Mi risulta difficile fare un riassunto delle giornate in compagnia di mia nonna. Probabilmente perché mi risulta difficile anche solo comprenderlo. Potrei parlare della complessità di combattere qualcosa che non si vede, qualcosa che forse nemmeno gli specialisti sanno davvero come affrontare, ma mi sembrerebbe soltanto banale retorica. La verità era semplice, io non la capivo, le informazioni che trovavo mi sembravano tutte contraddittorie, rendendo le mie ricerche, di fatto, inutili. Finivo sempre per sentirmi come se avessi solo fatto passi indietro.
Posso ammettere con una punta di vergogna che mi arresi quasi subito. Mia madre aveva imparato ad essere paziente e comprensiva e mio fratello, per ovvi motivi, non aveva alcuna difficoltà a gestire quella situazione. Mio nonno la trattava con tutto l’affetto che mai aveva dimostrato sino a quel momento. Io ero l’unica incapace. Mi limitavo a starle accanto, darle corda quando faceva discorsi sconnessi e rispondere allo stesso modo ad una domanda che mi poneva anche tre volte nel giro di un’ora. Che non fossi brava a prendermi cura delle persone non era certo un mistero, mia madre —che aveva implorato il mio aiuto con tanta disperazione— si rese presto conto che persino mio nipote preadolescente era stato in grado di fare di meglio, ma non era ancora stata pronta ad ammettere l’errore.
Per ironia della sorte, riuscì ad ammetterlo soltanto il giorno in cui io non avevo colpe.
Da un po’ vivevo sola nella mia casa d’infanzia. Le mie giornate consistevano nello svegliarmi, prendere il laptop, infilarmi in auto e raggiungere casa dei miei nonni, dove mia madre era andata a stare da quando il medico aveva comunicato il breve periodo che sarebbe ancora rimasto a mia nonna da vivere. Quel giorno mi svegliai con un jingle inusuale, per il sonno ebbi qualche difficoltà a capire non si trattasse della sveglia ma della suoneria del mio telefono —era forse un decennio che impostavo il telefono in silenzioso, l’avevo disattivato per le emergenze in quei giorni e mi resi conto, qualche ora dopo, una volta realmente sveglia, che non avevo nemmeno idea di quale fosse stata la mia suoneria sino a quel momento.
Quando risposi sentii dall’altro lato della cornetta la voce di mia madre, presa dal panico perché, a quanto pareva, mia nonna non si trovava. In una delle mie non-più-così-sterili ricerche, avevo letto che questo tipo di dinamiche si verificava spesso con i malati di Alzheimer, ma non ricordavo cosa si potesse fare. Per una denuncia di scomparsa alla polizia era forse troppo presto e mentre provavo a far mente locale, mamma continuò ad gridare frasi che nemmeno riuscii a comprendere, sino a quando non decise di buttar giù dopo avermi urlato che era stato un errore farmi venire lì e che loro sarebbero andati a cercarla.
Forse dieci minuti, forse un’ora, non sono in grado di quantificare correttamente il tempo che passai seduta sul mio vecchio letto a riflettere su come pensavano di poter perlustrare Roma in due persone. Non feci nemmeno caso alle parole di mia madre, le imputai al panico, al nervosismo, d’altronde, ero abituata a sfoghi ben peggiori di quello. Con un salto ben poco atletico raggiunsi il pavimento e mi vestii alla svelta per poter contribuire a quella ricerca, non troppo convinta che in tre avremmo fatto la differenza.
Restai sorpresa dalla mia inaspettata lucidità. Invece di girare a casaccio come i miei due compagni di sventura, decisi di creare mentalmente un itinerario con dei luoghi che per mia nonna potevano avere un significato. Certo, con la confusione che aveva in testa, probabilmente anche con l’intento di raggiungere uno di questi, era finita per perdersi. Posso ammetterlo, la fortuna giocò un gran ruolo in quell’occasione poiché la ritrovai facilmente al quarto punto della mia lista: il forno in cui portava me e Cesare quando eravamo piccoli.
Il locale era piccolo, un corridoio con un bancone che prendeva quasi tutto un lato e alla fine, trasversalmente, un piccolo banchetto su cui vi era apposto il registratore di cassa. Lei era seduta su uno sgabello proprio vicino alla cassa, intenta a chiacchierare con quella che in seguito avrei scoperto essere la figlia del gestore. Quest’ultimo ammise di conoscerla, di sapere della sua malattia ma, forse anche lui un po’ mosso dal panico, non avendo modo di contattare né mio nonno, né mia madre, aveva deciso di tenersela in negozio fino a quando qualcuno non sarebbe arrivato. Mi sembrò un piano stupido quasi quanto quello di cercarla per Roma senza un vero piano.
Chiamai mamma per dirle che l’avevo trovata e la stavo riportando a casa. La chiamata si concluse immediatamente e al mio rientro seguirono le urla ed i rimproveri che erano cominciati con la prima chiamata, come se la colpa di quella fuga fosse mia. Mi presi la sua rabbia restando in silenzio, seduta in cucina con le mani strette fra le cosce e non replicai mai. Come in un brutto revival della mia vita con lei, si concluse esattamente come tutte le altre volte che lei mi urlava contro, ovvero con le sue lacrime. Questa volta, tuttavia, non riuscii a consolarla e mi limitai a restare in silenzio, a fissare la finestra. In un altro momento, probabilmente, sarei scoppiata a ridere ed avrei fatto una battuta su come quella pareva una scena di quei film intellettualoidi in cui i personaggi non sembravano mai persone vere ma dei particolari oggetti di scena. Due donne sedute alle due estremità del tavolo di una cucina degli anni ‘70, rivolte in direzioni opposte, una che piangeva disperata e l’altra immobile ed inespressiva come una statua venuta male. Uno spettacolo pietoso che mio nonno non sembrava aver particolarmente gradito. Entrò in cucina a braccetto con mia nonna e rimproverò aspramente mia madre, che finì per piangere con singhiozzi ancora più forti e si rifugiò in bagno, adesso probabilmente era lei nel revival della sua adolescenza.
«Credo sia solo stanca, perdonala.»
Avrei voluto rispondere a mio nonno dicendogli che probabilmente era stanca da tutta la vita, ma mi morsi la lingua e mi limitai ad annuire. Mi sembrò ironico anche che parlare di stanchezza era proprio lui, che sembrava essere invecchiato di dieci anni negli ultimi dieci mesi. Con una flemma quasi ipnotizzante iniziò a metter sul fuoco una pentola con l’acqua, facendomi realizzare solo in quel momento quanto tempo fosse già trascorso durante quella giornata. Mia nonna orbitò attorno a suo marito per qualche minuto come un generale dell'esercito per poi venire a sedersi accanto a me e sospirare.
«Questi ragazzi d’oggi! La vogliono avere vinta su tutte. Le ho detto che non può uscire con quel soggetto, ma lei proprio non vuole starmi a sentire!»
Scosse la testa ed io annuii. Non provai neanche a cercare di comprendere cosa stesse accadendo nella sua mente e collocare il discorso in un periodo ben preciso. Forse pensava fossi una sua amica od un’estranea, di sicuro vedeva mia madre come una figlia ben più giovane rispetto a quello ch'era adesso.
«Ha conosciuto questo ragazzo, ma a me proprio non me piace, Marì. Sai quelle cose che senti proprio a pelle? Poi lei dice che vuole andà a Torino co’ lui. No, no, brutto te dico. Senti e te che dici? Come sta tu fijo?»
«Bene, bene. Sai com’è, prima la scuola, poi il lavoro.»
«Eh, ‘o so bene!»
Mi chiesi se quello non fosse un ennesimo delirio o solo il suo reale pensiero su colui che poi sarebbe diventato mio padre.













