to the centre of the city in the night, waiting for you (un post di cazzimiei)
per una intera settimana, dopo che la mia prima storia seria (una di quelle lunghe e tranquille in modo sottilmente estenuante, che sei troppo giovane per credere che sia possibile che finiscano, e invece tre giorni prima sei che programmi l'estate successiva, tre giorni dopo sei single e con una pettinatura diversa) era finitĂ giĂą per il cesso con un buffo rumore di ricordi rotti, ho ascoltato in repeat continuo il primo disco dei joy division.
che bon, siamo d'accordo, bisogna ripigliarsi, dai che sei giovane, il mare è pieno di pesci, massì aveva il culo grosso, però ci son delle volte in cui hai bisogno di star male senza che nessuno ti rompa i coglioni. per cui prendevo il lettore cd, camminavo fino alla piazza più famosa della città del cazzo in cui mi ero trovato in quel periodo e mi sedevo su di una panchina allenandomi a esistere semplicemente come gomitolo di nervi a pezzi. mi riusciva anche parecchio bene.
voglio dire, un disco che comincia con disorder e finisce con i remember nothing, anche solo dai titoli, pare fatto apposta, eccheccazzo.
i joy division secondo me son uno di quei gruppi che tutti nominano ma non è che li ascoltino in tantissimi. ormai si è abituati a milioni di loro cloni -o nei casi di buona fede giovanotti a loro fortemente ispirati- parecchio meno crudi. produzione curata, voce profonda, melodia bella presente, e joy division son semplicemente due parole buttate là dai recensori per far vedere che han studiato il minimo necessario.
perché se uno se li ascolta nota che, al contrario degli epigoni sopra citati, nelle loro canzoni a filtrare certi testi e certe brutte idee che ian curtis aveva in testa non c'è un cazzo. soltanto il basso e la batteria che pulsano, la chitarra in sordina, la voce sgraziata -ma sgraziata davvero, non è che il cantante si diverta a far finta di. no. un blocco di magnifico dolore dritto come un pugno al fianco.
per una settimana ci siam stati io, quel tum tum tum tum tum della sezione ritmica, che andava a tempo con i discorsi che non avrei mai avuto occasione di farle ma che continuavo a provare mentalmente, e quella voce talmente fuori da ogni regola da fare il giro e diventare perfetta. poi, una volta chiarito tutto quello che avevo in testa, ho tirato un respirone, mi son fatto la barba e ho cercato di individuare i pezzi da raccattare per tornare a star decentemente. ci sarebbe voluto un po’.Â
non so se lo consiglierei a qualcuno, come terapia d'urto. immagino di no, ognuno è fatto a modo suo, e non stiamo parlando di rimedi per il raffreddore. non so manco se sia servito a qualcosa, o se avrei avuto bisogno di qualcos'altro, in realtĂ . so solo che è quello che mi è successo, e quello che ti succede scolpisce a carezze e testate quello che sei.Â
se lo scrivo stasera è perché tra un paio di giorni son trent'anni che ian curtis s'è impiccato nella cucina di casa sua. trent'anni. se devo ricordarlo, e ne ho voglia, credo sia giusto farlo nel modo più onesto possibile, attraverso la mia rabbia e le mie orecchie. la storia della musica è un esercizio da libri in allegato a riviste, e non ho né il vocabolario tecnico né la capacità retorica o letteraria per affrontarlo. la mia storia, invece, è una questione di memoria e di indulgenza.
come gli anniversari, in fondo.
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