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Alpi Apuane: Il sito archeo-minerario di Calcaferro
Se siete appassionati di natura e di archeologia mineraria non potete perdervi una bella camminata nel bosco in località Calcaferro, presso Le Mulina di Stazzema. Parcheggiate vicino la chiesa e imboccate la salita che affianca il campanile: vi troverete davanti a un tunnel scavato nella roccia. Una volta attraversato sarete immersi nel verde con il rumore del fiume e un caratteristico ponte medievale coperto da alberi davanti a voi. Durante il percorso troverete diversi edifici ormai abbandonati e nascosti da una fitta vegetazione, sono i resti dei polverifici e dei miccifici legati all’intensa attività delle miniere della zona. Queste erano sfruttate già nel Medioevo, ma solo nell’Ottocento l’attività riprese fino a trovare il pieno sviluppo negli anni Venti del Novecento. La polvere da sparo era infatti richiesta per le battute di caccia, per estrarre il marmo dalle cave attraverso il sistema della varata e per caricare le armi durante la guerra. Anche le donne partecipavano alla produzione smistando i minerali e confezionando la polvere per poi commerciarla. Il sito deve essere valorizzato ulteriormente recuperando i manufatti presenti. La valorizzazione del territorio e la scoperta delle mete meno conosciute turisticamente sono il futuro delle Apuane e la creazione di circuiti alternativi non può che portare una ventata di sollievo nell’entroterra versiliese.
Il lupo è la radura dell'anima umana, svela ciò che rimane nascosto nelle storie che raccontiamo su noi stessi.
Lupi di mare
I lupi che vivono sulle coste delle isole al largo della British Columbia si nutrono a seconda di cosa gli porta la marea: da piccoli molluschi a carcasse di balena spiaggiate.
Fotografia di Paul Nicklen, National Geographic Creative

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Il bagno di gong
Venerdì sera ho partecipato per la prima volta ad un bagno di gong organizzato dall'associazione i Planetari ( https://www.facebook.com/I-Planetari-Gong-Masters-45229244…/ ) presso l'Istituto Superiore di Formazione Olistica Evolutavia di Viareggio. È stata un' esperienza straordinaria. Il ‘bagno di gong’ consiste in una sessione di immersione in una magica atmosfera sonora e vibrazionale. Il termine ‘bagno’ è abbinato al gong, perchè il suo suono è particolarmente avvolgente, pieno, penetrante, e riempie tutto lo spazio che trova intorno in modo quasi tangibile, dando appunto una sensazione di ‘immersione’ a chi ascolta. I partecipanti si rilassano, preferibilmente sdraiandosi comodi a terra su un tappetino, coperti con un plaid se si preferisce, calandosi in questa esperienza di suoni prodotti da vari strumenti, dal canto armonico, e principalmente dal Gong suonato dal vivo. Durante un bagno di gong si apre un magico mondo sonoro e i confini del tempo e dello spazio iniziano a sgretolarsi. I bagni di gong purificano da situazioni di stress e problemi quotidiani. I blocchi e le tensioni iniziano a sciogliersi sotto l’influsso di “suoni vivi”. Il risultato è un ritrovare la propria armonia interiore e la gioia di vivere. La sessione prevede una parte iniziale di introduzione e preparazione, il bagno di gong vero e proprio, e la parte conclusiva con uno spazio aperto alla eventuale condivisione dell'esperienza, ha la durata di un'ora e mezza. https://soundcloud.com/didiercasamitjana/claires-gong-bath
Polaroids: le istantanee di Andrej Tarkovskij
Il tempo fugace come la vita accende la brama di acciuffarlo al volo, e pur continuando a sfuggire concede agli ostinati di immortalare istanti da lasciar contemplare con calma alla memoria.
Momenti essenziali strappati al quotidiano e all’ovvio, che non dovremmo mai dare per scontato e non finisce mai di sorprenderci, attimi che un maestro del movimento cinematografico come Andrej Tarkovskij ha provato a fermare a colpi di Polaroid.
Istantanee che hanno il profumo dell’ultimo soggiorno in Russia e dei primi vagabondaggi da esiliato in Italia, ma soprattutto sanno di casa, quella di campagna a Myasnoye e quella che Tarkovskij trova nei morbidi contorni, nel profilo del figlio Andrej e del cane Dak nel parco Vorobievi Gori (Mosca) nel paesaggio brumoso della mente colpito dalla luce.
Una passeggiata d’inverno
Una passeggiata d’inverno (il nuovo melangolo, 2014, a cura di Cesare Catà, che firma un’ampia introduzione) contiene quattro racconti di Henry David Thoreau. Il primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, è del 1843; seguono Tonalità d’autunno (pubblicato nel 1863), A proposito dei meli selvatici (1862), Luna e chiar di luna (1863). Gli ultimi tre racconti, dunque, sono stati scritti vent’anni dopo Una passeggiata d’inverno, e pubblicati l’anno della morte di Thoreau o quello successivo; eppure sorprendono, i quattro testi, per uniformità stilistica e filosofica.
Per tutta la notte il vento, attraverso le tende, ha mormorato dolcemente; con soave levità, ha sbuffato contro le finestre e, di tanto in tanto, ha sospirato, come lo zefiro d'estate che si alza sfiorando le foglie. Il topolino di campagna si è riposato nel suo accogliente loggiato sotterraneo; il gufo ha preso posto nell'albero cavo al fondo della palude; il coniglio, lo scoiattolo, la volpe - tutti hanno trovato dimora. Il cane da guardia se ne è stato accucciato quieto di fronte al fuoco, e le bestie sistemate, silenziose, nelle stalle. La terra stessa ha dormito, come se questa non fosse l'ultimo, bensì il suo primo sonno, interrotto soltanto dal cigolio dei cardini di alcuni segnali stradali, e da quello della porta di qualche casa di legno, come a risvegliare la Natura malinconica al suo lavorio notturno. Ed è l'unico suono desto tra Venere e Marte, che ci avverte di un remoto calore in arrivo, un conforto mistico, una sorta compagnia, nella quale gli Dei si sono di certo dati appuntamento, ma in cui per gli uomini è terribilmente triste rimanere. Eppure, mentre la terra è rimasta assopita, tutta l'aria è stata viva, con fiocchi leggeri, caduti pian piano, come se qualche Cerere nordica fosse giunta a regnare, profondendo il suo grano d'argento al di sopra di ogni campo. Improvvisamente mi ridesto nell'immobile realtà di un mattino d'inverno. La neve riposa tiepida come cotone, poggiata sul davanzale della finestra; i vetri brinati, appena dischiusi, lasciano entrare una luce flebile, intima, che cresce grazie al dolce conforto che incontra. È impressionante la quiete del mattino. Il pavimento mi cigola sotto i piedi, mentre mi appropinquo alla finestra per guardare, fuori, qualche spazio terso tra l'intersecarsi dei campi. Vedo i tetti resistere sotto il loro carico di neve. Dalle grondaie e dalle recinzioni pendono stalattiti nevose e, nel giardino, le stalagmiti velano angoli celati. Gli alberi e i cespugli tendono le loro braccia candide verso il cielo da ogni lato e, laddove c'erano mura e steccati, riconosco forme magiche che si allungano in folleggianti capriole attraverso il livido paesaggio, come se, durante la notte la Natura avesse disseminato i suoi disegni attraverso i campi, quali modelli per l'arte degli umani. Dischiudo la porta senza fare rumore, lasciando che la neve accumulata cada all'interno, e faccio un passo fuori, fronteggiando l'aria fina. Le stelle hanno già smarrito un po' del loro risplendere, e una nebbia plumbea ed uniforme fiancheggia l'orizzonte. Un bagliore sfrontato e chiassoso, a est, annuncia l'approssimarsi del giorno, mentre il paesaggio ad ovest è ancora fosco e spettrale, vestito di una luce bluastra come quella del Tartaro, come quella del reame delle ombre. Sono solo suoni infernali quelli che arrivano: il canto del gallo e il latrato dei cani, lo spezzarsi dei rami e il muggire delle vacche - ogni cosa parrebbe arrivare dal cortile di Ade, aldilà dello Stige. Ma non è necessariamente una malinconia tutto quello che ciò ispira; il traffico del crepuscolo è qualcosa di troppo solenne, di troppo indecifrabile per la terra. Le orme fresche di una volpe o di una lontra, nel parco, mi ricordano come ogni ora della notte sia piena zeppa di cose che accadono, come la Natura primigenia sia sempre al lavoro, lasciando tracce nella neve. Aperto il cancello, in un attimo procedo sul solitario sentiero di campagna, sferzato nel clima asciutto, calpestando la neve friabile, con il cigolio argentino e cristallino della slitta di legno che mi fa sobbalzare; la slitta, proprio in quel momento, si slancia laggiù verso il mercato, partendo dalla casa del mattiniero contadino dove, rimasta inutilizzata per tutta l’estate, non ha fato che sognare tra i trucioli e la stoppia. Oltre le curve del sentiero e le finestre zuccherose di neve, scorgo il lume del contadino emettere un bagliore solitario, come fosse giunto il momento, per una irreprensibile virtù, di innalzare la lode mattutina. E, tra gli alberi e la neve, pian piano, uno alla volta, i fiumi dei camini cominciano ad alzarsi.
"Pigramente il fumo si arricciola salendo dalle forre, Mentre l'aria rigida perlustra l'alba, E lentamente prende confidenza con il giorno; Adesso pare ritardare il suo tragitto verso l'alto, Smarrendosi in vuoti gingilli con se stessa, Agendo lenta, con convinzione incerta. Perché il mio semi-destato maestro al fianco al focolare, La cui anima tra accidiosi pensieri ancora sonnecchia, Sta per versare lacrime all'Interno della corrente Del nuovo giorno nascente; che ora scorre lontano, Mentre il taglialegna si avvia con passo certo, Con focalizzato intento, a far vorticare la sua ascia mattutina. Dapprima, nella cupa aurora, egli ha inviato in avanscoperta Il suo esploratore, il suo emissario: il fumo di un camino, Primo e ultimo dei pellegrini che giungono da un tetto, Affinché potesse testare l'aria gelida, informarne il giorno; E, mentre se ne sta rannicchiato accanto al fuoco, Senza lo sprone di togliere i cardini alla porta, l'aria È ridiscesa giù lungo la valle con il vento leggero, E sull'ampia spianata ha dischiuso le sue ghirlande entusiasmanti, Ha drappeggiato le cime degli alberi, indugiando sulle colline, E ha riscaldato le prime penne dell'uccello del mattino. E ora chissà, lassù tra l'aria frizzantina, Ha catturato la vista del giorno oltre il crinale della terra, E saluta l'occhio del suo maestro sulla sua porta, laggiù, Sotto forma di una qualche risplendente nuvola nei più alti cieli."
Tratto da "Una passeggiata d'inverno" di Henry David Thoreau Illustrazione Thomas Nason
Thumbnail drawings from Henry David Thoreau’s journals
Thoreau left all sorts of little thumbnail drawings in his journals, and as Linda Holt Brown points out in her paper, “The Zen Drawings of H.D. Thoreau” (these images come from her great accompanying PowerPoint), many of them have a wonderful Zen quality to them.
John Cage liked them so much he blew them up and projected them behind some of his performances. (See also: his print composite of the drawings.)
“Possa il vostro cammino essere tortuoso, ventoso, solitario, pericoloso e portarvi al panorama più spettacolare. Possano le vostre montagne elevarsi fino alle nuvole e superarle.” Edward Abbey Alpi Apuane, Pania della Croce

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Riserva naturale del Chiarone
Oggi interessante visita con Andrea alla Riserva naturale del Chiarone - Oasi LIPU situata nel comune di Massarosa, all'interno del Parco Regionale Migliarino - San Rossore - Massaciuccoli, sulla sponda orientale del Lago di Massaciuccoli. Il Lago di Massaciuccoli è tra le più rinomate località ornitologiche italiane fin dal 1800. Nel corso di oltre 120 anni d’osservazioni, studi e ricerche compiute dai più famosi ornitologi e naturalisti italiani sono stati osservati circa 300 differenti specie di uccelli, e non solo quelle legate agli ambienti umidi. L'ambiente della Riserva ricalca quello dell'intero lago e nei suoi 47 ettari sono presenti un po’ tutti i microambienti del lago stesso. A causa della sua particolare posizione, eccezionale per il transito e la sosta degli uccelli migratori, il lago e la Riserva ospitano moltissime specie in tutte le stagioni: lo Svasso maggiore, il Cavaliere d’Italia, l’Airone cenerino, l’Airone rosso, il Gruccione, il Falco di palude solo per citarne alcuni. Dal Centro visite dell'Oasi parte il Sentiero natura che raggiunge i due capanni d’osservazione. L'area è attrezzata con camminamenti a palafitta e la passeggiata è molto piacevole, ma se si vuole cogliere in pieno la bellezza del Lago, l'Oasi propone diverse possibilità d’escursione sull'acqua, in battello per gruppi, in barchino o in canoa.
Carta topografica del Compartimento Lucchese, 1850. Firenze, Ist. Geogr. Mil., Cart. 66, Doc. 1, Sez. 5 Col. 1
Una forza del passato
"Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore. Vengo dai ruderi, dalle Chiese, dalle pale d'altare, dai borghi dimenticati sugli Appennini o le Prealpi, dove sono vissuti i fratelli. Giro per la Tuscolana come un pazzo, per l'Appia come un cane senza padrone. O guardo i crepuscoli, le mattine su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, come i primi atti della Dopostoria, cui io sussisto, per privilegio d'anagrafe, dall'orlo estremo di qualche età sepolta. Mostruoso è chi è nato dalle viscere di una donna morta. E io, feto adulto, mi aggiro più moderno d'ogni moderno a cercare i fratelli che non sono più".
In questi versi c'è la più consapevole e disperata dichiarazione di poetica di Pasolini: il suo sentirsi estraneo a un presente sempre più omologato e a un futuro le cui premesse descrivono come un deserto culturale. "E' un'idea sbagliata - dovuta come sempre alla mistificazione giornalistica - quella che io sia un... 'modernista'. Anche i miei più seri sperimentalismi non prescindono mai da un determinante amore per la grande tradizione italiana e europea. Bisogna strappare ai tradizionalisti il Monopolio della tradizione, non le pare? Solo la rivoluzione può salvare la tradizione: solo i marxisti amano il passato: i borghesi non amano nulla, le loro affermazioni retoriche di amore per il passato sono semplicemente ciniche e sacrileghe: comunque, nel migliore dei casi, tale amore è decorativo, o 'monumentale', come diceva Schopenhauer, non certo storicistico, cioè reale e capace di nuova storia".
[Articolo apparso sul numero 42 di "Vie Nuove" il 18 ottobre 1962]
Atomic Melancholia
Il popolo giapponese sperimentò gli attacchi con la bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki nel 1945. Sankichi Tōge, un poeta giapponese sopravvissuto alla bomba atomica di Hiroshima, concludeva la sua poesia "Fiamme" con questi versi
6 agosto 1945 mezzanotte a mezzogiorno in punto senza dubbio un dio fu bruciato nel falò dagli uomini questa notte fuochi di Hiroshima si riflessero sul letto della razza umana dopo la storia imboscando qualcuno somigliante a tutti gli dei.
Alpi Apuane. Con mio figlio Andrea sui sentieri della Resistenza.

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Io sono!
“Io sono! ma, cosa? e a chi importa? Nel ricordo degli amici scomparso. Mi consumo fra dolori e torti; Appaiono e scompaiono, nell’oblio disperso, Ombre della vita, il vero spirito perso. Eppure io sono e vivo, anche se sbattuto
Nel nulla della vergogna e del disdegno, Nel vasto mare dei sogni a occhi aperti Dove di vita o gioia non c’è segno, Ma solo il naufragio di tutti i miei meriti Tutto ciò che mi è caro, i più amati Mi sono estranei, ignoto ai più. Anelo a luoghi dove l’uomo mai pose piede, Luoghi dove donna mai sorrise o pianse, Là dove abita il mio creatore, Dio, E il sonno è come quello della fanciullezza, Piena di alti pensieri, mai nati. Lasciami sotto l’erba, sotto la volta del cielo.” John Clare
Il teatrino di Vetriano
Nel 1889 l'ingegner Virgilio Biagioni, dell'Ufficio di "Strade e Ponti", per ottemperare alle volontà testamentarie del padre decise di fondare un nuovo teatro e così nel 1890 fu stipulato l'atto costitutivo della Società Paesana di Vetriano con lo scopo di seguirne la costruzione e in seguito la gestione. Nel 1891 il teatrino iniziò la sua attività con opere in prosa e commedie musicali recitate dagli stessi abitanti del paese. Con il nuovo secolo si intensificò l'attività filodrammatica e filarmonica e, visto il successo, il piccolo centro divenne un punto di riferimento per tutta la zona. All'inizio degli anni '60 l'attività filodrammatica cominciò a mostrare evidenti segni di crisi e contemporaneamente anche le strutture del teatrino iniziarono ad avere dei problemi: si verificarono alcuni dissesti statici oltre al deperimento del manto di copertura del tetto e delle decorazioni pittoriche. Nel 1983 cessa l'attività della Società Paesana e nel 1997 gli eredi Biagini donano la loro parte di proprietà al FAI e contemporaneamente vengono acquisiti anche altri spazi confinanti. Nel 1998 il FAI, con la supervisione della Soprintendenza competente, avvia un importante lavoro di recupero su progetto dell'architetto Guglielmo Mozzoni, che è stato portato a termine nel 2002: la parte originaria del teatrino è stata recuperata completamente (mentre nuovi spazi accessori sono stati ricavati attraverso l'utilizzo di nuove aree confinanti). È tornato alla vita quello che è stato definito il più piccolo teatro del mondo e che nel 2003 ha potuto finalmente varare il suo primo cartellone.