dunque accade quello che in fondo mi aspettavo e non credo che le mie ben celate attese abbiano avuto alcun ruolo nell’autoavverarsi della profezia.
Let’s make a long history long
al ranocchio secondogenito da qualche tempo, tre anni circa, è venuta l’idea di giocare a calcio e noi come si conviene abbiamo accolto il suo desiderio che un’attività sportiva doveva pur ricominciarla dopo aver abbandonato minirugby e sci.
il primo anno nella squadra del paesino si trova bene, lui sa farsi voler bene da tutti e per sua natura non pesta i piedi a nessuno, non sgomita e non alza la voce. pretende dagli altri meno di quel che pretende da sé e pure nel gioco trova più divertimento e soddisfazione nel beau-geste che nel protagonismo del goleador.
la squadra di nanetti è già affiatata e a poco si guadagna il suo ruolo di gregario, si diverte più negli allenamenti che a giocare le partite domenicali. l’allenatore è un brav’uomo, attento più al comportamento rispettoso di compagni e avversari che al risultato e al gioco e questo lo gradisco molto. ci parliamo raramente, due volte in tutto, ma ci intendiamo bene e io rivaluto il piccolo mondo del pallone.
a stagione conclusa il brav’uomo però decide di lasciare l’incarico, pare che i dirigenti della società si aspettassero da lui qualcosa che non è nelle sue corde. la piccola squadra di marmocchi che aveva cresciuto dalla tenera età si sfalda, i più scelgono altri lidi e il mio resta con pochi altri nella stessa società che unisce i resti con quelli di altra squadra di un paese vicino e da due mezze squadre faticano a rappezzarne una.
ma va bene, lui si diverte agli allenamenti e anche se gioca solo mezza partita è contento. si diverte talmente che persino migliora e finisce la stagione che le partite le gioca tutte intere e riceve i complimenti dell’allenatore che alza la testa e cerca i compagni, cosa che lo gratifica sì, ma sui si diverte più agli allenamenti.
a stagione finita anche la squadra assemblata tra paesi diversi e nemmeno troppo vicini non regge, a quanto pare pure qui la dirigenza si dice abbia altri progetti, ma sono argomenti dei quali ostinatamente mi disinteresso mentre altri genitori accompagnatori invece discettano perché più competenti e certamente più appassionati di me dello sport nello specifico, delle vicende societarie di sicuro e, a loro dire, pure del mestiere dell’allenatore. non a caso questi abbandona l’incarico. qui spiacevolmente ho ritrovato quel tipo umano di genitore che proietta sul figlio le proprie ambizioni facendo scontenti entrambi, critica i figli altrui come guardasse le partite di professionisti allo stadio o davanti al televisore, instancabile proferisce parole vacue eppure ammorbanti. in fondo non mi dispiace la dissoluzione della compagine.
ci si ritrova con i pochi superstiti del paesello che cercano una sistemazione per i piccoli ormai un po’ cresciuti che amerebbero giocare, ma hanno la fortuna di vedesi svanire la squadra intorno, la maglia addosso e il campo sotto i piedi per la seconda volta in due anni.
genitori di cinque marmocchi, io ultimo arrivato di questi, che vorrebbero mantenere il gruppo unito e chi sono io per seminar zizzania? la squadra del paesino confinante cerca giocatori che ne è a corto e si va in visita che le mamme appassionate vorrebbero garanzie che i loro pargoli possano giocare sempre, che non facciano panchina perché ultimi arrivati e simili altre solertissime premure. io, unico padre, chi sono per seminare zizzania?
mi taccio sino a quando la faccenda vien tirata tanto per le lunghe tanto che persino a me sembra il nostro gruppetto mendicante una maglia per i pargoli sia una specie di associazione di procuratori sportivi che pretende chissà quali garanzie per campioni in germoglio.
mi defilo e iscrivo il pargolo; alla fine, dopo aver indispettito quasi tutti, dal presidente all’allenatore, le più combattive e pretenziose fan perdere le loro tracce e iscritti ci troviamo in due.
il pargolo tuttavia è molto contento, il nuovo allenatore col quale ha chiacchierato gli piace tanto che durante l’estate s’allena da solo in cortile per tirar meglio la palla e far buona impressione.
sta dunque per cominciare la stagione e gli allenamenti iniziano la settimana prima che noi si torni da una breve quanto assai piacevole villeggiatura. quando il ranocchio si aggrega inizia in disparte, deve recuperare il divario con gli altri che già s’allenano da una settimana.
il pargolo non fa una piega, effettivamente pare imbolsito rispetto agli altri, sarà che ha appena messo cinque centimetri di statura e davvero sembra legato come un salame. sarà che al primo allenamento si presenta con le scarpette che gli son diventate piccole di due misure e arriva a casa con le piaghe ai piedi, ma corre e suda ed è contento.
dice l’allenatore che la sua preparazione è carente rispetto a quella dei compagni, da quest’anno sono agonisti e gioca chi è più bravo, e a lui sta bene che alzarsi dalla panchina per entrare in campo se lo debba meritare. corre di più e suda di più.
iniziano le giornate del campionato, la squadra dei marmocchi galleggia a metà classifica.
qualche volta mi capita di rincasare prima e passare dal campo dove s’allenano i marmocchi, a quell'ora l’allenamento è quasi finito e stan giocando la partitella tra loro. vero che di questo sport ne capisco quel che secondo me è il giusto (diciamo assai poco) tuttavia distinguo la traiettoria della palla e riconosco le capocce dei marmocchi che la tirano e che la ricevono dai compagni e lui mi sembra sempre un poco “estraneo alla manovra” direbbero i colti della materia.
si allena, corre, suda e quando gli chiedo come vadano le cose mi dice di essere contento, ma questa, mi dice, è l’ultima stagione. dall’anno prossimo vuol cambiare sport, vuol nuotare.
questa cosa non mi dispiace affatto, l’anno prossimo comincia l’esperienza del liceo, avrà meno tempo per lo sport e la piscina la può gestire autonomamente.
arrivano le feste, si ferma l’attività sportiva, le feste passano e al marmocchio arriva a dar noie un’otite che non vuol passare. salta qualche allenamento, scade la visita medica, qualche noia burocratica per farsi rinnovare il documento di medicina sportiva da riconsegnare alla società fa passare ancora qualche giorno senza calzare le scarpette coi tacchetti.
si ricomincia e dopo un paio di allenamenti dai quali torna sudato lo coglie un bel mal di pancia, niente allenamento per una settimana.
ieri avrebbe dovuto ricominciare, al mattino prende la sacca con la divisa da allenamento e le scarpette assieme allo zaino della scuola che quando esce alle 17.00 ha giusto il tempo di arrivare già pronto all’allenamento che inizia mezz’ora dopo.
avrebbe dovuto. invece la madre accorsa da buona taxista per il trasporto veloce lo trova in abiti “civili” e in auto il pargolo prende coraggio e dice che basta, la faccenda del calcio finisce lì.
sorpresa la madre lo interroga e lui si emoziona, fatica ad ammettere una sconfitta, ma vuota il sacco.
poteva sopportare che qualcuno nella squadra lo prendesse per i fondelli con epiteti poco lusinghieri dandogli del brocco, aveva preso un impegno e cascasse il mondo voleva portarlo a termine, ma non può sopportare oltre che nessuno nella squadra abbia ritenuto di mettere un freno al dileggio. questo l’ha ferito. lui che non sopporta che quando si gioca ci si manchi di rispetto, lui che la palla l’ha sempre passata a tutti, lui che ha voluto smettere di giocare a rugby quando i nuovi arrivati hanno iniziato a non rispettare le regole insegnate dal vecchio allenatore che quello nuovo non teneva alla disciplina, lui che si è rifiutato di dire alla madre chi lo prendesse in giro perché trova disdicevole parlar male delle persone anche quando hanno torto, lui che fino ad ora si era sempre trovato ad essere benvoluto da tutti, ebbene lui si è trovato per la prima volta nei panni dell’escluso, dell’emarginato dal gruppo.
ha rimuginato, ha deciso, è troppo.
torna a casa, prepara la sacca della società di calcio con dentro tutto il materiale ricevuto per renderla il giorno del prossimo allenamento, prende il telefono e scrive un messaggio all’allenatore per dire che la sua esperienza calcistica si ferma qui.
prepara la sacca per la piscina, si prova il costume, gli occhialini e la cuffia, si fa accompagnare dalla madre e si iscrive al corso, da mercoledì inizia.
chiama il sottoscritto padre ancora al lavoro e gli annuncia che quando torna per cena gli deve parlare.
il vecchio torna e il ranocchio racconta.
il vecchio ascolta e infine il ranocchio si sente sollevato e sorride.
Una sola cosa a questo punto il vecchio chiede al ranocchio: alla riconsegna della sacca deve spiegare all’allenatore per quale motivo decide di venir meno all’impegno preso. lo sport giovanile è anzitutto un ambiente educativo, lodevole è l’impegno di chi per passione, al di là di ogni considerazione sul risultato, presta il suo tempo e le sue energie per dare questa opportunità di crescita ai ragazzi; questi merita riconoscenza quindi per rispetto al suo ruolo, alla parola data, agli ex compagni che restano e a quelli che verranno, pur senza far nomi una ragione a questo chiamarsi fuori va data.
Poi di questa dovuta riconoscenza ne terranno conto il giusto e ne faranno l’uso che riterranno opportuno.
segue un’occhiata intensa, trenta secondi di silenzio, poi il ranocchio dice “va bene, hai ragione”, sorride, si volta e torna sereno a giocare.
di questa piccola storia di ragazzi qualcosa mi ha comunque colpito.
la tenacia del ranocchio nel non voler farsi sopraffare senza però reagire malamente al torto, il suo peculiare senso di giustizia che gli impedisce di mettere pubblicamente in cattiva luce chi gli fa uno sgarbo, l’aver sopportato così a lungo questa frustrazione sino al punto di rottura eppure aver gestito il problema da solo, decidendo come e quando risolverlo, senza lamentarsi né con i genitori né con l’allenatore, l’aver deciso e immediatamente preso l’iniziativa, il suo senso arrabbiato di sconfitta non per aver lasciato il campo ai maleducati, ma per non essere stato in grado di restare al di sopra delle offese e arrivare a chiudere il campionato come si era ripromesso.
un tosto tredicenne il mio ranocchio, così tenero eppure già così corazzato.