grazie ai buoni uffici di una mia amica uscita da un manga nipponico, sto rapidamente scalando le gerarchie sociali nelle sette segrete degli sniffatori di profumeria.
ieri ho avuto la possibilità di partecipare addirittura a un evento deluxe superior, presentato da un maestro cerimoniere di nome françois, proveniente — così diceva la brochure — da versailles. solo più tardi, dopo aver agevolato tre prosecchi al titolare, ho scoperto che si chiamava in realtà ferdinando, veniva da secondigliano e pronunciava “versailles” con lo stesso orgoglio con cui sua zia assunta ricordava a chiunque glielo avesse chiesto — e soprattutto a chi non glielo aveva chiesto — che la reggia di caserta era stata copiata dai francesi.
françois ci ha rese edotte del fatto che il direttore artistico delle case profumiere viene chiamato “naso”.
da quel momento non ho fatto altro che immaginare un enorme naso dotato di due lunghissime zampe che si aggira nei sotterranei del reparto ricerca e sviluppo. dopo vari tentativi di visualizzazione generica, l’ho identificato nel naso di dante alighieri che deambula sulle gambe di beatrice, passo da allegoria medievale reinterpretata da una maison di profumi, lieve presagio di terzine e monsoni a scompigliare le froge.
appena iniziata la kermesse, ci hanno fatto provare una fragranza chiamata bottana.
in realtà era una composizione molto sfumata, elegante, quasi spirituale: bergamotto, ambra grigia, legno chiaro, rimorso di lusso, un accenno di camera d’albergo dopo un raduno di rappresentanti di brno.
anche le altre fragranze erano tutte ammalianti e signorili.
il problema è che, dopo mezz’ora di spruzzamenti, ero tutt’altro che ammaliante e signorile. vaporizzata da cinque angolazioni diverse a tradimento su collo, polsi, giacca e retrocranio, risultavo improfumata come una bottana di abbottabad.
per il gran finale françois/ferdinando ci ha spiegato, con una gravità da editto borbonico, che il muschiato autentico purtroppo non è più commerciabile.
pare consistesse nell’essenza di ormone ingrifato del chupacabra dell’himalaya, che un tempo gli sherpa andavano a mungere personalmente dal sottopalla del placido ma fiero ungulato.
oggi la normativa è cambiata.
non è proibito in assoluto.
è proibito venderlo.
se però una ci tiene davvero, può ancora recarsi personalmente sull’himalaya, individuare il chupacabra, adottare un travestimento somigliante alla femmina in calore, prelevare l’essenza in proprio, conservarla in un’ampolla di famiglia e somministrarsela alla bisogna.










