Scrivo quest'ultimo diario senza sapere bene che dire. O come fare. Senza sapere bene cosa sarò da domani in poi. Come ci si lascia, per due come noi? Quali parole fanno adesso meno male, o quali sono adesso le più giuste? Vorrei saperlo ma dopo un mese come quello passato non ho più parole. Le ho spese tutte nei 29 giorni che hanno preceduto questo. Ora mi abbasso a raccogliere le mie cose, prendo zaino e valigie, mi guardo attorno per l'ultima volta e spegnendo la luce di questa stanza buia dico "Addio". Vorrei dire "A presto", vorrei dire "Arrivederci", ma l'addio sembra adesso l'unica strada percorribile. L'hai deciso tu. C'è però una cosa che tu qualche settimana fa mi hai detto e che ora sono io a dire a te, ed è questa: non credo di essere ancora pronto a lasciarti andare. Forse lo sarò domani, chi lo sa, ma adesso fa ancora troppo male. Mi sarei battuto per te fino all'inverosimile, ti avrei aspettato anche se aspettare significa soffrire e annullarmi. Non so se tu da me tornerai mai. Probabilmente tornerai dopo che avrai fatto l'amore con altri; probabilmente invece non tornerai mai. A letto la notte penso a tutte le cose che in questi anni abbiamo fatto assieme, a quanto siamo cresciuti, a quanto ci siamo mischiati e fusi; ai concerti dentro ai palazzetti, alle vacanze in montagna, alle pizze che tua nonna cucinava il Martedì e a quella volta che a tua nonna ho detto "Guardi che il 21 Febbraio, che sarà il mio compleanno, voglio che lei prepari una grande pizza solo per me"; penso a chi ti capirà adesso e a chi ti sopporterà ; penso a chi siederà sul sedile del passeggero nella tua macchina che in autostrada sfreccia sempre troppo veloce; penso alle camminate in montagna, al piatto con uova-speck-patate, alla nottata in montagna passata a vomitare, al sushi che per non pagarlo lo nascondevamo dentro alle salviette, al nostro primo Natale passato assieme. Penso a tutto il bene che ti ho voluto e alla vita futura che avevo immaginato per noi: la tua casa nuova, quattro bassotti ognuno con il suo letto, tu la sera cucini ed io lavo i piatti. Mi sono chiesto a lungo, in queste settimane, cosa succederebbe se tu dovessi tornare; se tu mi aspettassi sotto casa e dicessi "Riproviamoci". La decisione sarebbe a quel punto la mia. So solo che domani sarà il mio compleanno e questo mi spaventa. Mi scriverai? Mi farai gli auguri ed io penserò "Ecco, mi fai gli auguri come fossero un contentino, così, giusto per dire di aver fatto la tua parte come due vecchi amici"; magari gli auguri non me li farai ed io penserò "Che stronzo". Non so quale sia il male minore, se riceverli o meno i tuoi auguri: so che mi arrabbierò uguale. Oramai non so più niente. So solo dove batte il mio cuore; dove batte il tuo non lo so più da un pò. Per cui a presto bocciolo. Arrivederci. O forse addio.