Banreas si svegliò il mattino seguente con la gola secca e gli occhi in fiamme. Per un momento non riuscì nemmeno a mettere a fuoco la stanza, rimasta sottosopra dalla sera precedente. Si guardò intorno con aria mesta, poi si mise a sedere e rimase a fissare il vuoto per un interminabile momento.
Il sole era già alto in cielo: Banreas aveva sicuramente saltato le lezioni di magia con suo padre e le ore di pattuglia intorno alle mura della città, ma ormai non gli importava più. Fece un profondo respiro per riempire i polmoni di aria e si alzò a fatica per andarsi a sciacquare il viso, ma per poco non cadde sul pavimento.
Le sue gambe ancora tremavano dal giorno prima, tutti i suoi muscoli erano tesi come la corda di un violino pronta a spaccarsi, ma oltre a quello.. non sentiva più niente. I suoi sentimenti sembravano essere stati spazzati via dopo l’abuso subito da Colette. Ripensare al viso della ragazza non lo faceva stare male, semplicemente provava un’immensa apatia.
Entrando in bagno, si guardò allo specchio: non riconobbe il viso forte e muscoloso a cui era abituato, e nemmeno il suo sguardo dolce; tutto quello che riusciva a vedere erano due occhi di un blu spento e delle profonde occhiaie rosse che gli circondavano gli occhi. Sospirò di nuovo e si lavò la faccia per svegliarsi, poi tornò a sedersi sul suo letto. La sua mente sembrava essersi spenta, i suoi pensieri non esistevano più; tutti i suoni parevano ovattati, come se fosse stato rinchiuso in una teca di vetro.
Con un profondo sospiro, si lasciò cadere sul materasso e si nascose sotto alle coperte. Non voleva vedere nessuno, né sentire le voci della sua famiglia.. forse nemmeno vedere Helevorn.
Helevorn. Come poteva pensare di rivederlo, dopo quello che era successo? Un’ondata di rimpianto e tristezza lo avvolse completamente, finché non si addormentò di nuovo.
Banreas camminava lungo il sentiero sterrato di una foresta secolare, non aveva con sé nessuna mappa e nemmeno un qualsiasi altro metodo per orientarsi. Camminava e basta, come se ci fosse un’altra forza a trascinarlo nel cuore del bosco. Si ritrovò davanti il tronco cavo di un albero caduto, e tutto intorno a lui una distesa verde circolare, come se in quel punto non fossero cresciuti altri alberi oltre a quello. Si avvicinò ancora, finché non sentì un’ondata di calore sulla sua pelle che lo fece trasalire. Indietreggiò di poco, finché non vide un’ombra che circondava il tronco. Questa sembrava danzare attorno all’albero: lo attraversava, ci girava attorno con grazia; poi si fermò di scatto.
«Vieni avanti, Banreas» disse l’ombra. La sua voce era profonda, e per un momento gli sembrò quasi di riconoscerla.
Banreas non riuscì a capire come mai la sentisse nella sua mente, ma decise di seguire le sue indicazioni. Avanzò lentamente, finché non si trovò a pochi passi dalla figura.
«Chi sei?» chiese con timore.
L’ombra sembrò sorridere, poi si avvicinò sempre di più al volto di Banreas. L’elfo poteva percepire il suo calore, come se fosse a contatto con del vapore. Giustamente non osò sfiorarlo.
«Il mio nome è Ashmedai. Questo volevi sapere, figlio di Lùthien e Solas?» gli girò attorno con grazia, quasi ammaliandolo.
Banreas non riusciva a capire. Come poteva conoscerlo? Come sapeva il nome dei suoi genitori? Chi era quello strano essere?
Banreas aggrottò la fronte. «Non capisco. Cosa sei?».
«Troppe domande e troppo poco tempo..» Dal tono della sua voce, Ashmedai sembrò disapprovare, per questo tornò a circondare il tronco con la sua ombra.
Banreas si avvicinò ancora di più, ma venne allontanato di poco da quello che poteva sembrare una sferzata di vapore bollente. Un piccolo avvertimento.
«Sei stato tu a chiamarmi, Banreas. La tua rabbia ti consuma e io me ne nutro da quando ho sentito la tua chiamata la prima volta..».
Banreas capì a quale momento si stesse riferendo, e il suo stomaco sembrò attorcigliarsi su se stesso. Come poteva averlo chiamato? Cosa significava tutto ciò?
«Sei.. un demone?» chiese.
Ashmedai sembrò ridere alla sua domanda, e Banreas non comprese tutto questo divertimento.
«Se ciò ti può far stare meglio, sì. Sono un demone, e tu mi hai chiamato tante volte. La tua rabbia e i tuoi pensieri sono stati un richiamo troppo forte che non avrei mai potuto ignorare» spiegò il demone.
Banreas indietreggiò ancora con gli occhi spalancati e le labbra socchiuse, pronte a fare l’ennesima domanda. Aveva bisogno di mandarlo via, non aveva intenzione di accogliere un demone dentro di sé, non poteva permetterselo.
«Voglio che tu te ne vada. Non sei più richiesto, demone» Banreas cercò di essere sufficientemente deciso, e Ashmedai sembrò capire - o semplicemente resse il gioco -.
Rimase in silenzio per un po’, come se stesse contemplando una qualche decisione. Poi rispose: «Come ti compiace.. ma sappi che rimpiangerai la mia assenza, caro Banreas».
Ashmedai sembrò affievolirsi davanti agli occhi dell’elfo dai capelli rossi, formando tanti piccoli pulviscoli simili a cenere tutti intorno alle radici dell’albero caduto.
Poi il Principe si svegliò di soprassalto, sentendo bussare alla sua porta.
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