Sono innamorata della vita ❤️

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Sono innamorata della vita ❤️

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Ho passato i primi sei mesi e mezzo di quest’anno in un periodo davvero difficile. Tra un problema al ginocchio che mi ha costretta a stare a casa dal lavoro e una depressione che ha messo a dura prova la mia salute mentale, ci sono stati giorni in cui vedevo tutto grigio e facevo fatica a immaginare il futuro con serenità.
Poi, un passo alla volta, qualcosa ha iniziato a cambiare. Sono tornata al lavoro, ho continuato il percorso con il mio psicologo e, senza quasi accorgermene, ho ricominciato a sentirmi me stessa.
In questi giorni è arrivata una notizia che ha acceso dentro di me qualcosa di difficile da spiegare. Non perché abbia cancellato tutto quello che è stato, ma perché mi ha ricordato che il futuro può ancora riservare momenti capaci di riempire il cuore.
Mi ha fatto capire che, dopo tanto tempo trascorso a sopravvivere, si può tornare ad aspettare qualcosa con entusiasmo. E quella sensazione di speranza, che per mesi sembrava lontanissima, è tornata a farsi sentire con una forza incredibile.
Forse la forza era sempre stata dentro di me. Aveva solo bisogno di un motivo per riaffiorare.
Ma sai che bella la vita?
Ma sai che bello ricominciare a vivere, vedere la bellezza nel mondo ed essere grata di esserci?
Ma sai che bello vivere? Vivere davvero, intendo.
Ma sai che bello riuscire a stare da sola, senza avere bisogno di nessuno, e sentirsi comunque bene? Ma sai che bello riuscire, finalmente, a fregarsene? Dire: “Ok, basta. Quello che è stato è stato. Adesso si va avanti.”
Ma sai che bello sentirsi finalmente liberi.
Che bello vivere.
Ci sono guarigioni che non si vedono. E sono quelle che contano davvero.
Dietro questo sorriso vive una nuova consapevolezza, il coraggio di non arrendersi e una forza silenziosa che mi tiene a galla anche quando tutto sembra pesare di più.
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E alla fine ho fatto quel “compito a casa”. Mi sono detta che dovevo farcela, che non sarebbe stato un ostacolo così grande. Mi sono detta che fermarmi non mi avrebbe fatto male e che ne avevo bisogno.
Non è stato semplice. Non è stato semplice per niente.
Prima di “fermarmi” ho fatto mille cose, come se dopo non potessi più fare nulla. Poi sono arrivata a casa e ho guardato il divano. Lo stesso che ha la mia impronta da quanto l’ho usato.
Niente telefono, niente tv. Solo io e il divano. Due ore. E voi direte: “Che vuoi che sia?”. No. È stato tragico. I primi venti minuti sono stati tragici.
Venti minuti di “devo assolutamente fare qualcosa”, venti minuti di “adesso mi alzo”, venti minuti di pensieri continui che non riuscivo a fermare, venti minuti di ansia. Quell’ansia sottile che ti fa venire mal di testa. Quell’ansia che ormai conosco fin troppo bene.
Ho appoggiato bene i piedi a terra, la schiena al divano. Mi sono detta: “No. Adesso resto qui.”
Ho iniziato a fare quello che conosco bene: cinque cose che vedo, quattro cose che riesco a toccare, tre cose che riesco a sentire, due cose che potrei mangiare, una cosa di cui potrei sentire l’odore.
È cambiato tutto. Non era più la mia ansia a controllarmi, ero io a decidere di non seguirla. Così facendo sono riuscita a uscirne.
Mi sono stesa sul divano e ho guardato il soffitto per l’ora che rimaneva.
Una settimana fa avevo scritto che la libertà è poter scegliere di non fare niente e sentirsi comunque al sicuro. Quel pomeriggio non mi sono sentita al sicuro per tutto il tempo. Ma sono rimasta lì lo stesso.
E forse è proprio questo il punto.
Il coraggio non è aspettare che la paura sparisca. È restare anche quando c’è.
C’è una cosa che sto iniziando a capire di me in questo periodo: ho paura di fermarmi.
Per cinque mesi la mia vita si è fermata davvero. Non per scelta, non perché ne avessi bisogno, ma perché il mio corpo e la mia salute me l’hanno imposto. Ho passato giornate intere a guardare il tempo scorrere mentre io rimanevo immobile, in attesa di stare meglio, in attesa di poter tornare a vivere la mia normalità.
Adesso che sono tornata al lavoro, che posso uscire, fare progetti e riprendermi i miei spazi, sento come una fame di vita. Ogni pomeriggio libero diventa qualcosa da riempire. Pulisco, sistemo, faccio la spesa, cucino, esco, organizzo. Mi tengo in movimento continuamente. Mi sono detta che era una cosa positiva, che significava che stavo bene.
Forse però non è solo questo.
Forse corro da una paura che non voglio guardare troppo da vicino. La paura che fermarmi significhi tornare indietro. La paura che quel silenzio, quel vuoto di impegni, assomigli troppo alle giornate in cui ero bloccata a casa e non potevo scegliere. Come se stare sul divano per un pomeriggio potesse riportarmi lì, in quel periodo che ho faticato tanto ad attraversare.
Ieri lo psicologo mi ha dato un compito: scegliere un pomeriggio libero e non fare nulla.
Quando me l’ha detto ho sentito una stretta dentro. Non perché non sappia stare seduta su un divano. Ma perché so che, appena proverò a farlo, arriverà quella voce che mi dice che dovrei fare qualcosa di utile, che sto sprecando tempo, che devo approfittare di ogni momento.
E invece il compito è proprio restare lì.
Non vincere facendo di più. Vincere restando.
Lasciare che l’ansia passi senza correre a coprirla con una lista di cose da fare. Accorgermi che il mio valore non dipende da quanto produco in un pomeriggio. Ricordarmi che oggi fermarmi è una scelta, mentre allora era una costrizione.
Forse è questo che devo imparare: che il riposo non è il nemico. Che stare ferma non significa essere di nuovo malata. Che non sto tornando indietro se mi concedo qualche ora senza obiettivi.
Mi fa paura, tanta paura.
Ma forse è proprio per questo che devo provarci.
Perché la libertà non è solo poter fare tutto quello che voglio. È anche poter scegliere di non fare niente e sentirmi comunque al sicuro.
L’ansia, per me, in questo periodo si manifesta soprattutto attraverso i pensieri. Non arriva sempre come una paura evidente, ma spesso sotto forma di continui “e se”.
Mi accorgo che la mia mente cerca continuamente di anticipare quello che potrebbe andare storto. Invece di concentrarsi sui progressi che ho fatto, si sposta sugli scenari peggiori: e se non fossi pronta, e se qualcosa andasse male, e se dovessi fermarmi di nuovo.
Questi pensieri mi fanno sentire in allerta e mi portano a vivere situazioni che non sono ancora accadute come se fossero già reali. Più provo a trovare una risposta definitiva a tutti questi dubbi, più ne compaiono altri.
A volte l’ansia è accompagnata anche da una sensazione di tristezza. Credo che questo accada perché sto attraversando un momento di cambiamento importante. Da una parte c’è la felicità per i passi avanti che ho fatto, dall’altra c’è la paura che qualcosa possa compromettere ciò che ho conquistato con tanto impegno.
Sto cercando di ricordarmi che l’ansia parla soprattutto di possibilità, non di certezze. Il fatto che io abbia paura di qualcosa non significa che quella cosa accadrà davvero.
Vorrei imparare a dare meno potere ai miei “e se” e più spazio ai fatti, ai progressi che ho fatto e alla fiducia nelle mie capacità di affrontare ciò che verrà.
In fase di ripresa
Sono sul balcone. Il vento mi attraversa i capelli come se sapesse già tutto quello che non riesco a dire. Il mondo fuori è in silenzio, ma dentro non lo è affatto.
Nelle cuffie scorre Innerbloom dei RÜFÜS DU SOL, e la musica non riempie lo spazio: lo apre. Allarga ogni pensiero, ogni mancanza, ogni cosa rimasta sospesa.
E adesso so dargli un nome: è ansia allo stato puro.
È la sensazione di dover farcela da sola, di non essere capita, di dover sopravvivere anche quando le forze sono poche.
Sento la ringhiera dietro di me, come un confine discreto tra il lasciarsi andare e il restare. Ho i piedi ben saldi a terra, ma dentro mi sembra di reggere tutto senza abbastanza mani.
Eppure sono qui. Non risolta, non forte, solo presente. Nel punto esatto in cui tutto pesa e, per un istante breve, continuo comunque a restare.

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E scusami se non ti ho più scritto, non ne avevo le forze. Non avevo le forze per cercarti, per stare bene, per stare male, per ricominciare, per vivere, per andare avanti. E nemmeno per sparire del tutto.
Non avevo le forze, e forse nemmeno tu le avevi. Io non ti ho scritto, non ti ho cercato, e anche tu non lo hai fatto. Uno a uno, palla al centro. Ma non è una partita, non dovrebbe esserlo.
E dovrei chiedere scusa a me, non a te. Perché io ci ho provato a restare in piedi anche quando dentro crollava tutto. Tu non hai capito, non hai ascoltato, ma io continuo a chiederti scusa. Come se fosse stato un mio errore. Come se le parole che hai sputato addosso a me, come fossero veleno, fossero uscite dalla mia bocca. Come se tutto fosse solo colpa mia.
Ma non lo era.
Mi è stato detto che smettere di alzarsi dal letto, perdere interesse per le cose che prima facevano stare bene, non voler uscire di casa, non avere voglia di fare niente e passare le giornate nel buio sono segnali di depressione. E io ero così. Ho passato giorni, settimane, mesi sentendomi svuotata, ferma, come se anche le cose più semplici richiedessero una forza che non avevo più.
Non è che adesso sia passato tutto all’improvviso. Ci sono ancora giorni in cui faccio fatica ad alzarmi, a stare con gli altri, perfino a stare con me stessa. Però ci sto provando. Anche lentamente, anche male a volte, ma ci sto provando.
Non è facile vivere certi momenti, non è facile nemmeno spiegarli. Non è facile spiegare a chi non sa ascoltare.
E forse, per ora, questo basta.
Non riesco più a mangiare come un tempo. Il sonno non arriva più piano, naturale, come faceva una volta. Adesso resto sveglia per ore con il cuore che corre troppo forte, come se dentro di me ci fosse sempre un allarme acceso. E quella vocina non smette mai di parlare. Mi ripete che non guarirò, che resterò così per sempre, che forse il problema sono io.
A volte mi guardo e mi chiedo se sia possibile diventare estranee a se stesse. Se si possa arrivare a sentirsi la persona sbagliata per la propria vita. Perché quando vivi per tanto tempo nella paura inizi a non fidarti più nemmeno del tuo corpo: ogni battito accelera i pensieri, ogni notte insonne sembra una prova che qualcosa si sia rotto davvero.
La cosa peggiore è che l’ansia sa sembrare sincera. Parla con una voce sicura, definitiva. Ti convince che il futuro sia già scritto, che non ci sarà più una versione di te capace di stare bene, di dormire serena, di mangiare senza pensarci, di respirare senza paura.
Eppure, in mezzo a tutto questo rumore, c’è ancora una parte di me che resiste. Piccola, stanca, fragile forse — ma viva. Una parte che non vuole credere che il dolore di oggi sia automaticamente il mio destino. Che spera ancora di potersi ritrovare. Di tornare un giorno a sentirsi leggera dentro il proprio corpo, e non in guerra con esso.
Sto male, sì.
Sto male quando dici “se sta bene lei io mi riprendo”, perché mi stai dando responsabilità che non posso avere e che non mi competono. Se dipendesse da me, starei già bene da tempo.
Sto male quando mi dici “sforzati anche se senti dolore”, perché è esattamente il contrario di quello che mi ha detto il fisioterapista.
Sto male quando dici “non ne posso più, spero tu guarisca presto”, perché quella che non ne può più sono io. Sono io che lo sto vivendo ogni giorno.
Sono io che sono a casa dal 7 gennaio, lontana dal lavoro.
Sono io che sto affrontando l’ansia.
Sono io che sto passando tutto questo.
Ho bisogno che questo venga capito.
E poi ritorna l’ansia. Quella che toglie il respiro, quella che spaventa davvero.
Sei lì, immobile, e all’improvviso arriva.
Non c’è nulla di pericoloso intorno a te. Nulla che giustifichi quella paura. Eppure ti senti sopraffatta.
Il cuore batte velocissimo. Il respiro si spezza.
Avverti una stretta al petto.
Hai la sensazione di non riuscire a riempire i polmoni fino in fondo.
Sei presente con il corpo. Ma la mente sembra lontanissima, irraggiungibile.
Temi di non riuscire più a tornare a stare bene.
Poi inizi a concentrarti sul respiro.
E senti che qualcosa cambia.
Il battito rallenta.
Il respiro si fa più profondo, meno faticoso.
E, poco alla volta, torna anche un po’ di calma.

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È arrivato maggio e io sono ancora qui, ferma, con queste ginocchia che non vogliono saperne di guarire. La rabbia mi attraversa, a volte è sottile, a volte è violenta, e si mescola a quella sensazione di essere bloccata mentre il resto del mondo va avanti. Ci sono giorni in cui tutto questo pesa così tanto che sembra non avere una fine, e in quei momenti arriva quella voce, sempre la stessa, insistente: “non ce la farai, non guarirai mai”. Non è solo un pensiero, è quasi un’eco che prova a convincermi che questo sia tutto ciò che mi aspetta.
Eppure, anche quando sono arrivata a toccare il fondo, non mi sono lasciata prendere completamente dal panico. O almeno, non del tutto. In mezzo a quella fatica ho fatto una cosa diversa: ho chiesto aiuto. È stato un passo piccolo solo in apparenza, ma dentro di me ha smosso qualcosa di grande. Come se, sotto tutto il peso, ci fosse ancora una parte viva che non ha intenzione di arrendersi.
La prima seduta con lo psicologo è stata come riaprire una finestra. Non ha cancellato il dolore, non ha fatto sparire la rabbia o quella voce, ma mi ha fatto sentire di nuovo presente, viva. Ed è una sensazione che forse può sembrare fragile o prematura, ma è reale. È la prova che non sono solo il mio blocco, non sono solo la mia paura, non sono solo i pensieri che mi dicono che non guarirò mai.
Sono in un periodo difficile, questo è vero. Ma dentro questo periodo c’è anche movimento, anche se lento, anche se imperfetto. E forse il punto non è sapere già come andrà a finire, ma continuare a fare spazio a quella parte di me che, nonostante tutto, ha ancora la forza di chiedere aiuto, di provare, di restare.
Ho avuto un momento in cui pensavo che si sarebbe sistemato tutto.
Ora ho capito che la cosa più importante è scegliere me
e restare accanto a chi mi fa stare bene davvero.
E certe distanze si spiegano da sole.