Karen, abbandonate le gelide notti in cui ghiacciano anche le acque dell’Øresund, ha preso la via dell’Africa accompagnandosi ad un marito che non ha mai amato e cui non riserva che pochissime parole. È una donna speciale, Karen. Attrice e spettatrice di vicende straordinarie perché straordinario è il suo modo di interagire con l’intricato incedere del tempo. È dotata del talento raro di ascoltare senza pregiudizi l’eco che gli eventi producono nel suo Io e del coraggio necessario a reagirvi così come si deve. La semplice visione di una piccola gazzella legata per le zampe e tenuta a testa in giù da pochi bambini ai margini di una strada le rimbomba in petto quando è già passata l’ora della cena e la spinge a mandare i suoi kikuju fuori nella notte per salvarla. È da questa piccola attenzione che nasce la storia di Lulu e della sua campanella. È da piccole attenzioni come questa che nascono molte delle sue vicende. Ammantate di un dolce velo di poesia, fioriscono e crescono nel suo animo vibrante fino a diventare ricordi degni di essere condivisi.
L’Africa, nella stessa misura, le ha dato e tolto molto. Non le è però mancata la pazienza necessaria a far sì che l’intera partita del dare e dell’avere potesse chiudersi senza che da una parte o dall’altra della colonna infame rimanessero resti da cui fuggire o da vendicare. Le è però rimasto impresso indosso il marchio generoso della nostalgia, una nostalgia per i tempi in cui era stata serpente di bronzo e per i giorni che l’avevano vista assaporare fino in fondo il dolce e l’amaro. Lo si percepisce nelle sue parole, sempre un poco malinconiche, scritte per tenere insieme un mondo che continuamente cambiava sfuggendole dalle mani. Scrivendo sembra cerchi di fermare sulla carta quei momenti che tutte le ore di luce e tutte quelle di buio, insieme, non erano in grado di contenere. Scrivendo pare voglia conservare per sé stessa ciò che ha imparato ad essere nel periodo alla fattoria. Scrivendo cerca riparo e consolazione nel potere della parola scritta di testimoniare in terra la storia personale di ciascun individuo, di provare in maniera tangibile la sua esistenza in vita. Ho saputo diventare tuo amico, baronessa von Blixen. Avrei voluto essere tuo amante, Karen. Mi hai sottratto ai vincoli imposti dallo spazio e dal tempo per portarmi a vedere il tuo piccolo mondo e non mi hai chiesto mai nulla in cambio. Riposa bene davanti ai tuoi mari, le colline di N’Gong saranno sempre lì con te. Riposa in pace e sappi che un giorno ti verrò a trovare. Porterò con me dei bei bicchieri e potremo finalmente brindare insieme.
Un assaggio.
Lulu era il vanto della casa, anche quando si comportava come una vera civetta, senza un briciolo di pudore; ma noi non bastavamo a renderla felice. Spesso se ne andava di casa per ore, o addirittura per un intero pomeriggio. A volte, quando le entrava dentro lo spirito maligno, e la sua scontentezza raggiungeva il culmine, per placare il suo cuore, improvvisava sul prato davanti a casa una danza guerresca tutta zig-zag, una danza che pareva una breve invocazione a Satana. “Oh, Lulu”, pensavo. “Lo so che sei meravigliosamente forte, e che puoi fare balzi più grandi di te. Adesso ce l’hai con noi, vorresti che fossimo tutti morti, e lo saremmo, se tu volessi fare lo sforzo di ammazzarci. Ma il guaio non è, come credi tu, che noi ti abbiamo messo ostacoli troppo alti perché tu li possa saltare – come sarebbe possibile, con una saltatrice come te? – il guaio è, piuttosto, che non te ne abbiamo messi affatto. Tutta questa energia l’hai dentro di te, Lulu, come hai dentro di te gli ostacoli. Il fatto è che non è ancora arrivato davvero il momento.
Il libro.
Ha dormito con me per diverse notti, quelle in cui più mi è mancato il calore di un altro corpo steso al mio fianco. Ha finito per prendere l’odore del mio letto e la forma di un vecchio mazzo di carte da gioco. “In copertina: un’immagine del film diretto da Sydney Pollack, con Meryl Streep, Robert Redford e Klaus Maria Brandauer. Un film Universal. Distribuzione UIP.” recita la didascalia appena sopra il prezzo sul retro del libro. Non ho mai visto il film e non credo vorrò mai vederlo. Non ho nessuna voglia di vedere un’attrice qualsiasi rubare i suoi ricordi né di pensare a lei costretta a mostrarsi ad un pubblico tanto vasto, privata anche del diritto di nascondersi o mentire. A pagina 199 ci sono due cicogne stilizzate, una scomposta in più parti (due zampe, il tronco, la testa con il lungo becco), l’altra intera. Entrambe tagliano di netto singole righe tranciando parole che tentano di comporsi in un pensiero compiuto. Bande oblique verdi coronano la cima della copertina e, ruotando, avvolgono l’intero libro. Sembrano il retaggio lontano della grande foresta fattasi ad un tratto astratta e moderna. Pare quasi sia stata chiamata a far da tetto alla piccola Karen e al nome del suo libro, La mia Africa.
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Ratzko e Ivan non si conoscevano ancora quando, per caso, si incontrarono all’inizio di una di quelle sere senza fine dell’estate di Belgrado.
Il Danubio brillava nei mille ciringuiti che spuntavano sulle sue rive non appena le giornate cominciavano ad allungarsi. Ogni cosa era colma di un sentimento nuovo, un languore, un’ineffabile dolcezza che tutto spiega e tutto giustifica. Le ragazze erano belle e camminavano ondeggiando, seguendo il ritmo del sevdah. La rakia scorreva senza soluzione di continuità. Alle sedici e trentotto minuti, il treno Sofia – Belgrado, con fenomenale puntualità, aveva scaricato sulla piattaforma numero otto i suoi stupefatti passeggeri. Ilia Ilicic non aveva sentito il bisogno di arrabbiarsi con Aglaja per la camicia mal stirata che gli era stata portata quel mattino.
Tutto sembrava sovvertire il principio fondamentale secondo cui i Balcani sono terra di passioni violente e battaglie senza quartiere. Le piogge erano lontane. Le bombe, i soldati e i genocidi parevano seppelliti insieme ai morti che avevano saputo causare. Un vento che sapeva di mediterraneo e imperi dimenticati accarezzava la scena. Il grande fiume scorreva da ovest verso est così come aveva già fatto tante volte prima di allora. Solo, si cantava l’amore di un ragazzo bosniaco per la bella serba della capitale. Solo, si sentiva la storia delle tre cotogne di Istanbul.
Aveva fatto molto caldo e, nonostante lo scorrere delle ore, l’afa non accennava a diminuire. Ivan, quella sera, non sarebbe voluto uscire di casa ma l’umidità e un senso di responsabilità tutto giovanile lo avevano indotto a cambiar abito e idea.
Ratzko arrivò al Danubio leggero e pieno di buoni propositi. La sua giornata era cominciata lentamente, facendo l’amore con Katarina. Si erano salutati intorno alle tre del pomeriggio, dopo un caffè alla turca bevuto da ?, il più antico ristorante della città.
Ivan e Ratzko si erano già incrociati diverse volte sul terreno neutrale delle aule della loro università. Entrambi studiavano alla facoltà di lingue e letteratura russa. Non si erano mai rivolti la parola ma il senso di fratellanza che si respirava quella sera li portò, quando si trovarono fianco a fianco nella folla che attendava di essere servita dal barista, a parlarsi. Dapprima si trattò solo di un fugace scambio di battute. Poi, quando si ritrovarono in fila per una nuova dose di rakia, iniziarono a parlare fitto fitto.
Subito, scoprirono di avere molto in comune. Parlavano la stessa lingua, anche se con un accento diverso. Avevano due braccia, due gambe, i capelli d’un nero corvino e due occhi azzurri grandi, ansiosi e voraci. Avevano anche in comune una passione grande. Non si trattava di Katarina ma di Dostoevskij. Solo, il luogo di nascita li separava: uno era serbo, l’altro era nato a Sarajevo.
Parlarono e bevvero a lungo, come fratelli. Brindarono più volte gridando forte il nome dei loro paesi. Brindarono ancora, gridando il nome delle loro donne. Poi, dopo aver toccato Delitto e Castigo, I fratelli Karamazov e le Memorie del Sottosuolo, iniziarono a parlare dell’Idiota.
Entrambi l’avevano serbato, per opposte ragioni, come ultimo argomento di conversazione. Ratzko amava l’Idiota come sé stesso. Ne amava ogni parola e ogni immagine. L’aveva letto più e più volte assaporando, ogni volta come se fosse la prima, l’ineluttabilità degli eventi che vi erano narrati. In quei personaggi, Ratzko sentiva echeggiare sé stesso e l’umanità tutta che, incauta, ha la sconsiderata abitudine di correre veloce verso il baratro.
Ivan sorrise beffardo. Non poteva e non riusciva a condividere l’opinione di Ratzko. Non poté quindi fare a meno di dirgli che quegli stessi personaggi non erano che il risultato di un maldestro tentativo di emulare gli eroi delle epopee Tolstojane.
Si sentì un tuono in lontananza, stomaco gorgogliante della divinità che attende di riscuotere il suo tributo di sangue e devastazione. Ratzko, offeso dalle parole di scherno di Ivan, lo colpì ad una tempia con il bicchiere che aveva in mano. Dominato dall’ubriachezza e dallo sgomento, afferrò una sedia e continuò a colpire Ivan finché questi non fu in fin di vita.
“Che nessuno tocchi l’Idiota!” urlò quando vide Ivan steso in terra sanguinante.
“Che nessuno tocchi l’Idiota!” ripeté quando delle mani si levarono per impedirgli di colpire ancora.
MadameBovary. Donna eternamente insoddisfatta, egoista, arrogante. Ad un tempo, suora, amante e inaccessibile gazza ladra. Tremando, si scioglie al richiamo di futuri che brillano nei fumi di visioni procurate dai romanzi d’appendice. Impegnata in una continua battaglia per affermarsi come individuo pur senza avere piena consapevolezza del proprio sé. Mariti e figli piegati al proprio mutevole umore; fattori irrilevanti nel calcolo della propria traiettoria, neppure capaci di indurla a resistere al richiamo del veleno. Prigioniera di un gusto estetico del sentimento che la condanna ad essere serva del bello e schiava della semplicità del signor Bovary. Povera Emma. Nata contadina, educata da signora, vissuta nel tentativo di emanciparsi senza averne le forze. Colomba nelle mani di uomini elevati a religione, reliquia autoeletta perduta nella speranza di essere salvata. Povera signora Bovary. Sinceramente spiace di averla vista condannata dal suo tempo che la voleva moglie e madre e mai donna dotata di proprio intelletto. Essa stessa però mai realmente ha tentato di redimersi, di perdonare sé stessa per quello che il mondo le aveva concesso. Senza badare ai propri limiti, ha tentato di volare tanto in alto quanto la propria educazione sentimentale le suggeriva. Novello Icaro dell’ottocento francese, il sole ha sciolto la cera delle sue ali e lei è precipitata al suolo.
Un assaggio.
Ella si ripeteva “Ho un amante! Ho un amante!”, compiacendosi di questa idea come di una nuova pubertà sopraggiunta in lei. Finalmente avrebbe avuto quella gioia amorosa, quella febbre di felicità di cui aveva disperato. Entrava in qualche cosa di meraviglioso dove tutto sarebbe stato passione, estasi, delirio; si sentiva circondata da un’azzurra immensità, nel suo pensiero scintillavano le vette del sentimento; mentre la vita ordinaria appariva in lontananza, in un’ombrosa brossura, tra gli intervalli di quelle altezze.
Il libro.
La mia copia di Madame Bovary ha la copertina gialla, morbida, liscia e con un buco poco sopra la testa di donna che gli editori hanno deciso di stamparci sopra. È uno dei pochissimi libri di seconda mano che ho comprato fino ad oggi e che ho saputo leggere. Non amo particolarmente leggere libri usati. Si perde un po’ quel gusto di trovarsi in territori inesplorati.
Un brusio si alzò lento nell’antica caffetteria del centro. Per primi, a bisbigliare, furono i camerieri. Da loro, la novità giunse aibaristi che furono svelti a passarla in cucina. Si diffuse rapidamente, fulminando conversazioni serie e leggere, senza fare distinzione alcuna. Già si diceva: “E’ giunto, finalmente! Erano secoli che mancava!” Le facce segnate dei mariti confermarono a mogli e figli la straordinarietà dell’evento.
Poi, si sentì l’urlo: “Venite! Correte! Venite a vedere anche voi!”
Il caffè vibrò e tremò come se fosse dotato di una volontà propria.
“Correte! Presto!” si udì ancora. “L’arcobaleno!”
Fu il disordine.
I bambini si sciolsero dall’abbraccio dei genitori e sciamarono fuori in strada. Questi, timorosi e lieti, si gettarono lentamente all’inseguimento dei propri figli. Nessuno pensò a pagare il conto, nessuno badò alle proprie bevande ancora calde. Un groviglio di bracciali, gonne svolazzanti, cappelli e bastoni si ammassò sulla porta. I camerieri e il resto del personale uscirono dalla porta di servizio.
In strada, per fortuna, c’era spazio per tutti.
Erano cinquecento anni che non si vedeva un arcobaleno nella città di M.. Ora, finalmente, il tempo era arrivato. Chiunque avesse visto quell’arcobaleno sarebbe stato finalmente salvo. Avrebbe dovuto solo avere la pazienza di aspettare qualche giorno. Così era scritto.
Nella cittadina di M., solo una persona non vide quell’arcobaleno. Si trattava di Stephane. Non era stato bene quel mattino e fra le undici e trentasei e le undici e cinquantaquattro era rimasto chiuso nel bagno riservato ai signori del caffè Pierot nel centro della città di M.. Prima di quei diciotto minuti, Stephane avrebbe potuto considerarsi un uomo fortunato. Aveva un buon lavoro, una fidanzata innamorata di lui e presto sarebbero convolati a giuste nozze.
La clientela, rientrando nel caffè, era rossa in viso e parlava animatamente. Ci volle qualche tempo perché si accorgesse di questo uomo tranquillo, timido e leggermente malfermo sulle gambe. La folla ammutolì, Stephane, barcollando, cominciò a dirigersi verso l’uscita. Gli cedettero il passo, scansandosi come se si trattasse di un lebbroso.
Giunto all’esterno, vide il cielo che si stava facendo sereno dopo le piogge del mattino. Null’altro. Era arrivato troppo tardi. “Troppo tardi” si ripeté. Sentì qualcosa incrinarsi nel suo animo. Ora, tutto sarebbe cambiato e lui, l’unico che non aveva visto, era condannato a rimanere solo.
Rimase così a lungo, guardando fisso il cielo che, poco a poco, si era fatto scuro. Stravolto, iniziò a trascinarsi verso casa. I giornali della sera gridavano ad ogni angolo la novità. I negozi d’alimentari erano presi d’assalto da persone desiderose di celebrare grandiosamente l’evento tanto atteso. Gridolini di giubilo si sollevavano in ogni dove.
Arrivato a casa, Stephane trovò un biglietto e un telegramma ad attenderlo. Sua madre e la sua fidanzata esprimevano con parole fredde e affettate il proprio cordoglio e gli dicevano addio. “Loro sono salve, io no.” si disse sottovoce.
Ben presto vennero distribuiti i lasciapassare e la città si svuotò. Solo Stephane rimase.
I primi giorni li passò, come inebetito, seduto ai tavolini all’aperto del caffè Pierot, a guardare il cielo. Aveva perso l’Arcobaleno ma, certamente, poteva venirne un altro. Non era scritto da nessuna parte che si dovesse aspettare altri cinquecento anni.
Passò un anno di attesa ma nulla di nuovo accadde.
Iniziò a studiare le scienze: fisica e meteorologia. Si disse che se la natura non intendeva salvarlo avrebbe fatto tutto da solo. Avrebbe costruito il suo arcobaleno personale. Quest’impresa lo occupò per sette anni. Ad ogni fallimento seguiva un periodo cupo di depressione. Però, ad ogni temporale, Stephane si rianimava e riprendeva vigore.
Allo scadere dei sette anni, nonostante all’epoca di anni ne avesse alle spalle solo trentacinque, aveva già tutti i capelli bianchi.
Naturalmente, pensò più volte al suicidio e tentò di mettere in pratica il suo proposito. Cercò a lungo in città ma non trovò mai né corde né armi né veleni mortali. Certo, avrebbe sempre potuto gettarsi da un palazzo ma l’idea di morire in tutto quel disordine lo atterriva. Così rinunciò a darsi la morte e perse quasi del tutto il senno.
Da quel sonno senza sogni, Stephane si svegliò solo molti anni dopo. Era un pomeriggio di marzo e quel giorno aveva piovuto. Se ne stava seduto davanti al solito caffè, ormai quasi ridotto in macerie. Sedeva lì spesso e, per abitudine, guardava il cielo. Improvvisamente, un velo di lucidità gli cadde sugli occhi e li vide.
Due arcobaleni. Due arcobaleni.
“Due volte salvo, stronzi.”
E sorridendo della sorte che gli era toccata, passò all’altro mondo.
Kars è una città che inizia per K ed è a pochi passi dalla via della seta, quasi sul confine con l’Armenia. È una città abituata ad unire e separare, dal sapore di passato, fuliggine e povertà; è una città sempre, sorprendentemente, capace di procurare negli uomini la tentazione di riaprire ferite quasi chiuse. Kars non è un posto per donne ma, quelle che ci vivono e che sanno trovarci il loro posto, hanno tutte un qualcosa di speciale.
Ka è un poeta, un derviscio solitario consegnato all’occidente e poi improvvisamente restituito alla cittadina di Kars e alla possibilità di essere guarito dall’amore di una donna. Nel personaggio Ka che si reca a Kars sono racchiusi abissi di un’umanità tanto reale da renderla difficile da accettare. Ka è un essere permeabile. Gli eventi lo attraversano scuotendolo nel profondo e costringendolo a manifestare il meglio e il peggio di sé. In lui, trovano spazio la stupita speranza di essere accettato, la solitudine data dalla gelosia, l'allegra semplicità con cui una poesia va accolta e condivisa, la brutalità di un mondo triste e buio e la fatalità degli eventi e degli incontri che accadono come devono accadere nonostante, o talvolta a causa, delle migliori intenzioni di noi uomini.
Anni fa, sono stato a Kars ma era estate e le donne erano ormai già coperte. La Kars che ho in mente adesso è un'altra città, mai banale come la neve che la copre.
Un assaggio.
Non era la felicità quello che cercava, lo sentì molto bene dopo il terzo bicchiere di raki: si poteva dire che preferiva l’infelicità. Ciò che era importante era quell’unione disperata, il desiderio di fondare un nucleo di due persone fuori dal mondo. E sentiva che lo avrebbe potuto costruire facendo l’amore ininterrottamente, per mesi, con Ipek.
Il libro.
È un libro che ho rubato dalla libreria di mio papà ma che poi è rimasto per diversi anni a far compagnia ad altri libri che aspettavano di esser letti o si riposavano dopo aver assolto alla loro funzione. Ha visto diverse case da studenti e assistito a diversi amori ma sempre, nonostante il suo dorso sul violetto con scritte in grassetto bianco, senza riuscire a farsi notare. Non è un bel libro, pesante d’aspetto, non invita alla lettura a meno che non si abbiano buone ragioni per aprirlo. La copertina bianca è decorata da un’immagine incapace di rendere il senso dell’umanità di cui il libro si fa portatore. La carta, è una bella carta, di quelle che si possono sottolineare bene e cui si può fare delle belle orecchie.
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Faticosamente risalgo il fianco della montagna. Il cielo è limpido e il sole brucia alto sulla mia testa e sul mio cammino. La gamba ed il braccio sinistro più scuri della parte destra del mio corpo, sono testimoni del mio pellegrinare da est verso ovest. Un lieve scricchiolio di ghiaia, sale alle mie orecchie riempiendole di una stanca litania.
Non dovrei essere lontano.
L’ultima volta che sono passato di qui era la primavera di un altro anno. Ragnatele, distese morbidamente fra le felci, facevano a pezzi la luce e il vento. Rare capre ciondolavano lungo lo sterrato cibandosi dell’erba nuova che, ai suoi margini, incauta tentava di venire al mondo.
L’ultima ascesa è preceduta da un altipiano, crinale appiattito dagli eventi che lì più che in altri luoghi hanno impresso la loro impronta. Di là si domina la valle, spartiacque dei venti freddi del nord e di quelli caldi del sud, sorgente inconsapevole di un fiume dalle acque chiare e di un altro dalle acque scure che solo a distanza di centinaia di chilometri si riducono ad unità.
Da quell’altipiano piegato un po’ verso destra, si vede per la prima volta il tempio. Il tempio ha quattro lati, uno per versante della vetta da cui sporge, innaturale prolungamento del divino desiderio.
Prima dell’ultima salita, su quel promontorio su cui acque e venti si scontrano e rifluiscono, c’è una fontana, retaggio di un mondo antico di nomadi e pastori. A segnalarmi la sua presenza, l’inerme esplosione di un praticello in fiore costellato di margherite e papaveri rossi.
Uso quanto rimasto nelle borracce per bagnarmi il capo e ripulirmi il viso dalla polvere e dal sudore. L’acqua della fontana è gelida e scorre obliqua sferzata com’è dai mutevoli venti che battono quel luogo.
Con entrambe le borracce piene e rallegrato nello spirito dalla presenza di quell’oasi di benessere, colmo svelto la distanza rimasta fra me e il tempio.
La porta che mi accoglie è la stessa della mia ultima visita: semplice, in legno scuro e con i cardini ormai logori. A suo custode, solo una statua mutilata.
Come fosse un vecchio amico, saluto con un cenno quella figura impolverata e, armato del segreto timore di varcare una soglia sacra, spingo a due mani il portone. Ancora una volta quel cortile, ancora una volta quelle quattro porte. Dall’interno così simili le une alle altre da rendere difficile dire da quale si è entrati.
Il tetto è crollato secoli fa e le sue macerie giacciono in disordine ai piedi di un albero di fico. Alto e frondoso, è cresciuto per gettare ombra lì dove un tempo sedevano pastori che, stanchi di rivolgere le loro preghiere alle montagne, venivano a formulare i loro ringraziamenti in quel luogo.
La calura, sospinta dal vento di scirocco, continua a salire dalla pianura rendendo l’aria pesante da respirare. Trovato riparo fra le radici dell’albero, levo i sandali dai piedi e li lavo dalla polvere che li rendeva neri e sporchi con l’acqua gelida appena raccolta. Dalla mia sacca di pellegrino, una boccetta d’olio di arnica rimedia ai dolori del mio cammino.
Sul pavimento che mi sta intorno, numerosi fichi secchi e ingialliti si offrono a me.
Ne raccolgo alcuni per mangiarli subito, altri ne ripongo nella mia sacca, grato per il sollievo che sapranno procurarmi, altri ancora li adagio sull’altare che, a pochi metri da me, si staglia al di sopra delle macerie.
Incastro il mio bastone in uno degli angoli ancora al sole e vi stendo sopra ad asciugare la tunica sudicia che mi accompagna in questo viaggio. Nudo, cullato dalla fatica della giornata, mi abbandono ad un torpore privo di sogni e di pensieri.
Le stelle lentamente muovono per trovare il loro spazio in cielo e io mi risveglio alla presenza del tempo trascorso. Ho freddo. Mi avvolgo nella tunica ormai asciutta e in quei pochi altri stracci di cui il mio bagaglio è composto.
Un po’ di formaggio e del pane del giorno prima mi restituiscono il calore di cui il sonno mi aveva privato. Non un rumore giunge quassù dalla pianura. L’assenza di focolari accesi mi comunica la mia solitudine mentre un altro fico secco mi precipita nell’idea del domani.
Massaggio nuovamente i miei piedi. Da loro dipendono i tempi del mio cammino.
Sposto dall’altare quei frutti che solo nel pomeriggio vi avevo riposto e mi sdraio su quella pietra liscia e piana. Non conosco i nomi delle stelle ma, ormai, cominciano ad essermi familiari. Mi fanno pensare alla mia casa rimasta indietro, immersa in una quieta pace del sud colorata di fiori di timo, mandorli e fichi d’india.
Aurora la bianca, trovata la sua via tra i rami e le foglie del mio custode, mi restituisce al giorno e all’originale pratica della vita.
Ormai seduto, un po’ d’acqua a lavar via il ricordo della notte, un frutto per colazione. I sandali, come ogni mattino, stringono un poco. Con gesti rapidi richiudo la mia sacca e mi avvio a salutare per l’ultima volta la statua mutilata posta all’ingresso.
Discesa cauta, di nuovo dallo stesso versante, verso la fontana. Riempite nuovamente le borracce e rivolta la schiena al sole, circumnavigo il mio rifugio e riprendo il mio pellegrinare verso ovest.
Lo stato d’urgenza dei tempi in cui viviamo, mi impone di mettervi al corrente di ciò che so e sento.
Mi costa ammetterlo, ma sono fra coloro che, un giorno, deliberò la vostra esclusione dal consesso degli umani. Ero anche io presente a quel ballo, quando sbocciò per la prima volta in voi, il pensiero dell’amore per Vronskij. Nei vostri occhi, si leggeva la speranza di aver trovato, in lui, la nona porta della vostra esistenza, lo specchio attraverso cui coltivare una nuova idea di voi. Pensiero graniticamente effimero, il vostro, quasi quanto il vestito di velluto nero che quella sera portavate indosso.
Subito, avete cominciato un'ascesa che vi ha portato ad altezze mai immaginate. Vi siete spinta tanto in alto da non essere più capace di misurare il profondo dell’abisso che vi si era steso innanzi. Vertigini, un lieve senso di malessere, timoroso roteare di mani alla ricerca di un appiglio. Poi, all'improvviso, il vuoto sempre più nero e profondo in cui precipitare. Mia cara Anna, la morte sa di acciaio e buon senso laggiù, non è vero?
Mi spiace che le cose si siano risolte in questo modo. Forse, con un poco di pazienza, si sarebbero potute accomodare diversamente.
Per favore, dite a Vronskij, Kitty e Lévin che a loro scriverò un’altra volta.
Tiziano
Un assaggio.
Egli la guardava dritto negli occhi carezzevoli, sebbene spaventati.
- Domandate, per favore.
- Ecco, - diss’egli e scrisse le iniziali: q, m, a, r: q, n, p, e, q, s, m, o, a? Queste lettere significavano: “quando mi avete risposto: questo non può essere, questo significava mai o allora?” Non c’era alcuna probabilità che ella potesse capire questa frase complicata; ma egli la guardò con un’aria come la sua vita dipendesse dal fatto se ella avrebbe capite quelle parole.
Ella lo guardò con serietà, poi appoggiò la fronte aggrondata sulla mano e cominciò a leggere. Qualche rara volta dava un’occhiata a lui, domandandogli con lo sguardo: “è quello che penso?”
- Ho capito – diss’ella arrossendo.
- Che parola è questa? – egli disse, indicando l’m, con cui era significata la parola mai.
- Questa parola significa mai, diss’ella, - ma non è vero!
Egli cancellò in fretta quel che c’era scritto, le tese il gesso e s’alzò. Ella scrisse: a, n, p, r, i, a, m.
Il libro.
Tutto è bianco in questo libro. Non solo la sua copertina, ma anche le parole al suo interno sono bianche mentre raccontano di un paese lontano e delle nevi che, d’inverno, avvolgono le carrozze a Mosca e Pietroburgo. Le sue pagine sono bianche anche quando raccontano di un’estate passata a seguire con lo sguardo cavalieri a caccia d’una meritata fama. Sono bianche d’un candore che ricorda le braccia pallide e rotonde della Karenina.
Ho per sbaglio strappato l’angolo in alto della pagina 229-230. Me ne scuso, signor Tolstoj. Anna, spero che anche lei mi voglia perdonare.
Sprofondano nel buio, vallate distese a spaccare le vette di montagne annegate, attraccate, avvinghiate ad un verde che non vuole cessare di splendere e brillare e soffiare nel mio orecchio il nome di una donna ormai lontana. Lontana da me, dagli occhi che la videro, diversi dai miei, certamente vischiosi. Appiccicosi come solo gli occhi di chi sa narrare sanno essere. Tengono insieme il resto del mondo e a vederli vagare su un cancello arrugginito ci si scopre dentro ogni impazienza e desiderio. Grušenka, Sonečka, donne russe, amate di pancia, facce diverse della stessa fatale medaglia.
Non son miei gli occhi che la carezzarono, non mia la bocca che seppe dirle parole gentili. Ma son io, qui, in un tramonto sulle Alpi, che rivedo lei e le mani che tentò di salvare.
Non sappiamo cosa siamo, pensa l’uomo. Sentiamo solo confusamente e imprevedibilmente di esistere. Ma l’esistenza, la nostra e quella di tutte le cose, sfugge continuamente al nostro dominio. Anche il passato non ci è di conforto. Ogni avventura, una volta vissuta, non lascia di sé che una sbiadita eco. Si perdono i colori, svaniscono gli odori, sfioriscono le guance dei personaggi che l’abitavano.
L’esistenza non è moto astratto e ineffabile ma morbo selvaggio che si introduce senza rispetto in ogni tasca dell’universo. Anche la morte non è rimedio all’esistenza. Anche da morti si continua ad esistere nelle ossa e nelle carni imputridite. Darsi la morte significa solo aggiungere disordine a disordine.
Una donna potrebbe farlo, potrebbe guarire il senso di malessere che lo pervade ogni volta che il suo pensiero tenta di trovare un nesso fra cause ed effetti. Ma c’è una donna? Ha saputo lei salvare sé stessa? Nessuna donna potrà salvarlo prima di essersi ella stessa salvata. Ci vorrebbe una Jekaterina. Ma questa è un altra storia.
Maddalena, con un cenno, gli ha chiesto se ha voglia di sentire per un’ultima volta quel disco che gli piace tanto. Con gli occhi riflessi nei suoi, risponde di sì e aspetta paziente che dalla puntina nasca il suono. Alle prime note, la fronte dell’uomo si distende abbandonando quella posa corrucciata che aveva indosso. Some of these days you’ll miss me honey. Some of these days you gonna feel so lonely. Scivolando nel torpore, pensa certamente l’uomo, la Nausea si sente un po’ meno. Un sorriso gli si disegna in volto e, anche quando il disco smette di girare, continua ad aleggiargli fra le labbra. Sembra mormori a sé stesso: a chi non ha scopo, la bellezza offre soluzioni.
Un assaggio.
Gli alberi ondeggiavano. Uno zampillamento verso il cielo? Era piuttosto un afflosciamento, da un momento all’altro m’aspettavo di vedere i tronchi raggrinzirsi come verghe stanche, afflosciarsi e cadere al suolo in un mucchio nero pieno di pieghe. Non avevano voglia di esistere, solo che non potevano esimersene, ecco. E allora facevano tutte le loro piccole funzioni, pienamente, senza slancio: la linfa saliva lentamente entro i vasi, controvoglia, e le radici s’affondavano lentamente nella terra. Ma ad ogni momento sembravano sul punto di piantar tutto lì e annullarvisi. Stanchi e vecchi, continuavano ad esistere, di malavoglia, semplicemente perché erano troppo deboli per morire, perché la morte poteva venire loro solo dall’esterno: solo le arie musicali sanno portare fieramente la propria morte in sé come una necessità interna; soltanto che esse non esistono. Ogni esistente nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione.
Il libro.
È vissuta due volte, nelle mie mani, la Nausea. La prima volta avevo appena sedici anni e un maglione blu scuro sopra un paio di jeans. Allora, mi ero limitato ad un misero affondare tra pensieri cui non ero in grado di attribuire alcuna consistenza. Tra quel primo maldestro tentativo e il secondo sono passati poco più di dieci anni. La Nausea e l’Autodidatta sono rimasti simili a loro stessi. Io no.
Credo di aver un po’ maltrattato la mia copia. L’ho letta e poi ne ho riletto diversi passi che mi ero segnato. Sulla sua copertina si sono formate delle macchie un po’ più scure. Paiono nuvole assiepate dentro a un cielo bianco. Se ne stanno lì, stese al sole, a far ombra ad uno struzzo di profilo.
Casa in campagna, tutte le luci sono spente. Il respiro caldo e avvolgente di una notte di primavera dà un ritmo allo scorrere delle ore.
Un sommesso bisbiglio, in lontananza, mi restituisce alla veglia costringendomi fuori dal letto. La mia stanza è al secondo piano ed è esposta a nord. Ha due finestre: una affaccia su un albero alto e frondoso, l’altra su una distesa di ulivi che, da lì, si apre a perdita d’occhio.
Rimango, per un istante, fermo sulla soglia, in attesa. Quassù tutto tace e tutti dormono. Senza accendere alcuna luce, inizio la mia discesa lungo le scale che, dopo una sosta a metà strada, mi porteranno ai piani inferiori. Sono di pietra, sono strette e non hanno alcuna balaustra. Delle piante ordinate in fila sull’orlo dell’abisso, segnalano con la loro massa il sentiero da seguire. La pietra di cui gli scalini sono fatti è ruvida e fredda e io non ho nulla ai piedi.
Ad ogni centimetro guadagnato verso il suolo, il bisbiglio cresce e si fa più forte. Bocche schiacciate su cuscini, grida imprigionate dentro alle loro oscure trame.
Da una specchiera ‘700 spunta una fragile figura che si affanna a picchiare i suoi pugni sottili contro il vetro cieco dello specchio. Sembra una principessa.
Mi faccio più vicino, con il mio naso quasi ad un palmo dal suo. Ha l’aria stanca di chi cerca nel proprio riflesso le risposte a quelle domande che ancora non si è fatto. Dalla sua parte c’è molta luce, dalla mia è il buio. Forse è per questo che lei non può vedermi.
Resto a lungo immobile, a guardarla. Non saprei dire quanti anni ha né descriverla con esattezza. Eppure, non mi è straniera. Nelle sue guance arrossate e nel suo portamento c’è qualcosa di familiare.
Alle sue spalle, affianco ad una poltrona rossa, c’è un piccolo mobiletto con un bicchiere d’acqua mezzo pieno. L’unico cassetto, su cui brilla una maniglia d’ottone a forma di conchiglia, è socchiuso e lascia intravedere l’angolo di una busta da lettere. A fianco del bracciolo sinistro invece, c’è un lume da lettura spento. Non le serve altra luce, la sua stanza è già inondata da tremuli raggi di oscura provenienza. Le pareti, invece, sono bianco latte e contribuiscono a creare intorno a lei un’aura di incertezza. Non sembrano esserci porte o finestre.
Non so da chi o da cosa debba essere salvata né come io possa fare qualcosa per lei.
Batte i pugni sempre di meno e li batte con convinzione sempre minore. Vorrei riuscire a dirle che va tutto bene e che qualcuno la può vedere. Vorrei rassicurarla della sua esistenza ma le mie labbra restano serrate dal timore di svegliare la casa intera. Mi riesce solo di mormorare:
“Tu esisti. Io ti vedo.”
Tutto troppo piano e troppo poco per poter scalfire la superficie dello specchio.
Esausta, la principessa, si lascia cadere sulla sua poltrona. Mentre il sonno la coglie, un tenue sorriso viene disegnato sul suo viso da mano ferma e fine. Sembra finalmente felice. Mi avrà sentito?
Di qua, il mattino sta bussando, il cielo fuori dalla porta finestra si sta facendo meno scuro, le stelle sembrano sospese. Le prime luci dell’alba, incuranti della disperazioni umane, cancellano la principessa dallo specchio gettandola nuovamente nell’oscurità.
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Raccontare la rovina dell’uomo in punta di penna. Parole sottili, mai profonde, chiamate ad irridere il confine del banale cui tanto spesso sembrano far la corte. Tracciano le gesta di un giovane psichiatra che dal Maryland si arrampica in cima alle montagne svizzere - e alla buona società americana - per poi tuffarsi nel Mediterraneo che lambisce la costa Azzurra e nella dipendenza dall’alcool.
Dick Diver è uomo di innata eleganza, spirito e buon gusto. In Nicole Warren e nel suo patrimonio, ogni sua dote trova realizzazione e libertà di manifestarsi, rappresentazione pubblica di beltà privata, messa in scena in onore di chi, chiunque, avesse accesso alla sua presenza.
Si avverte una continua tensione nella sua figura, un continuo agitarsi nel tentativo di contribuire all’appagamento altrui attraverso la propria persona. Il suo concedersi in pasto ai propri pari è, ad un tempo, atto di ingenuo egoismo e di puro altruismo. L’atto di nutrire gli altri con sé stessi impone, infatti, di presentare alla mensa sempre il meglio di ciò che la natura ha ritenuto giusto concedere, di distillare in poche portate l’essenza del proprio io. Solo così è permesso di elevarsi oltre i propri limiti e raggiungere quelle vette da cui si può guardare in faccia il divino.
Gli altri, i cannibali, fanno scattare le loro mascelle e rumorosamente soddisfano i loro appetiti.
Nella persona dell’eroe, infatti, dolorosamente matura la certezza di non avere più di che saziare quei palati fini. Suo malgrado, scopre di aver distribuito a quelle bocche irriconoscenti quanto aveva di più puro e luminoso. Nell’imprevista ricerca di un appiglio, non gli resta che aggrapparsi alle creature dispensatrici di illusioni che si aggirano sul fondo dei bicchieri. Abbandonandosi a quei mostri cupi ottiene in cambio, per poco, la forza di brillare ancora. Subito dopo, precipita nella speranza di dimenticare per sempre ciò che aveva saputo essere.
Occorre essere indulgenti per comprendere la parabola di Dick Diver. Occorre però essere forti per indursi a resistere al suo richiamo.
Un assaggio.
“Si scrive di cicatrici guarite, un libero parallelismo con la patologia della pelle ma non esiste qualcosa di simile nella vita di un individuo. Ci sono ferite aperte, talora ridotte alle dimensioni di una punta di spillo, ma sono sempre ferite. I segni della sofferenza si possono paragonare piuttosto alla perdita di un dito o di un occhio. Potremo anche non perderli mai, nemmeno per un minuto all’anno, ma se dovesse succedere non ci sarebbe più niente da fare.”
Il libro.
Piuttosto sottile, mi ha accompagnato per poco tempo procurandomi sempre una strana sensazione di malessere, quasi di nausea. Mente il bicchiere da martini in copertina e mente il nome lungo e accomodante del suo autore. Promettono vertici di trasparente eleganza e leggerezza ma nascondono abissi torbidi che stridono senza rimedio con i colori tenui scelti per accoglierli.
Di un giorno di guerra (o dell’Andromaca tra i ribelli)
Ribelli dalle barbe nere, lividi di paura, cercano nella notte le tracce di un sentiero.
Sguardi perduti, piegati dalla stanchezza, lentamente si spengono su cassonetti in fiore. Le pozzanghere in terra, paiono anch’esse bruciare; ardono e ballano possedute dal vento. Loro, vi sfilano affianco, e cadendo e strisciando vanno in cerca delle armi.
Infine, uno le trova e, senza sforzo e senza gioia, appicca il sacro fuoco ai carri degli infedeli. Uno e un altro ancora, sempre più uomini giacciono morenti, dentro a tombe dorate e ardenti.
Lui li guarda bruciare, invisibile agli spari; lui li guarda morire insensibile ai lamenti. Continua senza sosta, un carro alla volta, a seminare vendetta e coltivare perdono.
Il fuoco è battaglia, il dolore è sovrano.
Un altro carico e sarà finita, un’altra esplosione e potrà tornare. Ancora non sa il nostro eroe che Kadife crescerà lontana, serva in casa d’altri, e Fulya, la sua amata Fulya, sguattera al soldo degli invasori.
Moby Dick è un capodoglio albino, campione di una razza di animali che brillano per cattiveria, potenza e intelligenza. Balene, animali biblici, tomba marina cui Giona venne un tempo condannato da un Dio vendicativo e poco incline al perdono. Leviatani, manifestazione del demonio, cui San Giorgio, primo fra i balenieri, diede la caccia. Cetacei, sorgente preziosa di un olio utilizzato per portare la luce dove prima c’era l’oscurità, per benedire la testa dei regnanti nel giorno della loro incoronazione.
Il capitano Achab non è solo un uomo. Achab è l’uomo cui è stata strappata una gamba da Moby Dick. Nel corpo a corpo con il suo carnefice, è esplosa in lui la monomaniaca necessità di prevalere sull’animale e sulle forze ancestrali di cui è rappresentante in terra. Achab è il baleniere fra i balenieri, suprema espressione del desiderio umano di elevarsi al di sopra della propria condizione di mortale. Achab è sufficientemente lucido da individuare in Moby Dick l’ostacolo alla realizzazione della propria volontà di potenza e sufficientemente pazzo da ritenere di esserne degno avversario.
Una volta lanciata la sfida, tutto segue l’orientamento che è impresso alle cose dall’adamantino intento di Achab. Ogni suo sospiro, ogni suo pensiero, ogni sua parola sono finalizzati allo scopo perseguito. Il Pequod e il suo equipaggio non possono sottrarsi al destino di cui Achab è portatore e di cui vorrebbe divenire artefice. Sono tutti conquistati dalla grandezza del progetto e ardono e brillano alimentati dalla passione delirante e mortale del loro condottiero.
A noi spettatori, piccoli uomini chiamati ad inginocchiarsi dinanzi a titani primordiali, è sì concesso di assistere al confronto finale ma ad una sola condizione: imparare quanto necessario per sfiorare con il pensiero l’immensità della crociata cui siamo invitati a prendere parte.
Un assaggio.
“- Ascolta un po’… Ti darò più ragguagli. Tutte le cose visibili, uomo, sono solo maschere di cartapesta. Ma in ogni accadimento, nell’atto vivo, nel fatto certo, proprio lì, qualcosa di ignoto ma in ogni caso ragionevole fa sporgere il profilo delle sue fattezze oltre la maschera incosciente. Se l’uomo vuole colpire, colpisca attraverso la maschera! Come potrebbe evadere un carcerato, se non uscendo attraverso il muro? Per me, la Balena Bianca è quel muro, che mi sta vicino. A volte penso che al di là non ci sia niente. Ma per me è sufficiente. Mi impegna; mi completa; vedo in essa una forza oltraggiosa, sostenuta da un male imperscrutabile. Quella cosa imperscrutabile è l’oggetto principale del mio odio; la Balena Bianca può esserne l’agente, la Balena Bianca può esserne il mandante: io quell’odio lo dirigerò su di essa. Non parlarmi di empietà, uomo: colpirei pure il sole se mi offendesse. Perché se il sole fosse capace di questo, io dovrei essere capace di quello; c’è sempre una qualche lealtà nel gioco, poiché la rivalità appartiene alle cose create.”
Il libro.
Prima di comperarlo, pensavo che Moby Dick fosse tanto leggero nell’aspetto quanto ci si aspetterebbe da un libro che viene spesso immaginato come un libro per ragazzi. In realtà, nella mia copia, ci sono 629 pagine scritte fitte fitte, precedute da una prefazione e seguite da diverse note bibliografiche che danno un senso dello spirito quasi scientifico che ha animato il suo autore. Al titolo del libro e al nome dell’autore, fa da sfondo un ingrandimento di un dipinto che raffigura una balena nei pressi di una baleniera, l’arpione ben piantato nella sua gobba. Il cielo è d’un rosa pallido; il mare calmo è grigio-verde. A guardarlo, si ha subito la sensazione di essere tuffati nelle braccia stanche di marinai dopo una lunga giornata di caccia. Il mostro è vinto ma il lavoro non è ancora finito. Occorre ancora issare l’animale sulla fiancata della nave. Per recuperare il prezioso grasso si aspetterà domani. Nel frattempo, gli uomini potranno riposare cullati dal continuo schioccare delle mandibole dei pescecani.
Con il capo appoggiato al suo petto, parlò con voce roca:
“Ho sognato un sogno questa notte. Alla presenza del gran sultano e della sua corte, mi sono immersa in una grande vasca riccamente decorata. Seduto su uno sgabello lì vicino, c’era uno sciamano che mormorava parole a me incomprensibili. Non appena anche la mia testa trovò il suo posto sotto la superficie dell’acqua, mi ritrovai a nuotare in un grande mare. Le onde erano alte e le mie forze scarse. Esaurita ogni energia e persa ogni speranza, non potei far altro che abbandonarmi alla corrente. Questa, senza sforzo, mi sospinse fino ad una spiaggia di sabbia nera. Ad attendermi, una schiera di selvaggi coperti da pochi panni rossi e con dei bastoni nodosi nelle mani. Alla mia vista, i più anziani si staccarono dal gruppo e, guardando sempre in terra, mi vennero incontro portandomi in dono delle stoffe azzurre. Erano lunghe e leggere e saettavano nel vento caldo. Così vestita, mi lasciai issare su un trono e feci con loro ritorno alla foresta da cui erano venuti. Per molti anni vissi da regina e, infine, sentii che colei che scioglie le riunioni e distrugge l’edificio dei piaceri sarebbe, di lì a poco, venuta a farmi visita. Allora, ordinai che preparassero lo stesso trono con cui tanti anni prima ero giunta fino a lì e mi feci riportare alla spiaggia dove un tempo ero sbarcata. Con l’aiuto di vecchi saggi, mi spogliai delle mie vesti e, volte loro le spalle, entrai in mare. Abbandonandomi al riflusso delle correnti, vagai distante dal mio corpo e dai miei pensieri. Credo di essere morta in quel momento ma, poi, aprii di nuovo gli occhi. Davanti a me c’era la corte schierata che mi guardava impaziente. Lo sciamano, invece, era in silenzio.”
Sono uomini e donne puri d’animo, nobili nelle disgrazie che un Dio impietoso rovescia su Pietroburgo, i protagonisti della storia che qui va in scena. È una storia in cui si assiste a continui e inutili sacrifici, capaci solo di trascinarli sempre più lontani da loro stessi, nella nevrosi. Dunja per Raskòlnikov e loro madre, Raskòlnikov per Dunja e loro madre, Sonja per Ekaterina Ivanovna, per Polecka e la memoria di suo padre Marmeladov. Tutti personaggi sani, puliti, contagiati da una febbre che gli impone di lottare per sopravvivere alla loro stessa condizione.
È per amore che Raskòlnikov diventa assassino e Sonja puttana; è per amore e bontà d’animo che sono entrambi disposti a responsabilmente rovinare sé stessi. Resi ciechi dal troppo amore, sperano di guadagnare con la propria condanna una sorte migliore per i propri cari. È per questa loro infinita generosità di criminali che Sonja e Raskòlnikov si appartengono e sono disposti, senza che sia necessario chiederglielo, a continuare a suicidarsi in nome d’altri. Lei non dubita un momento del compito che le è assegnato dalla disperazione dell’altro ed è capace, per lui, di mettere ancora un poco alla prova quel debole scintillio di luce che aveva saputo tenere al riparo, nonostante tutto.
Questa volta, dopo averci spinti così a fondo, dopo aver riempito di calce e cemento ogni possibile via d’uscita, Fëdor non se l’è sentita di privare sé stesso, Sonja, il protagonista del suo romanzo (e noi con loro) di una qualche speranza per il futuro. Deve aver riflettuto parecchio sulla necessità di concederci questa grazia e, in parte, lo si avverte. La salvezza che ci offre, infatti, suona un po’ falsa, incerta, fatta nascere dalla macchinosa resa di un uomo laido e malato d’amore: Svrigàdilov. Non si pente mai di chi è né del ruolo che riveste e continua a mangiare, a respirare, a seguire e a trafficare. Si arrende solo alla violenza di un rifiuto che gli sporca il colletto della camicia di sangue. Si arrende, da solo, davanti ad Achille e parlando d’America. Subito, ingrati, tutti lo dimenticano.
Due assaggi, uno per volume, fra loro uniti.
*
E nemmeno se il signor Lùžin fosse di purissimo oro e di brillanti, nemmeno allora lei acconsentirebbe a diventare la sua legittima concubina! Ma allora, perché acconsente? Dov’è il trucco? Dov’è la spiegazione? È chiaro: non si venderebbe per sé stessa, per il suo benessere, e neanche per salvarsi dalla morte! Ma è pronta a vendersi per gli altri! Per le persone che ama, che adora, sì che è pronta a vendersi! Eccolo, il trucco: a vendersi per suo fratello, per sua madre! Tutto, venderebbe! In questo caso, si può anche soffocare il nostro senso morale; si può portare tutto al bazar: la libertà, la tranquillità, perfino la coscienza: tutto. Addio, vita, purché queste creature amate siano felici! E non basta: escogiteremo una casistica tutta nostra, andremo a scuola dai gesuiti e magari per un po’ ci tranquillizzeremo, riuscendo a convincerci che così dev’essere, esattamente così, per un nobile scopo. Lei è fatta in questo modo; è tutto chiaro come la luce del sole. È chiaro che qui, ad essere in ballo, è Rodiòn Romànovič Raskòlnikov.
**
“Come posso saperlo? So solo che la nostra strada è la stessa; lo so di certo, e mi basta. Abbiamo la stessa meta!”
Lei lo guardava senza capire. Capiva solo che lui era tremendamente, immensamente infelice.
“Nessuno di loro capirebbe nulla, se tu ti mettessi a parlargli,” proseguì Raskòlnikov “mentre io ho capito. Ho bisogno di te, perciò sono venuto qui.”
“Non capisco..” mormorò Sònja.
“Più tardi capirai. Non hai fatto così anche tu? Anche tu hai scavalcato l’ostacolo.. sei riuscita a farlo. Ti sei suicidata, hai rovinato una vita... la tua (il che fa lo stesso!). Avresti potuto vivere con il tuo spirito e con la tua ragione, e invece finirai in piazza Sennàja.. Ma non puoi resistere per molto, e se rimarrai sola, impazzirai come me. Già adesso sei quasi pazza! Quindi, dobbiamo andarcene insieme, per la stessa strada! E ci andremo!”
“Perché? Perché dite questo?” esclamò Sonja, stranamente e profondamente commossa dalle sue parole.
“Perché? Perché non si può più andare avanti così, ecco perché. Alla fine, bisogna pure mettersi a ragionare sul serio e con tutta franchezza, e smetterla di piangere come bambini e gridare che Dio non lo permetterà! Di’ un po’, che succederebbe se domani ti portassero davvero all’ospedale? Quell’altra non ha la testa a posto ed è tubercolotica, presto morirà: e i bambini? Pòlečka non farà questa fine? Possibile che tu non abbia visto, qui agli angoli delle strade, i bambini che le madri mandano a chiedere l’elemosina? Io mi sono informato su dove vivono queste madri, e in quale ambiente. Là i bambini non possono rimanere bambini. Là a sette anni si è depravati e ladri. Eppure i bambini sono l’immagine di Cristo: <Ad essi appartiene il regno dei cieli.> Egli ci ha ordinato di rispettarli e di amarli, essi sono l’umanità futura..”
“Ma allora, che fare, che fare?” ripeteva Sonja piangendo istericamente e torcendosi le mani.
“Che fare? Distruggere ciò che va distrutto, una volta per sempre, e basta: e prendere il peso del dolore sulle nostre spalle! ...”
Il libro.
I colori scelti per quest’edizione non hanno nulla di appariscente o invitante. A guardarli, si percepisce un vago senso di disagio, quasi si stesse navigando a vista sulla superficie di una palude in cui si corre il rischio di annegare. Le seicentoventuno pagine di cui il libro è composto sono divise in due volumi di un’edizione stampata nel 1989. A distinguerli, solo degli asterischi bianchi appena sotto la D di “Delitto e castigo”, uno per il primo volume, due per il secondo. Li ho comprati di seconda (o forse terza) mano in una libreria su due piani che dà sull’acqua. Prima di me, sono appartenuti a Luisa Canovi. Non so chi sia, ma so che ha sentito la necessità di lasciarci sopra una piccola traccia di sé, incisa con inchiostro nero sull’angolo in alto a destra di una delle prime pagine di ciascun volume. Poche lettere in stampatello, sottolineate da due sottili righe, messe insieme a comporre il suo nome ed il suo cognome. Deve essere stato uno dei primi libri che ha comprato e, forse, ha sentito il bisogno di rimarcare l’autonomia di quella sua scelta. Un modo come un altro per prendere le distanze da quello che gli altri, nella sua famiglia, avevano letto e pensato prima di lei. Non ho trovato altri segni del suo passaggio.
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La tranquillità ultraterrena della valle è turbata dalle esplosioni color porpora cardinalizia e ametista che, una dopo l’altra, stravolgono il profilo già frastagliato dell’orizzonte. Le vette delle montagne, abbeveratesi del prodigioso sangue di quei titani in lotta, hanno assunto un’espressione quasi veggente, tinta di un viola madreperlaceo, presagio di sventura. Una strada petrosa scorre piatta verso il villaggio e numerosi viandanti, timorosi di rimaner prigionieri degli ultimi obliqui raggi del sole, incedono spediti sui loro carri bramando le fortificazioni già in vista, promessa di salvezza e materno riparo. Chi lavorava nei campi, cantilenando una litania sconosciuta, ha già fatto ritorno alla propria dimora.
La luna, sorella pietosa dell’iracondo astro, si china a curare le vette dei monti che giacciono, straziate dalle ferite subite, ai suoi fianchi. Sul fondo della valle quasi nulla ormai si muove, solo si vedono le due canne di un fucile portato a tracolla da un cacciatore. La sua andatura è stanca, memore com’è di mille inseguimenti, e il felpato susseguirsi dei suoi passi è l’unico compagno cui abbia consentito di seguirlo. Anche la sua ombra gli era troppo d’ingombro tanto che è da tempo che ha cessato di condurla con sé.
La più alta fra le montagne, ancora convalescente, si curva un poco, timorosa di essere colpita dal proiettile solitario esploso dal cacciatore verso il cielo. Questi, orgogliosamente immobile, sfida con sguardo sicuro l’abisso imperscrutabile che lo sovrasta. La barba che gli scorre a rivoli lungo il viso è appena scossa da una brezza che, incauta, ha iniziato a spirare dal passo. Le cime degli alberi, sorprese a languire nella frescura della sera, sussultano lievemente. Solo allora, la prima stella del firmamento, si affaccia ad impreziosire la notte. Soddisfatto del colpo andato a segno, il cacciatore riprende il suo cammino.
La casa del cacciatore è ai margini del villaggio, nessuno specchio a riflettere le immagini della vita che pulsa fra quelle pareti. Il cacciatore, un tempo, aveva le gote rasate e gli occhi imbevuti della vita che, danzando, gli si faceva incontro. Flessuoso come un giunco, il suo piacere non si lasciava governare da null’altro che dalle accelerazioni che il Tempo, talvolta, imprimeva al paesaggio.
Il secondo colpo è partito quasi per sbaglio. Dopo pochi passi, le canne del fucile si sono levate a mirare in un punto non lontano dalla prima stella e, ancora una volta, hanno scaricato il loro carico mortale nelle profondità dello spazio. Una seconda stella, meno luminosa, è allora apparsa nella volta celeste andando a tenere compagnia a quella che, solo pochi istanti prima, era stata costretta ad affacciarsi al mondo dei vivi. Il cacciatore, gli occhi vitrei fissi nel cielo, ha osservato attentamente la luce che da queste scaturisce per poi riprendere a scavare il proprio cammino nel fitto intrico del sottobosco.
Le felci continuamente tentano di opporsi al passaggio del predatore ma nulla è concesso loro se non di essere travolte dal suo furibondo incedere.
Il fucile, tenuto saldamente per il calcio, per un attimo giace spezzato in due, le lucenti canne puntate verso il basso a mostrar la parte più intima di sé. Paiono due corvi gemelli, uno affianco all’altro, entrambi intenti nel beccare un oscuro oggetto ai loro piedi. Con gesto sicuro, la cartucciera viene alleggerita ancora una volta e il suo mortal peso trascende verso la sua funzione. Ancora due esplosioni, due colpi secchi e ravvicinati. E poi un grande silenzio a sopportare l’inerzia del momento. Non un grido, non un lamento, solo una fioca luce che comincia a gocciolare da due nuovi fori nel cielo.
La natura, infine, definitivamente si arrende all’incedere del giovane uomo schiudendosi in una grande distesa rocciosa. Il cacciatore, ancora ansimante per l’impervia salita, si sofferma un poco al limitare del bosco quasi fosse timoroso di ritrovarvi la sua ombra. I suoi occhi scuri scrutano pensierosi i tre sentieri che dinanzi a lui si stendono. Sembra tenti di leggervi un destino che nemmeno le linee disegnate sul palmo arroventato della sua mano sanno raccontare.
Lo scricchiolio della ghiaia sotto i suoi passi segnala al mondo il rinnovato vigore delle sue intenzioni. Nemmeno lo specchio d’acqua immobile, sulla sinistra vicino ad un masso più grande, è in grado di distrarlo dai suoi propositi.
Il fucile, instancabile, si alza a puntare il cielo. Il calcio poggiato sulla spalla robusta, il capo un poco inclinato per aggiustare la mira e la barba che lustra il metallo ormai bollente. Due colpi secchi e il fucile viene preparato nuovamente a far fuoco.
Urano, muto nel dolore infertogli dall’impietoso uomo, feconda Gea con infinite stille del suo essere. Un urlo soffocato si leva dalle sue viscere ma il cacciatore, mai domo, continua a scaricare in cielo la sua rabbia quasi fosse a caccia di un futuro che non sembra essergli concesso.
Ogni passo lo porta più vicino a quel cielo che con tanta insistenza, sin dal principio della notte, ha iniziato a colpire. Negli occhi una sete inestinguibile di dominare gli elementi per trovarvi infine soddisfazione.
Ancora due colpi, ancora due passi verso la vetta più alta. Ancora due colpi, nulla può essere lasciato intentato.
La vetta è quasi conquistata, la battaglia può ancora essere vinta.
Il cacciatore ora siede su una roccia levigata in sua attesa dai venti perenni che soffiano in quota. Ha il respiro corto, il viso madido di sudore e la cartucciera leggera. Guarda fisso un punto davanti a sé fra le montagne in fondo alla valle. Lì, il mondo, ha iniziato a farsi appena più chiaro. I suoi occhi assistono rapiti al sorgere di un nuovo sole che, con un poco di luce, cancella le ferite da lui inferte al cielo.
Un ultimo colpo, all'indirizzo dell'astro sorgente. Infine, un sorriso sottile colora il volto del cacciatore. La nuova notte non è lontana e, presto, sarà di nuovo tempo di uscire a caccia.
È sulle note di “Zuta Dunje” che Maximilian Altenberg si è lasciato condurre al cospetto del suo destino. Le cupe foreste dell’Ozren e la Miljacka scrosciante testimoniano tutte l’ultimo pellegrinaggio verso Sarajevo di questo ingegnere austriaco dagli occhi di ghiaccio ed il cuore bollente, partito alla ricerca di Maša Dizdarević e del suo perdono.
Lei aveva gli occhi neri di ciliegia, le spalle tornite e levigate dal vento. In lei, trovavano posto l’antico fascino della vittima e quello ruvido del partigiano di montagna, ambasciatore senza tempo di quanto di più eroico e naturale esiste al mondo. Maša portava un nome che era un talismano. Pareva capace di salvare anche chi prendeva posto al tavolo verde, a giocare al grande gioco dei Balcani.
Anche se Max e Maša ci hanno ormai lasciati, un loro amico si è fatto carico del compito di scovare il luogo adatto ad ospitare l’eco del loro andare. Per trovarlo, ha accettato di dedicare intere mezze pagine a ricreare quel vuoto senza il quale non esiste melodia. Ha scelto un periodare spezzato, di versi cantilenanti, né ingombranti né ridondanti. Risuonano come la bora quando, a Trieste, scivola semplice e furiosa fra le vie del centro. A provare ad ascoltarla, sembra sussurri ad alta voce storie che non ci hanno raccontato mai.
Un assaggio.
Fu l’amore fra due giovani
per sei mesi per un anno
Quando chiese di sposarsi
di sposarsi aman aman
i nemici disser no.
S’ammalò la bella Fatima
figlia unica di madre
per guarir mi porterai
lei gli disse aman aman
la cotogna di Istanbul.
Il libro.
Ha una copertina lucida in cui diverse sfumature di giallo si combinano fra loro per trattenere due cotogne poggiate su un piatto. È sottile e a far correre le pagine sotto il pollice ci si accorge subito che il testo è composto solo di frasi mozzate che si susseguono l’una all’altra. La presenza di tanto spazio vuoto in ciascuna pagina contribuisce a radicare una sensazione di leggera nostalgia del passato e di belle storie perdute. Prima del libro vero e proprio, ci si trova una nota dell’autore, un prologo e una bella citazione di Aristofane.