Mia nonna crede fermamente che prima di sedersi a tavola, o di andare a dormire, tutti i problemi vadano risolti.
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Mia nonna crede fermamente che prima di sedersi a tavola, o di andare a dormire, tutti i problemi vadano risolti.

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Credo che sia questo a farmi paura: la casualità di tutto. Persone che per te potrebbero essere importanti, ti passano accanto e se ne vanno. E tu fai altrettanto. Come si fa a saperlo? Dovevo tornare indietro a parlare con il ragazzo messicano? Forse era solo, come me, forse aveva letto Denton Welch. Andandomene mi sembrava di abbandonarlo, di passar la vita, giorno dopo giorno, a abbandonare la gente. Mi rendo conto che non ha molto senso pensare queste cose e poi non fare il minimo sforzo per interagire con gli altri, ma comincio a credere che la vita sia piena di queste tragiche incongruenze.
Un giorno la seduta è cominciata così (in silenzio), ma non soltanto a causa della mia reticenza: non mi veniva in mente proprio niente.
C'è qualcosa che trattiene i miei pensieri nel cervello, e cosi bisogna cavarli a forza, come quegli schifosi grovigli di capelli bagnati. Riflettevo sui concetti di pensiero e di linguaggio, a quanto sarebbe stato difficile esprimerli - o quantomeno spossante, come se pensarli fosse già abbastanza e dirli fosse pleonastico o riduttivo, perché lo sanno tutti che la traduzione svilisce un testo, è sempre meglio leggere il libro nella lingua originale. Le traduzioni sono solo delle approssimazioni soggettive e questo è esattamente quello che provo quando parlo: quello che dico non è quello che penso ma solo quello che più gli si avvicina, con tutti i limiti e le imperfezioni del linguaggio. Quindi penso spesso che sia meglio stare zitto anziché esprimermi in modo inesatto.
momento per sé. [o mi sento me stesso solamente quando sono solo. Il rapporto con gli altri non ml viene naturale: mi richiede uno sforzo.

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I libri non sono un passatempo. Parlano di altre vite. Di altri mondi. Altro che far passare il tempo.
Se è per quello, è iniziata anche da prima; nasco senza padre, sono un equivoco, uno sbaglio, un errore di calcolo. La mia intera esistenza potrebbe essere una diceria, un racconto altrui. Avrei preferito continuare a vivere nella mia bolla trasparente, guardare attraverso il vetro e dormire. La verità non rende liberi; la verità ci mostra la cella nella quale viviamo prigionieri.
"Per una serie di motivi io non dovrei essere qui," comincio. "Non ricordo l'ultima volta che sono entrato in una chiesa. Dicono che la fede sia un dono ma che bisogna anche saperlo chiedere. Forse io non l'ho saputo chiedere. Non ho trovato le giuste parole, magari un giorno ci riuscirò. Credo però nella forza misteriosa che attira le persone una verso l'altra, che annulla la distanza e rimedia alla solitudine a cui la vita sembra condannarci. Io e Agostina ci siamo trovati come se ci fossimo sempre cercati, come fosse la cosa più naturale che potesse accaderci. C'è chi dice che trovarsi sia un destino e altri una necessità quantistica. Siamo particelle disperse nello spazio e a volte è indispensabile incontrarsi. Anche se poi ci si perderà di nuovo. Da bambino temevo la solitudine e da adulto l'ho invece rincorsa e, credevo, desiderata. Pensavo che nessuno avesse davvero necessità di, come si dice, condividere. Ciascuno basta a se stesso. Be', mi sbagliavo. Io e Agostina ci vedevamo ogni giorno, ci siamo tenuti compagnia, ci siamo presi cura l'uno dell'altro anche senza accorgercene. Ci siamo raccontati le nostre storie. La mia storia e la sua mostravano vuoti, spazi bianchi mai anneriti. Alla fine li abbiamo riempiti insieme. A volte il ricordo sostituisce il fatto e diventa difficile distinguere uno dall'altro. Lei mi raccontava la sua vita permettendomi di aggiungere di tanto in tanto una candela o un segnaposto dove mancava la luce o un nome. La vita spesso ci delude, quello che aspettavamo raramente arriva. A volte per pochi istanti perdiamo il treno sul quale volevamo salire. A volte saliamo sul treno sbagliato. Le raccontavo fantasticherie e a lei piaceva di sentirle, perché a volte non è importante ciò che è davvero stato ma quello che ci è necessario. Sapevo che non sempre mi credeva ma era gentile a non farmelo notare. Sono così grato di averla incontrata. Mi ha aiutato a diventare una versione migliore di me. E stata la mia migliore amica. Ed era anche una donna innamorata, l'Agostina Colombo. Lo è stata per tutta la vita, fino all'ultimo giorno e questa è la condizione che mi pare più vicina a quella che, chi crede, definisce grazia. La mia, la nostra Agostina era una donna toccata dalla grazia, più felice di avere amato che di essere stata amata. Ha amato un solo uomo per tutta la sua vita e ha conservato il ricordo di quell'amore fino all'ultimo giorno. Tra le tante, troppe cose che la sua memoria perdeva, quel sentimento non è mai scomparso. Vorrei che quando sarà il mio turno qualcuno possa dire la stessa cosa di me. Possiamo dimenticare perfino chi siamo ma non possiamo dimenticare l'amore che ci viene donato."
La vera ricchezza di una vita è averne condiviso un tratto. Prendersi cura, praticare la gentilezza, se non proprio la bontà . Ridimensionare, migliorarsi. Partire, restare, aspettarsi, di tanto in tanto scriversi. Ascoltare, coltivare gratitudine. Perdonare, farsi perdonare.
Alla fine Shiv aveva ragione: questa è solo una storia. Non ci sono significati o messaggi, solo cose accadute. E una vita come altre che forse contiene un pezzetto della vita di tutti. Inventiamo storie e scriviamo libri per rimediare agli errori della vita e per molto tempo io stesso mi sono totalmente fidato dell'immaginazione, ho trasfigurato il racconto elevandolo a qualcosa di meglio della realtà . Poi ho capito che ciascuno ha un margine in cui gli è data facoltà di agire sul proprio passato, modificandolo e adattandolo. Ma considero anche che realtà e immaginazione siano entrambe illusioni. Tutto accade nel medesimo istante e continua ad accadere. Tutte le strade percorse ci portano a un punto e ogni volta ripartiamo da quel punto e da li iniziamo una nuova strada. Durante il tragitto perdiamo un pezzo, spesso più di uno. L'importante è sapere qual è il pezzo mancante. Trovarlo, è un di più.

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Sì, capisco cosa vuole dirmi: vuole dirmi che se vuoi andare avanti devi smettere di preoccuparti per quello che è successo prima. Smettere di rimasticare il passato.
"Tu dici che me ne fotto. Io dico che preferisco dimenticarmi. Soprattutto delle cose brutte." "E cosa cambia?" lo incalzo. "Cambia," risponde. "Anzi, dimenticarsi è come perdonare." [...] "Ma non dire cazzate." "Dovrei ricordarmi tutto? Per che cosa? Per continuare ad avercela con questo e con quell'altro? Per lamentarmi e chiedere conto? Per scriverci sopra un libro? Quello sei tu, Ameri'. Io non ce l'ho con nessuno."
I buchi sono numerosi e li abbiamo riempiti con quello che preferivamo o ci conveniva. Prima c'è il fatto, poi la narrazione che può cambiare il fatto e quindi l'interpretazione della narrazione. E infine c'è quello a cui scegliamo di credere.
Tutti pensano che la loro storia sia unica, continua Siobhan. E che meriterebbe di essere raccontata in un romanzo. E invece no. Tutte le storie sono storie come tante. Ce ne sono di molto peggio, ma siccome non sono capitate a noi, la nostra ci appare unica.
La terza volta Siobhan mi domanda cosa stiamo facendo. La guardo perplesso ma lei mi ammonisce a non fare il finto tonto. "Hai capito perfettamente," dice. "E non voglio che tu mi risponda che sei pazzamente innamorato e che vuoi sposarmi perché so che non vuoi sposarmi e del resto nemmeno io so se sono davvero innamorata di te. Ti conosco poco e ancora non ho capito se ne varrebbe la pena. però voglio sapere cosa stiamo facendo." "D'accordo, ho capito la domanda," dico. "Posso chiederti perché vuoi saperlo?" "Per due ragioni. Non ho tempo da perdere e non ho particolare bisogno di sesso. Non ne ho mai avuto particolare bisogno, a dire il vero." Di risposte me ne vengono in mente almeno dieci ma sono tutte frasi a effetto. Tipo Tu sei il pezzo che mancava al mio cuore oppure Voglio vivere tutti i miei prossimi tramonti insieme a te. Roba da mettere all'inizio di un libro o in una canzonetta. Non voglio fare l'ipocrita e comunque lei se ne accorgerebbe. "Sto bene con te, Shiv," le rispondo. "Ed è la prima volta che mi capita." "Vuoi dire che io sono la tua prima storia?" Me lo ha chiesto con un'incredulità che quasi pare repulsione. Le racconto di quando stavo per sposarmi ma non mi sono presentato in comune. La mia mancata sposa e i suoi quattro fratelli non l'hanno presa benissimo, è stata una delle ragioni per cui ho preferito trasferirmi a Milano. "Ti volevano picchiare?" "Volevano costringermi a sposare la sorella, che poi era la prima a non volermi più nemmeno vedere." "E perché hai aspettato l'ultimo momento? Non potevi dirlo prima?" "Credevo fossero normali dubbi che vengono a tutti." "E invece?" E invece quel giorno mi ero trovato a pensare che sposarsi o, ancora di più, mettere al mondo figli vuole dire sostanzialmente cominciare a creare un archivio di nuovi ricordi. Costruire altro passato da mettere via. "Io non volevo più nessun passato," le dico. "Mi era bastato il mio." Shiv si mette seduta sul letto e si appoggia un cuscino in modo che non mi distragga. "E adesso?" "E adesso con te sto bene," rispondo. "Quando ero bambino non volevo essere solo. Da grande mi sono detto che preferivo stare da solo. Ma con te sto meglio. Per il momento è quello che posso dirti. Spero ti possa bastare." [...] Con il tempo mi sarà chiaro che diventare padri non è affatto costruire altro passato da mettere via. È, anzi, l'esatto contrario.

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Ragiono velocemente sulla possibilità che mi sia già innamorato di lei, ma per una serie di ragioni concludo che sarebbe meglio che ciò non accadesse. Da parecchio tempo ho fatto pace con la mia condizione. Sono solo e credo che lo sarò per sempre. Non posso dire di esserne felice, ma non sento più l'angoscia della solitudine di quando avevo sei anni. Si può vivere bene anche soli, perché no. Come dice una canzone, se te ne stai per conto tuo nessuno potrà mai dirti addio.
La risata è la distanza più breve tra le persone.