C'è questa cosa che succede quando sono a lavoro dove in poche parole mi viene una gran voglia di scrivere di tutto, mi vengono in mente le storie più disparate e assurde, oppure ricordi o pezzi della mia vita che vorrei mettere per iscritto così da dargli una forma più chiara e leggibile, ma poi appena torno a casa tutti questi pensieri evaporano e mi sento svuotato e insoddisfatto. Il giorno dopo torno in quel posto, metto le scarpe dalla punta rinforzata, il gilet blu, infilo i tappi e tra quelle macchine instancabili il mio cervello torna a ronzare su quei pensieri. A volte sono quelli del giorno precedente, altri invece sono inediti e quando capita mi sento ancora più soddisfatto della mia creatività inespressa. Oggi non era uno di quei giorni, in verità non avevo proprio alcuna idea in particolare. Continuava a mulinarmi nella mente quell'idiota di mio padre, quell'essere infetto e inutile. Cercavo di posizionarlo in un mondo parallelo a questo, dove faceva il padre e noi figli gli parlavamo in modo confidenziale, si rideva persino, e lui ascoltava davvero e non dava risposte senza senso, no, era davvero lì per ascoltarci e non c'erano riferimenti alle sue problematiche, alle nevrosi, alle sue ferine ossessioni. Aveva dei vestiti normali addosso, da padre qualunque, dei jeans e una camicia scura, delle scarpe nere, senza buchi o fango sopra. Poi però lo guardavo meglio e mi faceva paura, mi si arricciavano i peli sullo stomaco perché quegli occhi da castagna non erano come i suoi e questa nuova forma non riuscivo a decifrarla e a gestirla come so fare con la carcassa che conosco bene. Volevi fregarmi ancora una volta ma non ce l'hai fatta mi dispiace.





















