la giacca dell’anno scorso
Morgan si svegliava col piede sinistro e se ne andava via dall’appartamento. Io mi sono svegliato con svariate centinaia di milligrammi di ossicodone in corpo solo per ritornarci, in quell’appartamento. Strano, è un eufemismo. Straziante, vicino allo stato d’animo attuale.
Mi sento una di quelle testuggini che tornano a morire nel luogo in cui sono nate. Affrontando un viaggio lunghissimo solo per chiudere il cerchio della loro acquosa esistenza. Qui, in questa camera che pare essere più piccola ora che è vuota. Qui, in questa città che pare essere così insignificante senza più i miei occhi, o le mie avventure. I marciapiedi sono ancora bagnati dalle lacrime che versai più di un mese e mezzo fa, ma ora tutto appare disabitato, abbandonato come in una puntata di The Walking Dead.
I luoghi caldi dell’estate, così brulicanti di inutili individui, mi hanno accolto finalmente nella loro essenza/assenza: privati del chiacchiericcio, rimangono le pietre, il catrame e il cemento: elementi diversi e antitetici mi fanno da cornice nella piazzetta dell’ultimo sogno.
Foggia è un campo brullo. Così spoglio che solo un occhio da agricoltore per ancestri può definire non seminato. Ho depredato come un imperialista tutti i frutti che in dodici mesi potevano crescere, maturi o acerbi che fossero, e me ne sono andato, vigliacco, lontano. Ma in quella piazza deserta, stasera, c’erano gli alberi al quale mi sono aggrappato, sopra i quali ho costruito QUESTA casa: il mio porto sicuro dove riposare. La psicologa occasionale sul divanetto del DDR in San Salvario mi ha detto di cercare proprio questo: riposo. E mi fa male solo non averlo trovato a Troia, che sfoggio con orgoglio sulla mia pelle tatuata. Fa male solo non averlo trovato negli occhi e negli abbracci di mia madre, perfida responsabile solo di aver amato mio padre una sera, libera, senza freni. Il mio riposo è un letto dove ho amato tanto, violentato e lasciatomi violentare tanto e pianto. Tanto. Il mio riposo sono i suoi occhi lucidi, la sua bocca timorosa, le sue mani da bambina che, fredde, scivolano dalle mie.
Il mio riposo è rivedere un film che conosci a memoria, come quello che mi ha accompagnato nell’ultimo, tradito, pomeriggio dell’umanità che mi pullula nell’animo. Il mio riposo è abbracciare Mario che da troppo tempo sta lì nell’angolo a bramarlo fra singhiozzi d’infante e occhi da uomo. Ed è qui, in questa stanza vuota, che ti abbraccio Mario. Non sei solo. Diamo un ultimo sguardo all’arredamento. Abbiamo una vita d’avanti.
E tutta la nostra ricca, splendida vita dietro.















