Da tanto non pubblichiamo niente. Cose belle all’orizzonte: un nuovo bellissimo progetto sta nascendo!
Si chiama R O B I D A
qua potete leggere di più: http://r-o-b-i-d-a.tumblr.com/


ellievsbear
d e v o n
PUT YOUR BEARD IN MY MOUTH
we're not kids anymore.
Jules of Nature
taylor price
NASA
ojovivo
Lint Roller? I Barely Know Her

PR's Tumblrdome
official daine visual archive

tannertan36
macklin celebrini has autism

pixel skylines
will byers stan first human second

roma★

gracie abrams
sheepfilms
seen from Malaysia
seen from United States

seen from Malaysia
seen from United States

seen from United States
seen from Argentina

seen from Malaysia

seen from Philippines
seen from Türkiye
seen from Croatia
seen from United States
seen from United States

seen from South Korea
seen from Japan

seen from United States
seen from United States

seen from United States
seen from Canada

seen from United States
seen from Panama
@lapiperita
Da tanto non pubblichiamo niente. Cose belle all’orizzonte: un nuovo bellissimo progetto sta nascendo!
Si chiama R O B I D A
qua potete leggere di più: http://r-o-b-i-d-a.tumblr.com/

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
Free to watch • No registration required • HD streaming
Rileggo testi scritti sulla Piperita
di Vida - disegno di Daniel Egneus
testo scritto per il laboratorio per la creazione di una rivista del nostro ex liceo
Qualsiasi azione che contenga metodo e rigore è un progetto. (Beppe Finessi)
Se ripenso agli anni del Liceo (da cui sono uscita due anni fa) la cosa che ricordo con maggiore eccitazione, tenerezza e felicità è il progetto che ho portato avanti con tre compagne di classe per tre anni (dalla prima alla terza liceo): si tratta de La Piperita, giornale che abbiamo curato del tutto indipendentemente dal liceo.
La Piperita è nata un giorno a ricreazione: volevamo uno spazio su cui scrivere, dove poter condividere pensieri, riflessioni, visioni e anche confidenze. All’inizio aveva le sembianze di un diario: ne stampavamo uuna copia a testa, scrivevamo articoli che somigliavano a lettere mandate l’una all’altra, ogni testo contenva riferimenti che solo noi amiche potevamo cogliere. Poi La Piperita è cresciuta, assieme a noi ed è diventata un vero progetto, una quasi rivista. Abbiamo iniziato ad approfondire sempre più i temi che ci interessavano, ci siamo piano piano divise i compiti, ognuna curava una rubrica particolare, oltre a scrivere tutte articoli liberi e dai temi più disparati: gli articoli erano per lo più di contenuto letterario- artistico, i temi che ci appassionavano erano la poesia, l’arte, la letteratura, e a fianco a questi scrivevamo anche testi con altre tematiche.
Dopo il primo anno abbiamo anche sentito il bisogno di aprire il giornale a collaborazioni esterne e questo ci ha permesso di avere contatti con ragazzi di altre scuole, che erano interessati al progetto: studenti dell’istituto d’arte di Udine ci proponevano disegni, fotografie e testi, ragazzi del liceo Stellini di Udine ci inviavano racconti, dal liceo scientifico Copernico di Udine invece arrivavano articoli dallo sfondo sociale, oltre a collaborazioni con il nostro liceo scientifico e con i nostri compagni del liceo classico.
Oltre ad essere quindi semplicemente un giornalino scolastico La Piperita è diventata negli anni un punto di riferimento per i ragazzi che volevano scrivere, esprimersi e raccontarsi. Attorno alla Piperita sono nate relazioni profonde e proficue con coetanei e con adulti, interessati a porsi in ascolto di parole giovani. Come amiamo dire La Piperita è una grande famiglia che raccoglie persone che si vogliono bene, che vogliono condividere interessi e vogliono mettersi in gioco. Non è stato dunque solo un esercizio di scrittura: è stata anzi una coltivazione di interessi, relazione, amicizie, sguardi sul mondo che sono rimasti vivi anche ora che il progetto non ha più la regolarità dei tempi delle superiori.
Ma La Piperita è stata soprattutto un modo per creare e conoscere la nostra identità: il progetto ci stimolava a cercare le cose che ci interessavano, a indagare ciò che ci piaceva e perchè, a riconoscere quello che ci emozionava e coinvolgeva e trovare la possibilità di approfondire i nostri interessi e crearci dei personali contenuti. La Piperita è stata innanzi tutto uno stimolo a prendere finalmente in mano la nostra identità.
La Piperita è un punto, non stabile, ma allo stesso tempo sicuro, da cui riesco a vedere le cose con più curiosità, uno stimolo a conoscere e a conoscermi e a farmi conoscere, è quel luogo, sia fisico, che mentale, che mi fa ricercare e raccogliere tutta la parte migliore di me, delle mie giornate e delle mie esperienze. Ma tutto ciò ancora non basta per riuscire a definirla.
Così descriveva Maria, una delle co-fondatrici de La Piperita, a proposito del progetto.
Curerò un piccolo laboratorio per la creazione della rivista della nostra scuola superiore. Da domani si inizia! Sarà bello!
Vida
Donnine che fanno cose belle!
Francesca
e Nika
Cinque uomini sulla cassa del morto - VOTATELI!
Lo so, queste cose non sempre funzionano su tumblr. Ma ci proverò lo stesso. I cinque uomini sulla cassa del morto sono cinque ragazzi meravigliosi. Alberto è un ragazzo gentilissimo, con gli occhi blu blu. E’ sempre allegro anche se da un po’ ho capito che è anche complicato e sensibile. Abbraccia bene, e ti tiene abbracciata per tanto tempo. Francesco è dolce, scrive poesie, ha quell’animo un po’ malinconico, si innamora delle ragazze, si innamora del mondo. Ha i capelli riccissimi, mi piace toccarli e lui è contento. Davide è un mio vecchio compagno di classe. Ha un sorriso bellissimo, è allegro, affettuoso, agressivo nell’affetto, agressivo se si arrabbia. Suona il violino e questo lo rende adorabile. Leo è dolce, gentilissimo anche se in fondo è un ribelle. Alla ricerca di una ragazza costantemente ci fa sempre divertire un sacco. Chiacchiera molto bene e ti chiama “stella”. Albertino è sprizzante. Suona la batteria in maniera violente ma è gentile, educato e sempre disponibile. Gli piace ricevere gli abbracci. Fa vini e questo è molto positivo!
Voglio tanto bene a questo gruppo di amici. Sono belli e quando li guardo a volte anche mi commuovo un po’.
Quest’anno hanno partecipato al Beskers festival di Ferrara. Hanno suonato per le strade, con i bambini che passavano e dicevano alle mamme “i pirati”, con le ragazze che ballavano alla loro musica (e Francesco se ne innamorava quasi) con la gente seduta per terra che batteva le mani. Sono tornati da quell’esperienza più felici che mai. Con gli occhi brillanti e una voglia di raccontare ogni momento di quei giorni lì.
Ora, se loro ricevessero abbastanza voti su questo sito, l’anno prossimo potrebbero andare a suonare a Ferrara come artisti invitati. Suonare sul palco li renderebbe felicissimi. Si vota attraverso Facebook, Twitter e Google plus. Io non ho facebook ma sto pensando di farlo perchè voglio loro troppo bene.
SE AVETE UN PO’ DI TEMPO - VI PREGO - VOTATELI. E’ davvero facile. Rendereste felice me e loro. Moltissimo.
Vi vorrei bene.

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
Free to watch • No registration required • HD streaming
Cinque uomini sulla cassa del morto
Abbiamo letto le poesie di Francesco.
Abbiamo seguito i loro viaggi.
Abbiamo sognato gruppi reggae con Alberto.
Abbiamo condiviso cinque anni con Davide.
Li abbiamo visti innamorati, arrabbiati, tristi, preoccupati, seri, emozionati, tante volte felici.
Sono i Cinque uomini sulla cassa del morto.
Quest'anno hanno partecipato al Buskers festival di Ferrara. Sono tornati entusiasti, raccontando della gente che si fermava per strada e li ascoltava felice, dei bambini che si sedevano per terra, degli articoli belli che parlavano di loro. E ad ogni parola gli occhi brillavano.
Per partecipare come invitati al festival del prossimo anno devono raccogliere molti voti! Si vota attraverso Facebook, Twitter o Google Plus.
Se vi va di votarli (anche al posto mio, dato che non ho nè fb, nè twitter, nè google+) potete farlo qui.
Io lo farei, oltre perchè sono bravissimi, solo per vedere i loro occhi felicissimi.
Adorabili Cinque uomini sulla cassa del morto! Votateli!
laura, dopo l'intervista, ci ha fatto un regalino.
questo disegno l'ha fatto apposta per noi. Parla di Topolò, parla della Stazione. Guardatelo nei dettagli, se potete: ci sono tante situazioni carine, forse qualcuno di voi si riconosce anche!
Una cena, qualche Piperita e tanti sorrisi.
Nel cestino di vimini due paia di forbici, un sole caldissimo che stava iniziando a tramontare e davanti a noi un prato. Io e Dora siamo andate nel pomeriggio a raccogliere i fiori. Abbiamo riempito tutto il cestino, camminando nell’erba altissima, cercando di fare attenzione alle api e parlando a voce alta da un lato all’altro del prato delle vacanze di Dora e dell’università. Poi, siamo andate, con il cestino pesante, dalla nonna, abbiamo preso una bottiglia di vino e raccolto altri fiori dall’orto.
La casa era piena di fiori, alcuni dei quali sono durati fino ad oggi. La sera era piena di candele. La cena è stata perfetta, belle persone, bei visi, sguardi allegri. Le persone venivano e, immaginandosi una piccola cenetta, dicevano “non ci immaginavamo una cosa di tale portata” e noi rispondevamo prontamente “nemmeno noi”. Tutto è stato organizzato in pochissimo tempo e mentre gli amici continuavano ad autoinvitarsi noi cercavamo di calcolare i chili di gelato da comperare.
Alla fine abbiamo resistito fino a che non è arrivato il temporale a mezzanotte. Poi ci siamo ritirati in casa, abbiamo bevuto tisane, condiviso progetti, riso ascoltando nella notte il temporale. Appena il silenzio è diventato un po’ più udibile, gli ultimi se ne sono andati. E’ stata forse l’unica vera serata estiva di questo anno. Era allegra, calda e sorridente, piena di fiori e di gelato. Con acquazzone finale.
abbiamo mangiato:
Antipasti Muffin salato con zucchine, fiori di zucchina e pomodorini Torte salate: porro, ricotta, pomodorini e porro, ricotta, rucola
Primi Minestra Briza, fatta dalla nonna Bis: farro e orzo con verdure e tonno
Contorno Patate lesse con prezzemolo
Dolce Torta al cioccolato e noci Torta ricotta e gocce di cioccolato Gelato
Vida
le prime fotografie e le ultime sono di Elena
le altre sono di Tanja
Luna
presto...
altre interviste sono in arrivo, in questi giorni di estate piovosa.
a Laura Bohinc, illustratrice
a Pheobe riley Law, fotografa

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
Free to watch • No registration required • HD streaming
Cose in arrivo!
interviste, parole e disegni presto qui!
persone delicate, piccoli animaletti e orsi a cena...
un giovane illustratore sloveno si è raccontato davanti ad un piatto di risotto alle zucchine (questo lo cucino sempre bene!)
e
presto anche un'intervista di elena guglielmotti sul tema del design e della biologia. sì, tutto assieme!
A presto!
vida e la piperita!
Intervista a Jorge Raedo
di Elena Guglielmotti
Jorge Raedo combina l’architettura con la musica e il teatro nei suoi laboratori per bambini creando l’ambiente ideale per stimolare la loro creatività. L’ho conosciuto qualche anno fa, quando tenne un laboratorio a Longera, vicino Trieste e, colpita dal suo modo di fare spontaneo e dalla sua capacità di trasmettere la sua passione per l’arte a 360 gradi ai bambini, ho deciso di intervistarlo. Inoltre Jorge è il direttore di Amag, una rivista su internet open source, che fornisce materiali utili per l’insegnamento dell’architettura ai bambini.
Qual é stato il tuo percorso di studi? Che cosa hai studiato?
Ho studiato 3 anni architettura a Barcellona e a Roma, ma poi ho lasciato gli studi, quindi non sono davvero un architetto. Poi ho studiato teatro, stage direction e drammaturgia e l’unico titolo universitario che ho è quindi relativo ai miei studi teatrali. Poi ho lavorato 10 anni nel mondo del teatro e nel 2008 ho iniziato a lavorare a tempo pieno con i bambini.
Perché hai deciso di mollare architettura?
Perché non ne potevo più, non mi piaceva l’ambiente universitario e stavo male quindi ho cambiato vita.
Cosa non ti piaceva dell’ambiente universitario?
A dire il vero conosco solo le tre università dove ho studiato. Su Barcellona, dove ho studiato architettura, non ho brutti ricordi riguardo agli insegnanti ma non mi piacevano i miei compagni di studi, c’era molto egoismo e ognuno pensava alle proprie ambizioni. Durante il mio periodo a Roma non ero molto all’università, ho trascorso la maggior parte del tempo lavorando. Invece l’università di teatro a Barcellona, cioè l’Institut del teatre che fa parte dell’Universidad Autonoma de Barcellona mi piaceva molto, c’erano pochi studenti ed era un posto molto stimolante dal punto di vista artistico.
Cosa ti ha portato a insegnare ai bambini, e come mai l’architettura?
É stato in parte un caso. All’inizio volevo fare uno spettacolo teatrale per bambini però non riuscii a ottenere i fondi, quindi cambiai un po’ il progetto e diedi vita a un’ iniziativa dal nome What is Architecture?. Da quel momento le persone iniziavano a richiedermi di tenere dei laboratori di architettura, anche se in realtà questo tipo di laboratori non è nuovo, lo fanno in molti. Quindi ho iniziato a tenere laboratori per bambini, e non ho più smesso. Mi sento molto utile a insegnare ai bambini, più di quanto mi sentirei a fare teatro.
In cosa consisteva il progetto “What is A?” con cui ti sei fatto conoscere?
Il mio primo progetto what is a? nacque dall’idea era di fare dei video in cui degli architetti spagnoli spiegassero a dei bambini di 5-8 anni cos’è l’architettura, utilizzando anche dei disegni. Dai loro testi ho tratto degli spettacoli teatrali per trasmettere ai bambini il messaggio degli architetti. Il difetto di questi video è che non erano fatti per le scuole ma direttamente per i bambini. E per questo non sono girati molto per le scuole. Se si vuol fare qualcosa per i bambini si deve farlo per le scuole e quindi per il piano formativo delle scuole. Si tratta spesso di qualcosa di molto specifico che non lascia spazio per la poesia. Alla fine What is a? è rimasto un progetto molto famoso però per gli architetti e in generale gli adulti. Non molti bambini l’hanno visto. Quindi la prima cosa da chiedersi quando si fa qualcosa per bambini è dove stanno i bambini, un posto potrebbe essere la scuole e quindi bisogna fare qualcosa per gli insegnanti oppure quando sono a casa bisogna fare qualcosa per i genitori....
Combini sempre il teatro con l’architettuta nei tuoi laboratori?
A volte, quando insegno architettura, cerco di mescolare le due cose perché per me l’architettura è il corpo nello spazio e quindi credo che il miglior modo per insegnarla sia quello di muovere il corpo, e qui entra in gioco il teatro. A volte invece lavorando per i musei faccio dei laboratori tradizionali dove i bambini stanno seduti e si costruiscono degli oggetti. Attualmente sto lavorando in Finlandia a un opera musicale con le scuole; le opere sono di solito su architetti o sulle città. Per me la cosa più importante è il processo in cui i bambini costruiscono l’opera e credo che questo sia il modo migliore per insegnare loro l’architettura e cosa è lo spazio e la sua relazione con il corpo. Inoltre credo che il teatro sia un bel modo per loro per capire il proprio corpo e la sua relazione con lo spazio. Il fatto di essere in posizione eretta o seduti, l’essere da soli sul palco o con un altra persona o con più persone cambia la nostra relazione con lo spazio. A mio parere l’elemento principale sono i corpi e cosa succede tra loro, mentre l’architettura e gli edifici sono le conseguenze. Nei miei laboratori combino anche la musica con il teatro e l’architettura, nonostante io non sia musicista e abbia studiato solo marginalmente pianoforte alla scuola di teatro.
Io, un film, un paese abbandonato, il frastuono delle api
di Vida
Ho guardato dalla finestra e ho pianto, fissando lo sguardo sui piccoli fiori di pesco che stavano già sbocciando. La finestra sporca, fra il mio viso e il cielo aloni di nuvole fermatisi sui vetri. Dall'altra parte, arrampicato su una scala, Marko (Brdar) mi guardava attraverso la telecamera, mentre Thomas (Richard) controllava la giusta messa a fuoco. Qualche volta, con la voce bassa, mi dava brevi indicazioni: da che parte girare la testa, se sedermi un po' più avanti o un po' più a destra. Sentivo la presenza del suo sguardo: erano i primi giorni di riprese e la telecamera era molto vicina. Presto mi sarei abituata. Nella stanza assieme a me c'era Vlado (Škafar), seduto alla finestra accanto, che guardava il mio viso da un monitor e con una certa severità, o asprezza, o forse solo concentrazione, mi diceva cosa fare e dove guardare. Rimani nei tuoi pensieri. A cosa stai pensando. Ora forse pensa a cose tristi. Ora invece a cose più felici. Continuavano a scorrermi piccole lacrime, arrivavano fino al mento e poi, sottili ma pesantissime, si tuffavano e atterravano sui pantaloni. A cosa stai pensando? A cose felici. E le lacrime senza fermarsi correvano lasciando segni sulle guance. Cosa vuol dire fare l'attrice? In verità non lo so. In questo film non sono attrice. Sono io, con i miei pensieri, i miei ricordi e i miei silenzi. E nemmeno Nataša (Tič Ralijan), che è attrice di professione (e mia mamma nel film), in questo film è attrice. Se piango, piango davvero, se abbraccio Nataša è perchè davvero le voglio bene. Costruiamo una storia autentica, intrecciamo legami, sottili forse, ma significativi. E' per questo che ho sempre saputo che questo film mi avrebbe cambiata: lo sapevo già molto prima di iniziare le riprese, quando ci incontravamo con Vlado, per parlare di me, della Vida che conosco e quella che mi è ancora troppo lontana (e alla quale mi sono sicuramente avvicinata grazie al film). Ho imparato ad ascoltarmi, ad accettare molto di me che non volevo vedere, a considerarmi in modo diverso, a notare qualità che non pensavo di avere. E poi, iniziate le riprese, ogni momento è stato così intenso che la sera, conclusa la giornata di lavoro, avevo la pancia che mi faceva male dalle troppe emozioni raccolte. Stralci di giornate lavorative, dense e folte, piene. Da esserne affaticati. Per scrivere del film sono dovuta tornare qui, nel paese dove ho girato la maggior parte delle mie scene, questo paese che ci ha accolto e che ora è tornato ad essere di nuovo silenzioso. Solo l'erba piegata e qualche mozzicone di sigaretta sono segni del nostro passaggio qui. E il verso delle api e dei bombi è tornato ad essere frastuono.
Intervista a Studio Fludd
di Elena Guglielmotti
Studio Fludd é un collettivo di creativi con base a Venezia. Hanno iniziato il percorso come gruppo nel 2008 e da allora si stanno facendo conoscere sempre di più non solo a livello nazionale ma anche all’estero. Si caratterizzano per l’approccio multidisciplinare, che li ha portati ad occuparsi finora di diversi tipi di progetti, dagli allestimenti artistici alla comunicazione visiva, passando per il product design e l’editoria autoprodotta. Dopo aver partecipato al workshop Gelatology (gelatology.tumblr.com), da loro tenuto a Venezia, ho deciso di intervistarli, decisa a volerne sapere di più sul loro percorso e sul loro approccio creativo. Studio Fludd attualmente sono Matteo Baratto, Caterina Gabelli, Sara Maragotto e Valeria Sanguin. Nell’ intervista si alternano le voci di Sara, Caterina e Matteo.
Vi conoscete dal liceo; quando avete deciso che avreste lavorato assieme? E’ stata una decisione graduale o improvvisa? Sara: Ci conosciamo tutti dal liceo artistico di Padova, a parte Caterina che ha fatto il classico. Io e lei ci siamo invece incontrate in accademia. Caterina: Per quanto riguarda invece la collaborazione tra Sara e Matteo si trovavano bene a lavorare assieme alle superiori. Matteo e Valeria invece hanno fatto entrambi la facoltà IUAV, mentre io e Sara ci siamo conosciute in Accademia al quarto anno. Io ero sempre stata dell’idea di collaborare con qualcuno, ma in accademia ciò risulta più difficile poiché ti abituano ad avere un metodo di lavoro molto personale, incentrato sul tuo mondo e poco incline al lavoro collettivo. Ci siamo trovate all’ inizio a un corso di grafica editoriale, dove per la prima volta ci è stato chiesto un lavoro collettivo, con altre ragazze… Sara: …non era un lavoro collettivo in realtà, ma una delle cose più collettive che abbiamo fatto… Caterina: …era un libro collettivo, ognuno doveva occuparsi della progettazione di una pagina. Da lì sono poi nate piccole collaborazioni assieme, magari progetti d’esame. Quindi Sara mi ha presentato i suoi altri due amici (Valentina e Matteo) e assieme abbiamo iniziato a fare il mercatino di Sarmede… Sara: …quello è stato il pretesto. Andavamo sempre al mercatino di Sarmede, era una delle poche cose che conoscevamo del genere. Mi sono detta quindi :” beh, perchè non proviamo anche noi”. Era il 2008. Il mercatino lì si tiene due volte all’anno e se da un lato è una cosa molto paesana, dall’altro vengono esposti oggetti molto diversi tra loro. Da quest occasione, molto gradualmente, e da un esigenza di complementarietà è nata la nostra collaborazione, pur essendo noi persone molto diverse e con diverse formazioni. C’è da dire che io avevo maturato la convizione che mettere assieme cose molto diverse fosse positivo dai tempi del liceo.
Come conciliate il fatto di avere metodi molto diversi? Vi succede di litigare? Sara: Ovviamente, avendo metodi diversi, ci sono degli attriti, però c’è sempre la consapevolezza che quello che dà l’altro arricchisce anche il tuo lavoro. Caterina: Inoltre un conto è il metodo un conto è il gusto, si può può avere metodi differenti ma un gusto simile per le cose e il gusto negli anni è stato educato reciprocamente. Guardando immagini e mostre, piuttostoché mercatini di antiquariato assieme e ragionando sulle cose che vedevamo ci siamo creati un gusto comune. Sara: Il decidere di collaborare è avvenuto in maniera molto spontanea, anche se poi comunque ognuno mantiene le sue preferenze personali. Non siamo simili in tutto per tutto. In ogni caso è sempre un po’ difficile ricostruire queste cose perché succedono senza tanti ragionamenti. Sicuramente una cosa che ci siamo trovati a condividere è stata la visione collettiva. Per esempio, alcuni nostri compagni dell’accademia sono più incentrati in un tipo di ricerca strettamente personale e adottano una visione molto concentrata e specialistica. Noi invece abbiamo una visione molto più orizzontale. Facciamo le collane però anche editoria autoprodotta e anche comunicazione, inoltre progetti sia personali sia su committenza. Caterina: Inoltre ognuno mantiene il suo approccio, molto personale all’ interno del gruppo. Quello mio e di Sara, avendo frequentato l’Accademia, dove lo studio era poco strutturato, è fatto di tempi dilatati, la qual cosa ci ha permesso di approfondire molto i progetti che andavamo a fare, facendo ricerche di immagini. Invece formazioni come lo IUAV non ti permettono dei tempi così lunghi per l’approfondimento dei progetti. Matteo: Allo IUAV le scadenze sono molto più serrate. A volte sono fissate di settimana in settimana… Sara: Ragionando sui nostri background tra il modello formativo Iuav iper-strutturato e lo studio molto poco strutturato all’Accademia ne vorremmo adottare uno intermedio. Cerchiamo un modo di procedere che abbia uno schema ma che allo stesso tempo ci permetta di divagare, spesso infatti il modo di svilupparsi dei nostri temi non è strutturato.
Intrecciare disegni e libri
Camminavo verso il luogo della mostra e pensavo che oggi chiunque faccia arte e abbia un sito che raccoglie i suoi lavori può dire di avere sempre in corso una mostra personale. In fondo i siti che raccolgono le immagini delle opere dʼarte sono anche un poʼ questo: da un lato un continuo mostrarsi fuori, dallʼaltro una costante relazione con se stessi e la propria arte. Camminavo verso la mostra ed era proprio la mostra in sè a sembrarmi la cosa più interessante: il fatto che due persone abbiano voluto sviluppare un progetto di mostra, che non voleva essere solo una raccolta di lavori di uno e dellʼaltro, ma un tentativo di intessere relazioni. Dalla costante relazione con se stessi (tipica dei siti o dei blog) alla relazione con lʼaltro. Ed è questo altro ad essere la parte più interessante e affascinante della mostra di cui qui scriverò.
La mostra di cui parlo è 2 con tatto che si sviluppa parallelamente in tre librerie di Udine (Libreria Martincigh, CLUF, Libreria La Pecora Nera). I due artisti sono Gianluca Ascione e Mavi DʼAndrea. (La mostra è visibile fino al 15 aprile). Lʼaltro tanto importante in questa esposizione di lavori è il Libro.
Tante volte ci siamo soffermate a parlare del valore del libro come oggetto, ci siamo interrogate sugli ebook e dopo queste riflessioni abbiamo amato ancor di più i libri per la loro presenza, per il loro volume, il peso, la carta, lʼodore, la qualità della stampa. E in questo nostro percorso verso la conoscenza dellʼoggetto libro ci è stata di grande aiuto la Libreria Martincigh, che ci ha portate a riscoprire alcune sottili bellezze che i libri possono avere. Proprio la Libreria Martincigh - con Cristina alla sua guida - è stata la curatrice della mostra. E i libri ne sono stati la fonte ispiratrice.
Mavi e Gianluca disegnano. Molte volte abbiamo visto i loro lavori sulle pagine della Piperita e sul nostro blog e sento di poter dire di aver assistito a buona parte del loro percorso e della loro crescita come illustratori ed è anche per questo che mi riesce difficile parlare dei loro lavori. Parlerei dellʼaffetto che ho per loro, degli abbracci di Mavi quando è felice e della sua estrema sensibilità, degli occhi pieni di entusiasmo di Gian e dei silenzi più introversi e naturalmente nei loro lavori rivedo anche tutto questo. Mavi è unʼattenta osservatrice di sè ed è sincera con se stessa: forse le riesce più difficile essere sincera con il mondo, trovare un suo spazio, ma essere una grande indagatrice di sè la porta a conoscersi molto bene. E nei suoi disegni è visibile tutta questa grande vibrante sincerità. Le sue emozioni si prolungano attraverso il braccio ed il pennello sulla carta. E ne escono disegni densi di significati, potenti nei loro tratti delicati. Le illustrazioni di Gian invece sono molto più estroverse: contengono certo parti dellʼintimità di Gian ma spesso parlano di altro, sono visioni di mondi, trasposizioni di storie, anzi non storie ma fermi immagine di storie.

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
Free to watch • No registration required • HD streaming
Cinema non necessario
Ho pensato di fare un piccolo resoconto dei film visti ultimamente. Tutti potrebbero essere definiti leggeri: sono quei film da vedere se ceni nel tuo appartamento da sola, o con tua sorella dopo il pranzo durante una giornata piovosa, o anche da vedere con i morosi. Film che forse dimenticherai, ma che hanno reso la serata piacevole, film che per la loro fantastica ironia ti rimarranno in mente e ti faranno ridere, film di cui ricorderai le scene. Eccoli:
Ginger e Rosa, di Sally Potter
Ci sono alcuni film che ti rimarranno per sempre impressi per la maestria nellʼuso del colore. Probabilmente a lungo andare ne ricorderai solo la fotografia, la storia passerà forse in secondo piano, o forse sarà anche quel particolare uso dei colori e delle tonalità a esaltare ancora di più il racconto. Uno di questi è ad esempio La Cinese di Godard in cui la scelta dei tre colori primari e delle tonalità neutre chiare è ciò che con più entusiasmo ricordi del film. Ginger e Rosa è un film dai colori dellʼautunno, ma un autunno inglese, senza sole e con il mare freddo: la pella di Ginger è bianca, i suoi capelli sono rossi, tuttʼintorno è blu scurissimo, verdone, bordeaux. E anche la storia assume tinte cupe, si parla di amori difficili visti dagli occhi di una ragazzina: tutto ciò accade in un periodo di grande tensione, con la Russia pronta ad attaccare gli Stati Uniti, e la bomba atomica appena scoppiata. Un film forte.
trailer
Giovane e Bella, di Francois Ozon
Eʼ una storia che per me resta ancora molto controversa, non riesco nemmeno a trovare le giuste parole per raccontarla. Probabilmente non la capisco a fondo, non riesco a coglierla del tutto. Ciò che però resta impresso di questo film è sicuramente la bellezza di Marine Vatch e un senso di ingenua semplicità che è presente durante tutta la storia. La storia è toccante e ti lascia piena di interrogativi.
trailer
Paulette, di Jérôme Enrico
Un film che cito di continuo. Un film per cui rido camminando in città. Rimarrà nella mia mente ancora a lungo, tanto che guardo la mia nonna e la vedo con occhi diversi. E chissà se è un bene! Il trailer dice tutto. La storia è estremamente divertente, di unʼironia pesante e sottile insieme (come solo i francesi sanno fare), la trama non è scontata, il finale bello, e concludi la visione del film con una grandissima allegria. Contagioso!
trailer
Qualcosa è nellʼaria, di Olivier Assayas
Altro film francese che racconta (ancora) gli anni Settanta e la storia di adolescenti che si trovano immersi in questo tumulto politico e culturale. La cosa positiva di questo film è che da subito mi è sembrato onesto nel raccontare le vicende, le vite dei ragazzi: poche idealizzazioni e nostalgie (a parte qualche festa hippie di troppo), una fotografia abbastanza vera di quel periodo mi sembra. Piacevole ma non speciale (per dire, Paulette sì che è un film speciale!)
trailer
Filter za spomin | Filtro per la memoria
per il testo in italiano andare in fondo
“ Kozolec je simbol slovenske kulture, del slovenske identitete. Pri nas v Italiji, na meji s Slovenijo, v Benečiji, kozolci postajajo zapuščeni. Pokrivajo jih drevesa, nihče jih ne vzdržuje, počasi postajajo del gozda in se oddaljujejo od spomina. Samo pozimi, ko drevesa zgubijo listje in postane gozd prozoren, lahko, ko hodiš po cesti, med vejami opaziš zapuščen kozolec. Ko sem razmišljala o filtru, se je pred mano prikazal kozolec s svojimi vodoravnimi lesenimi palicami, med katere je bila nekoč položena slama, ki je ustvarjala filter za svetlobo, za pogled. Hotela sem uporabiti te vodoravne elemente in vzpostaviti povezavo med krajino in notranjosti kozolca. Z barvnimi nitmi sem želela oblikovati močan element (filter), ki bi bil opazen že s ceste. To torej ne bi bil samo filter za svetlobo in pogled, temveč tudi filter za spomin. Niti sem ovila okrog vodoravnih palic in tako ustvarila objemajoč preplet: nisem popolnoma zapolnila praznine med dvema palicama, temveč sem ustvarila ritem med zaprtim in odprtim “oknom”. Včasih vibrirana, včasih močna, svetloba se je pripeljala iz sivega neba, med vejami dreves, ki pokrivajo fasado, do notranjosti kozolca.” Ta tekst je spremljal serijo fotografij kozolca, ki sem jih oddala kot vajo pri predmetu Material in Oblika na moj fakultetii. Morali smo oblikovati filter, oziroma prehod za ljudi, svetlobo, toploto ali pogled: bili smo svobodni pri izbiri materiala, lokacije, ideje. Vaja se mogoče zdi enostavna ampak izkazalo se je, da je zame močnega pomena in tudi zato jo delim z vami v tem kotičku. Bil je mrzel februarski dan in šla sem peš do kozolca, ki ga imamo med Lesami in Dolenjimi Brdi: začela sem z delom. Počasi sem ovijala razne niti in medtem opazovala arhitekturo v kateri sem stala - kako so bile postavljene palice, kje je bila poškodovana streha, koliko so bili še močni kamniti stebri. S tem nežnim delom sem se približala kozolcu, ga morda bolje opazila in predvsem razumela, koliko je “filter za spomin” prav zdaj pomemben. Mogoče je nekoč knjiga Kozolec (Renzo Rucli) hotela predstaviti prav filter spomina, mogoče bi jo morali danes spet vzeti v roke in jo še enkrat prebrati. Morda pa tudi samo to ni dovolj. Moramo spet vzeti v roke naše kozolce, boriti se, da bodo ostali naši in ne od gozda.
“Il kozolec è uno dei simboli della cultura slovena, è parte dell’identità slovena. Da noi, in Italia, sul confine con la Slovenia, in Benečija, i kozolci sono per la maggiorparte abbandonati. Ricoperti di foglie, nessuno se ne cura, diventano piano parte del bosco e si allontanano dai ricordi. Solo d’inverno, quando gli alberi perdono le foglie e il bosco diventa trasparente, puoi, mentre cammini per la strada, intravedere fra i rami spogli un kozolec abbandonato. Quando ho dovuto pensare ad un filtro, mi si è presentata davanti l’immagine di un kozolec e dei suoi legni orizzontali, fra i quali un tempo era appoggiato ad essiccare il fieno, che filtrava la luce e lasciava intravedre il paesaggio. Ho voluto utilizzare questi elementi orizzontali e paralleli per creare una relazione ed un collegamento fra il paesaggio circostante e lo spazio aperto ma interno del kozolec. Ho intessuto fili colorati per creare un elemento (filtro) che fosse visibile dalla strada, che cogliesse l’attenzione. Il filtro che ho costruito non è solo un filtro per la luce e per la vista, ma più ambiziosamente vorrebbe essere anche un filtro della memoria. Ho avvolto i fili attorno ai bastoni orizzontali per creare così un intreccio che avvolge il legno: non ho completamente chiusto le aperture fra i bastoni, ma mi sembrava più interessante creare un ritmo fra “finestre” chiuse e aperte. A volte vibrante, a volte forte e tagliente, la luce dal cielo grigio o azzurro passa attraverso i rami che coprono il kozolec e attraverso il filtro di fili all’interno del kozolec.” Questo testo accompagnava una serie di fotografie del kozolec stesso che ho consegnato come compito per la materia del primo anno Materiale e Forma, all’interno della facoltà di architettura. Dovevamo creare un filtro, un elemento posto a livello di una apertura (finestra o porta) che permettesse il passaggio della luce/degli uomoni/del calore/del paesaggio da un esterno ad un interno: eravamo totalmente liberi sulla scelta del materiale, del luogo e dell’idea di filtro che avevamo. Il compito forse può sembrare semplice ma in fondo per me si è dimostrato di grande importanza; oltre il solo compito da svolgere ho trovato in questo lavoro un forte significato ed è per questo che lo condivido qua. Era un giorno freddo di febbraio e sono andata a piedi fino al kozolec, che abbiamo dietro casa, fra Liessa e Brida e ho iniziato il lavoro. Intessevo lentamente i fili dai diversi colori e nel frattempo osservavo l’architettura nella quale mi trovavo - com’erano posizionati i bastoni orizzontali, dove il tetto era ormai ceduto, quanto erano ancora solidi i pilastri in pietra. Con questo lavoro delicato mi sono avvicinata al kozolec, l’ho forse osservato meglio, con maggiore attenzione e specialmente ho compreso quando un “filtro della memoria” fosse importante. Forse una volta il libro sui kozolci di Renzo Rucli aveva voluto rappresentare proprio un filtro della memoria, forse dovremmo oggi di nuovo prenderlo in mano e rileggerlo. Ma forse anche questo oggi non è abbastanza. Dobbiamo riprenderci in mano i nostri kozolci, batterci affinchè rimangano nostri, e non solo parte del bosco.
l’articolo è stato pubblicato su Novi Matajur
Vida