di attraversare l’aula alla Dead Man Walking prendi la camminata del sottoufficiale dell’esercito che si crede figo. Dentro sai di non essere figo, ma lo neghi fino in fondo, fino a quando lui non comincia ad interrogare la secchiona.
Lei è una cosa incredibile.
Avete presente – mah, forse i meno giovani di voi – la sigla di quel vecchio cartone, Uforobot?
“Mangia libri di cibernetica, insalate di matematica però un cuore umano ha”?
Ecco. È lei! La canzoncina è ispirata a lei! Solo che mentre la ascolti non sei nemmeno sicuro che abbia un cuore umano. Un automa alieno.
Poi la morte ti si avvicina a passi lenti e solenni, quando lui, con un sorriso che si aspetta grandi cose dagli altri due interrogati data la qualità della prima, interroga quell’altro. Il genio.
Allora ti senti come Lepido in mezzo tra Ottaviano e Antonio, ovviamente non hai neanche una vaga idea di chi fosse Lepido, e questo ti fa sentire ancora peggio.
Ma ragazzi, la scuola passa, c’è di peggio, e vuoi mettere la soddisfazione di trotterellare a casa con un bell’impreparato da mostrare ai genitori, per poi tornare a combattere mostri alieni con un’arma che spara fulmini?
Ma sì, anche se siamo impreparati sulla perifrastica, qualcosa di buono lo possiamo ancora fare.