Quando l'America provò ad allearsi con Assad contro al-Qaeda
Adesso che si moltiplicano le voci (ancora da confermare) su una possibile collaborazione tra nazioni occidentali e regime siriano contro l'Isis, può essere utile ricordare che in passato l'America ha già provato a collaborare con Assad contro terroristi islamici. Il tentativo non è durato molto, anche di questo si parla nel Macellaio di Damasco.
Dal capitolo 5
(...) In realtà, in un primo momento, l'era del post-Undici Settembre si è inaugurata con una breve collaborazione tra Siria e Stati Uniti. All'indomani degli attacchi contro le Torri Gemelle e il Pentagono, i servizi segreti di Damasco hanno accettato infatti di collaborare con le agenzie americane nel lavoro di intelligence contro al-Qaeda. La cosa non deve sorprendere: dopotutto i jihadisti wahabiti erano nemici comuni, e il loro dilagare preoccupava Bashar tanto quanto gli americani e altri leader della regione mediorientale.
Lo stesso Colin Powell, allora segretario di Stato, e altri rappresentanti dell'amministrazione Bush hanno espresso la loro gratitudine nei confronti del governo Assad, uno di essi arrivando a ringraziarlo per «avere contribuito a salvare vite americane», che ha anche collaborato con la Cia alle cosiddette extraordinary rendition, ossia i controversi trasferimenti extragiudiziali di individui sospettati di terrorismo, catturati in Iraq, Afghanistan o nelle nazioni occidentali dove vivevano, a Paesi terzi, prevalentemente Paesi arabi, che avevano un forte interesse a reprimere al-Qaeda e dove i metodi di interrogatorio erano quanto meno disinvolti.
Tra i Paesi arabi che hanno maggiormente collaborato a questa politica, una una vera e propria “delocalizzazione della tortura”, la parte del leone spetta all'Egitto di Hosni Mubarak, ma esistono casi documentati di collaborazione tra Washington e Damasco. Come quello di Maher Arar, un ingegnere siriano emigrato in Canada, dove aveva ottenuto la cittadinanza ma si era anche guadagnato l'attenzione delle autorità locali per i suoi presunti legami con l'Islam radicale. Nel settembre del 2002, mentre faceva scalo all'aeroporto di New York di ritorno da un viaggio in Nord Africa, viene arrestato dalle autorità americane e deportato in Siria, dove sarà detenuto per più di un anno: una volta liberato, racconterà di avere subito continui pestaggi e torture con cavi elettrici.
Il caso di Arar ha ricevuto molta attenzione, pressoché in tempo reale, grazie alla campagna organizzata dalla moglie, ma più tardi sono emerse altre vicende simili. A distanza di anni si è venuto a sapere, per esempio, che nel 2002 la Cia aveva sequestrato in Marocco un cittadino tedesco di nome Mohammed Haydar Zammar, per poi trasferirlo in Siria. La storia è venuta alla luce quando è stato diffuso sulla stampa1 un dossier riservato sulla trattativa tra i servizi di Berlino e quelli di Damasco: a quanto pare i siriani avrebbero permesso ai tedeschi di avere accesso al loro cittadino, in cambio della revoca di alcune accuse contro agenti siriani sul territorio tedesco, sospettati di avere minacciato alcuni dissidenti espatriati. Nel suo libro Ghost Plane: The True Story of the Cia Torture Program, il giornalista investigativo britannico Stephen Grey sostiene che la cattura di Zammar sia stata possibile grazie alla collaborazione dei servizi americani, tedeschi e siriani. Grey racconta come Zammar sia stato torturato a Damasco e come, durante gli interrogatori, i siriani gli ponessero domande inviate direttamente da Washington e, in misura minore, da Berlino. Secondo questa ricostruzione, almeno tre prigionieri catturati dalla Cia sarebbero stati detenuti contemporaneamente nella stessa prigione siriana: Zammar, Arar, e un altro cittadino canadese di nome Abdullah Almaki.
Dunque, si diceva, la fine del 2001 e il 2002 sono caratterizzati da una collaborazione tra Siria e Stati Uniti nella guerra al terrorismo qaedista.
Con l'invasione dell'Iraq, nel marzo del 2003, le cose cambiano radicalmente. Da Bashar gli americani si aspettano che reprima, lungo il confine con l'Iraq, i gruppi islamisti più o meno vicini ad al-Qaeda, che danno filo da torcere alle Forze della Coalizione. In un primo momento Assad intensifica i controlli sulla frontiera.
Con il passare dei mesi, tuttavia, si convince che aiutare l'amministrazione Bush non è nel suo interesse: gli americani lo accuseranno addirittura di sostenere gli insorti, e anche i commentatori meno critici converranno che il suo regime ha quanto meno chiuso un occhio davanti al flusso di jihadisti e miliziani tra Siria e Iraq. All'inizio del 2003, è chiaro da che parte stia Damasco: «Il nostro interesse è vedere gli invasori sconfitti» dichiara l'allora ministro degli Esteri Farouq al-Shara ai microfoni all'Agence France Press.
La decisione è dettata da interessi interni tanto quanto dalla politica internazionale. Bashar, che in quel periodo non aveva ancora ben consolidato la sua posizione all'interno dell'apparato di potere, ha dovuto vedersela con un'opinione pubblica che si è schierata a favore dei guerriglieri iracheni, ancora più di quanto non si sarebbe aspettato. Infatti, sostiene il suo biografo David Lesch, Assad «è stato colto di sorpresa dalla reazione popolare contro l'invasione dell'Iraq guidata dagli Stati Uniti, e particolarmente dagli effetti che ha avuto tra i gruppi sunniti salafiti».
Gli islamisti, fisiologicamente nemici di un governo laico nelle mani degli alawiti, avrebbero potuto sfruttare a loro favore la diffusa animosità anti-americana, trasformandola in uno strumento di arruolamento o addirittura facendo leva su di essa per attaccare il regime in un territorio sul quale, fino a quel momento, si era destreggiato abilmente: l'orgoglio arabo. «Bashar non poteva permettersi di dare l'idea di piegarsi ai voleri di Bush», sostiene Lesch. Il risultato? «Più gli americani facevano pressioni sulla Siria, più in realtà spingevano Bashar a ricorrere a una combinazione di nazionalismo arabo, siriano ed islamico per consolidare la sua base di sostegno»2.
1Cfr “Cia tried to silence EU on torture flights,” di Richard Norton-Taylor, apparso sul Guardian il 26 ottobre 2006
2David Lesch, ibid














