Il Corano è un libro inimitabile, lo dicono i musulmani.
Eppure niente lo rende migliore di altre opere importanti, come ad esempio le poesie di Omero, che contengono mirabili nozioni di medicina che giunsero a Galeno il quale le raccolse e vi imbastì un’opera dal titolo Il libro di Galeno sulla medicina di Omero.
L’unico modo in cui il Corano si antepone veramente alle opere ad esso contemporanee, è per la composizione in versi NON quantitativi. Nessuno infatti ha mai composto qualcosa in versi così disordinato e incoerente. Ciò è evidente dalle numerose espressioni che, secondo la CONVENIENZA delle rime, sono scomposte in maniera del tutto arbitraria.
Come Tūr Sīnā’: una volta dice Tūr Sīna’ e un’altra Tūr Sīnīn. Il primo caso si trova in Corano 23:20, il secondo in 95:2. In entrambi si intende il monte Sinai.
Oppure dice “Ilyās fu uno degli Inviati” e altrove dice “piace su Il Yāsīn”. Corano 37:123 e 130, entrambi i casi relativi alla figura di Elia.
Allo stesso modo si comporta con Mosè e Arionne, per lo più nell’ordine dei nomi. Antepone Mūsā e Hārūn, ma QUANDO HA BISOGNO di una rima che termini in “ā”, cita prima Hārūn e poi Mūsā. Si veda Corano 20:70.
Su questo ci sarebbe ancora molto da aggiungere.